Come funziona?

Ci sono giorni in cui i pensieri sono talmente pesanti e mescolati che penso: devo scriverli per mettere ordine. Poi, manca però il tempo, e finisco per fare altro, e la testa continua a rimanere piena di pensieri, a volte corposi, altre semplici rimasugli incapaci di essere cancellati.
Altri in cui, hai tempo da vendere, ma non un solo pensiero lucido, interessante,
Mi è capitato di vedere il film su Janis Joplin, su Sky. Non serve dire molto sulla voce, nemmeno sul periodo storico. Sulla persona invece, c’è tutto un mondo. E sul suo addio alla vita, beh… anche qui, ce ne sarebbe di che dire.
Janis era come Marilyn, come Amy, una donna complessata, complicata, fragile e indifesa verso la vita.
La cosa che più mi ha colpito di lei, è questo bisogno di fare musica. Era una spinta che lei sentiva e alla quale non sapeva resistere. Dovrebbe essere così per la scrittura, e dovrebbe essere così anche per me.
Io invece, mi ritrovo a viverla come una zavorra che non voglio portare.

In questo istante ho appreso che il mio lavoro qui dentro, ha un valore differente. Loro (maschi) se sono in ferie e/o malattia, sono esonerati dalle responsabilità. Io dall’ospedale è diverso, devo comunque contribuire. Perchè se non li faccio io gli F24 o non chiamo questo o quel fornitore, loro non sanno farlo.
In sostanza è pausa per tutti ma non per me.
🙂 che bella cosa lavorare per il bene comune eh?

Cose banali

Un fine settimana a dormire.
Ho fatto un carico di sonno senza precedenti. Stanotte è andata meglio. Meno stanca.
Sabato c’era il Redentore a Venezia. Io preferito ignorare. Le ragioni sono sempre quelle. I fuochi… L’ultima cosa che mia mamma ha veduto. I fuochi segnano l’avvicinarsi del momento.
Ho preferito dormire.
Dormire.

Se piove…

Tu lascia scendere.
Puntuale stamattina la donna è passata. Il carretto trascinato con la mano destra, foulard in testa. E’ musulmana, certo che deve esserlo, altrimenti non si spiega perchè con 40 gradi all’alba porti sempre quel fazzoletto in testa.
Il resto dei vestiti, prevede delle ciabatte sobrie, un paio di pantaloni marroni e una camicia a maniche lunghe. E’ troppo chiara per essere mediorientale, probabilmente è albanese, non saprei.
Di solito passa, butta un occhio distratto nella nostra direzione, sbirciando dentro al capannone.
Procede spedita, in mezzo alla strada, che tanto a quest’ora è deserta, anche se siamo in zona industriale.
Viaggia in direzione del ristorante cinese, poi svolta a sinistra, poi ancora a sinistra, passa davanti al nostro ingresso posteriore, quello che usiamo come scarico/carico. Anche qui, breve sbirciata dentro, poi prosegue spedita verso il cancello e gira a destra. Ogni mattina la stessa cosa. Oggi come ieri, come tutta la settimana, mese, anno.
Stamattina però piove. Verso le 4 ha grandinato. Ora il cielo è di un nero inquietudine, qualche gabbiano si è spinto verso di noi e adesso passeggia nel campo antistante il campo sportivo. Sono grandi come cani di mezza taglia, e piuttosto rumorosi, i gabbiani.
Finisco di lavare con la varecchina il tavolo in plexiglass, lavo il grembiule, poi le braccia fino a quasi le ascelle. Mi volto verso lo spogliatoio, guardo fuori, piove. Fa anche freddo, sicuramente da stanotte, la temperatura è scesa di molto. La donna passa, puntuale. Senza ombrello, trascinandosi dietro il carretto della spesa dove mette chissà quali tesori. Spese no, perchè alle 6.30 del mattino qui negli immediati dintorni, non c’è niente di aperto, nemmeno il bar dei ciclisti.
Guarda nella mia direzione, i nostri occhi si incontrano, come succede quasi ogni mattina.
Solo che stamattina piove. Piove, e lei, ha invertito il senso di marcia.
Le due cose sono collegate. Non so, me lo sento.
Lei stamattina si è svegliata, ha fatto le sue cose, ha preso il carretto e ha pensato: oggi lo faccio strano.
Marghera, venerdì mattina, ore 6.30 le abitudini si sono messe in disordine.
Ha iniziato a piovere. Proprio in questo istante.
E quando piove io sorrido.
Infatti la donna, mi guarda, e io istintivamente sorrido. Lei non ricambia. Già il cosmo è sconvolto dal giro rovesciato, mettiamoci anche l’estranea che sorride a cazzo, e la pioggia a luglio ed è fatta.
Poi, come le avrei spiegato che io sorridevo alla pioggia e non a lei?
Meglio così.

