Feuer frei! (Aprite il fuoco!)

Stanotte il cielo esplode. Una tempesta di lampi e tuoni si sta abbattendo sulle due sorellastre e su Cenerentola.
Non piove, o almeno non tanto da lavare l’aria o i pensieri.
Ci sono nottate e nottate. In alcune, hai un male feroce addosso, come stanotte. Una tempesta di malanni che ti fanno desiderare l’oblio. Altre in cui va meglio. Il corpo risponde meno lentamente, e superi quasi con un bonus.
Prima le nottate no, erano una ogni tanto, poi sono arrivate una volta alla settimana, e adesso si presentano all’appello una volta su tre.

Ore 6.06 a.m. del 01/09/2017 sta iniziando a piovere davvero. Dopo minacce e brontolii ecco che finalmente il cielo abbatte  il suo carico di rabbia.
Sento la pesantezza delle gocce sulla città, dovrebbe albeggiare ma non lo fa. Un anticipo d’autunno dicono. Un anticipo…

Da qualche giorno hanno iniziato a grattare il cemento davanti a casa. Un macchinario infernale rimuove lo strato di cemento dal manto stradale, ogni due minuti un segnale sonoro assordante mi ricorda (se fosse necessario) che stanno lavorando e bisogna fare attenzione.
Ho comprato dei tappi in silicone. Niente. Il rumore è tale che sembra di averli in camera.
Mi privano del sonno, della pace che mi serve, del riposo. Così metto le cuffie e mi lascio cullare da un e_book  in podcast da Radio 2 (sto ascoltando Blade Runner – Il cacciatore di Androidi  Do Androids Dream Of Electric Sheep? di Philip K. Dick) con le voci originali del film. Certo manca il monologo finale di Roy Batty, ma c’è questo personaggio, Isidore, che nel film viene trasformato di J.S. Sebastian l’ingegnere genetico affetto della sindrome di Matusalemme.
Isidore è un “cervello di gallina”, ossia un umano che ha perso le sue capacità cognitive a causa delle polveri radioattive, ma è  anche l’unico personaggio capace di “empatia” e di emozioni vere, a dispetto di figure forti e violente, Isidore è tenero, struggente.
Perdonate la digressione sul libro, ma amo tanto il film e nonostante il libro sia a tratti ripetitivo, mi sono accorta che la storia riesce a prendermi anche se scritta o come in questo caso, mi viene letta.
Mi lascio portare nelle colonie extramondo, o nel palazzo vuoto di Isidore e lascio che il corpo segua la narrazione e il respiro si quieti.
Nel libro due personaggi, la moglie di Deckard, che mi pare si chiami Hira, e lo stesso Isidore, parlano del vuoto.
Vivono in un complesso residenziale completamente svuotato di umani  (ma ancora arredato) da soli. E sentono addosso e tutto intorno il silenzio di quelle stanze un tempo abitate. E’ interessante come esprimono questo disagio.

A volte anche io sento tutto questo. Quando di notte mi muovo per arrivare qui, tutta la città dorme. Ci sono io, a volte la voce di Lucarelli da Radio DeeJay, o qualche vecchio pezzo anni ’80.
Sembra che tutto sia immobile. Ci sono solo io, il fornaio che inizia a fare il pane, la proprietaria dell’Osteria del mio paese che chiude alle 2 e si siede sullo scalino esterno a fumare una sigaretta prima di abbassare la serranda.
Nella via dove lavoro, un proprietario di Pitt Bull, porta fuori il cane. E basta… una manciata di anime. E sono pronta s fidare chiunque, che la mia è quella che pesa di più in termini di Kg e di dolori.

E allora su… Aprite il fuoco…

Il peso di una notte…

C’è un’enorme bilancia. Tanto grande da contenere in un piatto, tutte le anime del giorno e nell’altro, tutte le anime della notte.
Questa bilancia enorme, grande come una città, è sempre dannatamente sbilanciata, il piatto del giorno pesa mille volte di più rispetto a quello della notte.
Panettieri, proprietari dei furgoncini dei panini unti, bar che preparano le colazioni in zona industriale, qualche camionista, i turnisti di Porto Marghera, un mare di cingalesi che escono dalla Fincantieri, l’edicolante con annesso baretto, sempre pieno, autisti di autobus, donne delle pulizie, prostitute, qualche esercizio in chiusura e la sottoscritta.
Sembriamo una manciata, rispetto a quelli del giorno. Sempre gli stessi, con lo stesso sguardo stanco, il pensiero a casa, già stampato sul cuscino e un mare di dolorini addosso, da stanchezza, poco sonno, con un unico desiderio: che arrivi l’alba e con lei il momento di stendersi sulserio e dormire.
Poi accade che uno scossone sbilancia ancora di più l’asse dei due piatti. Lo senti nettamente, perchè se si è pochi, anche un’anima in meno fa la differenza.
Ieri mattina, alle 5 chiama mio fratello, ha bisogno di alcune casse di merce.
Mi cambio, parto verso Venezia, la radio a palla, per non appisolarmi, finestrini aperti.
E’ un tragitto facile. Al semaforo, si gira a sinistra, poi si sale sul cavalcavia, e nel giro di un “zot” si è a destinazione, facendo attenzione ai tre velox andare e poi ai tre a tornare.
Perciò prima di arrivare al semaforo rallento sempre, perchè se è rosso non mi va di cambiare e se è verde, scivolo sulla corsia senza tanta fretta, godendomi i Cold Play.
Luci forti. Un autobus fermo al semaforo, non solo perchè il semaforo è rosso. C’è anche uno scooter e un’auto. A terra il corpo longilineo di una donna, a pancia sotto, un lago di sangue.
In un attimo la bilancia ha uno scossone verso il basso. Non riesco a togliermi quelle lunge gambe nude dalla testa.
I piedi scalzi, la massa di capelli neri… No non riesco.
Arrivo a destinazione pensando a quella povera donna, una di strada, una di quelle che la notte, ci ha anche provato: dai scopa con 20 euro, dai… anche con le donne io vado…
Alla fine, ci ha rinunciato, forse perchè dopo un po’ capiscono che anche se non batto come loro, sono stanca tanto quanto, e come loro non vedo l’ora di tornare a casa.
Torno indietro, il corpo della ragazza non c’è più, sono spariti anche il bus e lo scooter. Rimane l’auto che l’ha investita e la pattuglia che fa rilievi.
Uno degli agenti mi intima di fermarmi. Chiedo come sta, la donna distesa.
“E’ morta…” dice.
La macchina sembra abbia preso in pieno un palo, il muso rincagnato e il parabrezza in frantumi.
Quanto cazzo correva, penso…
Arriva tardi l’articolo, su Venezia Today. E qualche commento sotto: uno di meno.
Già, uno di meno. E intanto il piatto di noi che di notte viviamo come pipistrelli, pesa meno. Perchè un’anima, ha sempre un peso e quelle notturne, pesano molto di più…

 

Persone e persone…

Non è sempre così. Non ho sempre questa fortuna.
Con l’età, però, qualcosa ho imparato.
Parlo degli amici. Quelli che conosco da tanto tempo.
Con alcuni di loro, posso non avere niente in comune se non la stima, o la fiducia.
Posso non avere alcun punto di vista in comune, pensarla in modo diametrale, posso anche scontrarmici con una certa irruenza, arrivando rasente il vaffa. Però non decade mai la stima. Il loro valore. E spero che anche per loro sia così.
Condizionale d’obbligo. Anche se a dirla tutta, niente posso fare se non così non è, perciò bado solo al mio sentire. E se per queste persone io valgo meno perchè ho un’opinione differente, pazienza. Non voglio assencondare un pensiero che non è mio, solo per accondiscendenza. Preferisco scambiare opinioni, rifletterci, provare a compredere dei punti di vista differenti. E se non sono d’accordo, pazienza. Entrambe le opinioni sono valide perchè ragionate. Sentite. Questo non fa né di loro, né di me, una persona con una minusvalenza.
Per esempio GD. Io a volte non sono affatto daccordo con quel testone, però ho talmente tanta stima e affetto per lui, che non solo mi fermo a riflettere quando dice qualcosa, ma ci provo a mettere in discussione alcuni punti di vista. Poi accade che non mi convince. O, al contrario, riesce a portarmi dalla sua parte. Nel primo caso comunque, per me rimane una persona rara, anche se non la pensiamo uguale.