Ragionandoci su…

Giusy Ferreri canta.
“Era una cassiera e guarda dove è arrivata”.
“Vero, il sogno che si avvera”

Penso. Potrebbe capitare anche a me. Un editore, un libro, un premio prestigioso.
Poi penso: non sono Giusy a me queste cose non capitano.
Anche perchè sono concatenazioni.
Per vincere un premio, bisogna avere un libro, e anche un editore, magari. Soprattutto devi aver scritto.
E io non scrivo.
L’ho detto in passato, e l’ho ridetto anche ieri sera. Dovevo chiudere il percoso Giudecca e poi smettere.
Ha vinto la vita, ha vinto il lavoro.
O lavoro, o scrivo.
Dato che non posso scegliere, per ovvie ed evidenti ragioni, lavoro.
Ascoltavo gli altri leggere i loro scritti. C’era passione, impegno, si sono applicati.
Io seduta da parte, con una stanchezza che mi portava via, pensavo: ma perchè ho accettato?
La verità è che sto soffrendo la stanchezza, lo stress, e questo gruppo è troppo difficile per me.
Tralasciando il problema “talento”, c’è ora la responsabilità di non rovinare con una bassa qualità, il loro lavoro.
Ma è un po’ come se per arredare casa, si spende per mobili di buona fattura e poi ci si accontenta di un tavolino in formica verde.
Ecco la formica verde sono io.
Ieri sera M. si è risentito, quando gli ho detto che non vedo l’ora di chiudere tutto e mettermi l’animo in pace. Lui vede in me talento e attestati di stima che io, nel primo caso non possiedo e nel secondo, beh… tutti questi attestati non li vedo affatto.
Forse, è il caso che lasci andare tutto e che riempia il mio poco tempo in cose meno mentali e più fisiche. Un corso di fitness, o uno di tango. O dormire. Lasciare che il mio corpo si spenga.
Non so…
Non so più cosa sono.

Supponiamo che…

In questi giorni ho scoperto, involontariamente, delle cose che non avrei mai voluto sapere.
Cose che mi annichiliscono e mi lasciano un sapore schifoso in bocca.
E si confermano cose.
Cose che prima o dopo, bisogna che io ne prenda atto.
Le parole hanno un peso. Sempre.
Il motto qui accanto di Medrano “Sò responsabile de queo che digo, no de queo che ti capissi tì”, è più che mai attuale, sommato ad assiomi che sono stata costretta a consolidare.
Forse dovrei tatuarmeli addosso. Come memento mori.

# Sò responsabile de queo che digo, no de queo che ti capissi tì

# Diana ricordati che sei sempre da sola. Non fidarti delle parole, ma limitati a pesare i fatti

# A te, fanno compassione tutti, ma a nessuno fai compassione tu

# Tira fuori un pocho di coglioni, perchè ce li hai, non li hai smaltiti col grasso. In mancanza di coglioni almeno attiva il cervello

# Stai buttando alle ortiche anni di dolore e fatica, complimenti coglionoide che non sei altro

# Sei sostanzialmente orfana negli affetti, fattene una ragione. Prima questo accade prima, forse, potrai guarire.

# Sei in classifica ma vieni sempre dopo altri: per i fratelli dopo le famiglie, per gli affetti dopo la famiglia, per gli amici dopo la famiglia. Ci sta, ma non dimenticartelo mai. Non sei mai prioritaria per nessuno.

# Se cadi, rialzati. Non aspettarti una mano tesa. Non arriverà.

# Impara dagli altri. Danno per ricevere. Lo fanno sempre, mascherando il loro buon cuore con un atteggiamento compassionevole, fatto salvo poi giocare la carta del rinfaccio. E tu ci caschi sempre.

# Difenditi. Sei in grado di farlo?

Credo che qualcosa dentro si sia rotto definitivamente.
Una crepa profonda e indelebile.

Come il vetro di un’auto che con l’attrito della corsa, si vede crepare il parabrezza. Lo squarcio lentamente cammina formando ragnatele infinite. Poi o tutto esplode, o diventa impossibile vedere fuori.

Negli ultimi anni, ho passato tanto tempo da sola.
E mi sto abituando alla sensazione.
Tanto se a me non ci penso io, beh…

Di cose così…

Che settimane del cazzo.
Una cosa che non si può capire.
Ieri l’apice. L’APOTEOSI.
Ore 1.45 della Notte, squilla il telefono.

A_ Scusa se ti disturbo ma abbiamo un problema
Io_ sto arrivando, che problema?
A_ ci hanno tagliato la corrente, siamo al buio con i frighi in panne.
Io_ oh cazzo…

Da qui, chiamata del fratello, che preso dal panico mi mette il triplo di ansia: devi, devi, devi.
Devi chiamare, devi sentire, devi insistere, devi muoverti.
Doveri. Ho solo doveri.
Call center aperto dalle 7 alle 22 ma di un operatore sbagliato.
Quello giusto aperto dalle 8 alle 21. Pare ovvio no?
Al buio, solo i cellulari, prepariamo la vendita, sperando che l’apertura del frigo non rovini la vendita.
Poi A. parte e va a Venezia. Io torno a casa. Sono le 4.30.
Faccio bonifico bolletta, cerco i contatti, guardo la tv in attesa delle 7.

Operatore: buongiorno, ha il codice POD?
Io: certamente è…
Operatore: non siete nostri clienti. Siamo l’ente per la tutela.
Io: ma il contatore…
Operatore: non so cosa dice il vostro contatore ma dovete chiamare il distributore che vi serve.

Ore 8

Io: buongiorno, senta ho un grosso problema.
Operatore: ha il codice POD?
Io: certamente è…
Operatore: lei è il legale rappresentante?
Io: no sono socia.
Operatore: io non potrei…
Io: senta ho un problema urgente.
Operatore: controlliamo le fatture
Io: certo, ma ho una priorità
Operatore: non mi interessa, ha una fattura che risulta scaduta, ma perchè non l’avete pagata?
Io: è scaduta da tre giorni, e voi staccate la corrente così?
Operatore: ha fatto il bonifico?
Io: si, le ho mandato anche la verifica, manca il CRO, ora posso dirle?
Operatore: dica!
Io: ho dei frighi con merce superdeperibile, e vorrei…
Operatore: ma noi abbiamo 48 ore di tempo.
Io: allora tanto vale che chiudiamo. Blocco il bonifico e lo faccio ad un altro gestore.
Operatore: vedo, senta a me non risulta staccato niente, forse avete un guasto. Chiami…
Io: sta scherzando?
Operatore: no perchè?
Dalla verifica appunto troviamo una dispersione.
Mi preparo e vado in capannone.

Termine di lavoro: ore 13.45.
Doccia 14.15
Letto 14.40
In piedi 15.35
Arrivata a casa, avevo solo voglia di piangere.
Mio padre mi ha telefonato sette volte. E sette volte ha chiamato mio fratello. Sempre per la stessa ragione.
A casa, ho solo voglia di nascondermi, non ho nemmeno sonno. Infatti dormo un’ora.
La sera appuntamento per il collettivo. Ma no, troppo esausta per farcela.
Sistemo un poco casa, riesco anche a litigare.
Poi alle 21 .30 mi metto a letto. Non un minuto di sonno, con la testa incasinata di pensieri.
Ore 1.30 sveglia.
Si riparte.
Non ne posso più.

Davvero non ne posso più.

Difficoltà

Ovunque vai ti dicono: scrivere è difficile.
Non sono d’accordo. Scrivere è facile, soprattutto se sei una grafomane, una scribacchina, una persona che ama proprio i gesto di scrivere o di raccontare. Indipendentemente dall’italiano o dalla qualità delle cose che scrivi, se interessano o meno.
Qui interviene il blog. Non è un giornale, non è un libro, non è un racconto, non è un diario. E’ un non luogo dove la natura dello scrivere prende forma.
Ha delle regole specifiche: post brevi, possibilmente interessanti, meglio se conditi da pruderie. Poi certo, se sei un* che ci sa fare, allora scrivi quello che ti pare. E funziona proprio perchè assume la forma di una terapia, una catarsi.
La verità vera, quella che nessuno ti dice, è che scrivere bene è difficile.
Questo si. Avere qualcosa da dire, dirlo bene, prendersi la responsabilità di quanto si sta narrando, interessare e coinvolgere, essere importanti proprio perchè ci si assume la responsabilità (perdonate la ripetizione) di essere un documento. Una storia, se raccontata bene, è una forma documentale. Parole che hanno la capacità di emozionare, di essere vibranti e dunque trasmissibili. Rimangono. Se si è davvero bravi, la scrittura, quella bella, quella importante, resta.
A questo punto mi assalgono mille dubbi. Leciti? Non so. Di fatto, confrontarmi con altra gente che scrive, mi rende pensierosa, meditabonda, mi lascia preda di dubbi.
Faccio parte di due collettivi. Hanno entrambi il medesimo obbiettivo: un romanzo a più mani (anche se uno dei due mi sembra a più zampe) sulla città.
In uno dei gruppi c’è, nonostante la nausea da ripetizione, una sorta di spirito di corpo, la volontà di sostenersi, nonostante la fatica. Se uno di noi rimane indietro, gli altri si prendono la briga di proseguire si, ma di non voltare mai le spalle, in attesa che anche il più lento si metta al passo. Si gioisce delle vittorie altrui, dell’evoluzione, della meraviglia della scrittura. E sono tutti amatoriali, nessun professionista.
Nel secondo gruppo, c’è macelleria. Un melting pot di pubblicatori compulsivi, scrittori, grafomani e anime perdute tra frasi e parole.
Nel secondo gruppo, c’è una mancata propensione all’ascolto. L’ego la fa da padrone. Nessun aiuto se non quello di pignoli appuntini.
Non mi ci sento parte. Non mi vedo congrua al gruppo. In sostanza, per dirla chiara: non c’entro un cazzo.
E vivaiddio!