Ultimamente mi trovo dalla parte della barricata di una certa minoranza.
Mi sono confrontata nel tempo, con persone di vario tipo, ho messo spesso in discussione molti punti di vista. Non per ultimo, leggendo, fino a farmi sanguinare gli occhi, ho cercato di capire l’origine, per esempio, di alcuni malesseri umani che mi lasciano il sale in bocca.
Non parlo di un argomento nello specifico, ma di molti, disparati.
Dalla mia, ho una buona cosa: cerco sempre di capire i vari punti di vista. Ascolto, leggo… provo a compredere il perchè delle cose.
Un esempio? Provo una fortissima antipatia per l’etnia Rom. Proprio non mi piacciono. E in più occasioni mi è capitato di manifestare questa mia antipatia, finchè una persona non mi ha fatto riflettere su alcune cose. Continuo a provare antipatia per i Rom. Però, non è più disprezzo o fastidio, semplicemente non ci assomigliamo.
I. fa sempre un valido esempio: il coccodrillo ha diritto quanto me di esistere, ma non per questo vado a fargli due coccole. Semplicemente coesistiamo a distanza. Rispettando gli spazi. (Parole diverse, stesso significato).

Tornando a bomba, ultimamente, nella mia misantropia, purtroppo coltivata con passione, mi ritrovo a pensare a queste cose. Mi ritrovo ad apprezzare queste persone, capaci ancora di avere uno scambio di idee, mente elastica per mettersi in discussione quanto me, il coraggio e la passione di portare avanti dei sentimenti.

In sostanza, non lo dico tanto spesso ma, vi voglio bene, e mi mancate. (anche se per la seconda cosa, è colpa mia)

Il tempo passa

Il tempo passa e di scrivere nemmeno ci penso.
No blog, no racconto, no storie… niente.
Un silenzio infinito, lontano.
In questi giorni penso di aver dormito sei o sette ore in quattro giorni. Le ho provate tutte, stancandomi, con sonnifero (stranamente ha funzionato una volta sola), white noises, noia mortale davanti alla tv, alcool. Niente. Poi ovviamente la giornata passa con un senso di stanchezza mortale addosso. Al tutto aggiungici il ciclo e una botta di dolori che te la raccomando, saluti e baci.
Stamattina anche una strana sensazione. Uno dei miei, ha detto che prova nausea al pensiero del lavoro, Il termine esatto è stato “schifo”, a dirla tutta, non che io provi sentimenti migliori.
Perchè oltre al fatto che è faticoso, stancante, e che non si vede mai luce, se si lavora male tra di noi, la fatica raddoppia.
E qui dentro si riesce a dare il meglio di sé senza grande fatica. Il tutto ovviamente senza mai rissare.
Penso. Penso tanto. Forse è questo che non mi lascia pace sufficiente per dormire.
Una delle cose che so, è che se qui tutto crolla, è probabile che anche certi rapporti andranno ad essiccarsi. Non so, è questione di sentimento.
Io come detto più volte, ho smesso di combattere, non ne vale la pena. Mi aggrappo alle cose belle, anche se come credo sia normale, dopo un poco perdi anche quella poesia. Le cose andranno come devono andare, mio malgrado.

Uno scrittore di Mestre, che è avvocato, vorrebbe che scrivessi la prefazione del suo nuovo libro.
Mi chiedo cosa vedono gli altri che io non riesco più a vedere. Mi chiedo cosa posso fare perchè questa situazione di inedia cambi… non capisco se è per la stagione, per la stanchezza o per un sentimento di delusione che mi rende difficile connettermi con la vita.
Vedo anche che chi per scelta, vive di notte, arriva ad abituarcisi. Io non riesco. Ma non penso che il problema sia la notte di per sé, ma questo lavoro, che è alienante. Ripetitivo. E dove io non trovo mai completamento dei pensieri.
L’unica cosa che mi dispiace davvero, è la disconnessione con le persone. Ma davvero non ho più risorse. Non riesco nemmeno a programmare le prossime ore. Figuriamoci i giorni o addirittura le settimane.
Passo il tempo a cercare di tenere insieme i pezzi di me stessa. Mi ammalo, e faccio una fatica immensa a guarire.
Non so, non voglio fare come tanti che all’urlo di “se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!”… Il vorrei un’alba luminosa. Ma per adesso mi accontento di finire questa notte e andare a dormire.

 

The Program

E niente.
Il capitolo Marta 2015 è terminato (ho solo da fare una piccola integrazione di qualche riga).
Il capitolo Marta 1979 è in grezzo avanzato, manca solo di metterlo in ordine cronologico e capire se la parte inerente ad un viaggio studio a Londra è da tenere.
Dovrei aiutare un collega con il suo capitolo, ma ho davvero pochissimo tempo.
Per quanto riguarda Mestre… hummm… ho un sacco di storie in testa, ma nessuna è utile per il collettivo.
Scarseggia anche il tempo, c’è da fare un reading per il Festival delle Arti, e poi si parlerà di dare alle stampe i lavori.
Perciò i prossimi fine settimana, è obbligatorio lavorare.
Almeno se non dormo, occuperò il tempo così.

Il peso ormai è fuori controllo. Ho iniziato a fare camminata veloce, ma con queste caldane rischio un collasso.
E sono arrabbiata perchè sto buttando alle ortiche il lavoro fatto.

 

Ma tu ti ecciti? (Postato su Legami ieri)

“Ma tu ti ecciti con l’amore violento?”
Amore violento. Per quanto sia sbagliato definirlo così, mi piace il suono che ha.
Forse è l’ossimoro involontario nella frase, forse quell’termine: amore, così vicino al violento, da mescolarcisi e diventare qualcosa altro.
Mi eccito si. Ma non è quella cosa che intendi tu. Non sempre la fica si bagna. A volte è semplice desiderio, connessione, come quando sei innamorato e ti basta anche l’odore dell’altro per provare piacere. E non è sempre lineare. Mi capita che sto facendo altro e poi con la coda dell’occhio ti vedo occupare il mio spazio prossemico.
Ed è li che comincia l’amore violento, il non lugo dove io e te ci trasformiamo, lo spazio dove quello che desideri tu, lo desidero io e viceversa.
Per questo amo guardarti negli occhi mentre ti stupro la pelle.
Mille piccoli peni d’acciaio che entrano ed escono, in un ritmo scandito dal respiro.
Farà male? Si. Si che farà male, perchè voglio che faccia male. Lo pretendo.
Inspira, entra, esce, espira, entra, esce.
Un ago, due aghi, tre aghi.
Il primo te lo aspetti, il secondo lo assapori meglio, al terzo ti rilassi.
“E a te eccita l’amore violento?”
Quattro aghi, cinque aghi, sei aghi.
A volte mi sento una sartina alle prese con un abito di pelle.
Fa male? Non mi rispondere, lascia che guardi oltre le fessure dei tuoi occhi.
Te ne sei già andato? Mi lasci sola, guardiana mio malgrado del tuo sarcofago umano.
Ventuno aghi, ventidue aghi, ventitré.
Quando finiremo saranno quasi cento.
Quasi cento fiori di sangue. Una pioggia.
La saliva aumenta. Ecco si, adesso mi masturberei, mi infilerei le dita nella fica se potessi, ancora sporca di disinfettante e sangue, quel poco che esce mentre infilo l’ennesimo pene di acciaio sotto pelle.
Sei bello così, vestito di aghi, una tela ricolma di fiori rossi che aspettano di fiorire.

“Mi piace il tuo amore violento…”

Dimmelo dopo, quando i piccoli fiori si apriranno.

Corri a cercare riparo nel tempio dell’amore
Corri per un altro è lo stesso
Perché il vento soffierà il mio nome e farà crollare le tue mura