Aegroto dum anima est, spes esse dicitur

Dopo l’ennesimo sproloquio ad minchiam sui vaccini, ho finalmente sentenziato: meno male che non ho figliato.
Perchè a dirla tutta, mi sentirei colpevole di un crimine serio contro una piccola creatura. Il crimine? Averla generata e messa a contatto con più di qualche minus habens.
E vabbè, meglio così. A patir ci sto bene solo io su questo pianeta. Evito ai miei ovuli una pessima eredità.
Ieri è venuta a trovarmi l’erede universale, ossia la nipote.
E niente… tutti a dire che assomiglia a mia mamma.
Io non so. Non ho voglia di vedere la Lollo in una piccola creatura che ha tanto davanti da vivere.
E forse lo ammetto, provo invidia, perchè quel baccello di bimba assomiglia alla donna che amo di più e che non posso più abbracciare.
Io di mia mamma forse ho le mani. Tutto il resto segue la linea paterna, e di Lei non vi è più traccia..

Sai mamma, non te lo dico mai abbastanza, che è per merito tuo che io leggo. E’ per merito tuo se io studio e continuo a guardare al futuro. Ti immagino coi capelli fatti di fresco. i colpi di sole chiari per farti risaltare gli occhi.
Che bella nonna saresti. Quanti scherzetti faresti alla nanetta di tua nipote, facendola ridere, contagiandola come facevi con noi, col tuo sorriso senza filtri.
Ti immagino vestita di blu mare, perchè a te piaceva come colore, nonostante le critiche di papà.
E ti vedo, li davanti, a guardarmi leggere e parlare del romanzo che ho pubblicato, perchè tu si, ci saresti venuta quella sera. Anche se era un collettivo, e non conoscevi nessuno.
Quanto ti piacevano le mie storie. E quanto mi hai ispirata con il tuo continuo spronarmi a leggere tanto.
Ti comprerei un anello di quelli che ti piacciono tanto, con la pietra importante e poi una rosa di pietre più piccole a formare un fiore prezioso.
Chissà cosa avresti detto del mio taglio di capelli. Anche se so, che avresti reagito come per il tatuaggio, scuotendo la testa per il disappunto ma ammettendo “beh si dai è bello”.
Perchè tu hai sempre fatto così. Prima sgridavi e dicevi la tua a brutto muso, per poi però riuscire ad ammettere che “ci può stare”…
Quanta fiducia hai avuto in me, e quanto orgoglio per i miei successi scolastici. Eri una delle poche mamme che parlava volentieri coi professori. E adesso? Cosa diresti di quello che faccio?
Sono sicura che se tu fossi qui, tutto questo non esisterebbe. Nel bene e nel male. Probabilmente sarei sposata, o conviverei fuori dalla casa di famiglia.
Credo che tu saresti comunque rimasta con il papà nonostante tutto. E non saremmo entrati in crisi.
Lo so, Ma. Però se c’eri tu, quella fottuta casa mangia soldi non ci sarebbe, e forse nemmeno la Frau MiniMé.
Continuerei con i miei studi. Avrei già concluso il mio percorso.
Se tu fossi qui, non avrei passato tutti quei giorni in ospedale da sola, senza la famiglia vicino. Lo so. Ci saresti stata, e al risveglio avrei visto la tua faccia preoccupata.
Ti immagino parlare con la vicina, raccontarle della presentazione del libro, tutta orgogliosa, dicendo “se l’è cavata bene!”.
Ti avevo promesso che se fossi guarita ti avrei portata a Velden a giocare al casinò. Perchè anche se non ci andavamo mai, le rare volte che capitava, vincevi.
Ti avrei portata a camminare a Maria Wort, a mangiare da Marietta e poi a giocare, sicura che dopo poco mi avresti detto che ti eri rotta le balle e che preferivi andare al night a ballare.
Lo so Ma. Lo so. E’ un continuo morire, quando parlo di te.
Ma non so smettere mai. Anche quando guardo dei programmi infimi di livello, e mi immagino i tuoi commenti sapidi e pieni di divertimento.
Parlare con te, di te, aumenta questa sensazione di malessere e solitudine. La voglia sempre più forte di finire qui, e di raggiungerti. Perchè li con te, mi sentirei meno sola di quanto non mi sento ora.
So che ti arrabbieresti con me, perchè tu volevi esserci, volevi vivere, e non ti è stata data alcuna scelta, mentre io mi permetto lamentazioni.
Che te lo dico a fare Ma?
Dovevi metterci un poco più di impegno e farmi assomigliare a te. Perchè ti cerco. E ti trovo in ogni faccia e ogni sorriso. In tutti, tranne che nel mio.

 

 

Biscotti alle nocciole

C’è un negozietto vicino a casa mia, che cura molto i prodotti che vende.
Piccole aziende locali, piccoli produttori, qualità medio/alta.
Ha un poco di tutto, dal prosciutto ai prodotti per vegani.
Tra questi ultimi, ci sono dei biscottini alle nocciole che sono spettacolari.
Ho controllato sei volte se non ci fossero prodotti animali, perchè il loro sapore non deficitava di alcune dolcezze che sono trasmesse per esempio dal burro.
Niente. Sono solo particolarmente buoni.
Ovviamente, come tutti i prodotti di nicchia, costano un botto. Mini dosi a prezzi da cocaina al mercato nero.
Nocciole e cioccolato, mandorle e pistacchi. Sono i tre assortimenti, tutti egualmente buoni, tutti assolutamente vegani, tutti dotati della scritta “creano dipendenza”.
Così ogni tot giorni, parcheggio strategicamente sulla via e mi aprovvigiono delle scorte. Uno viene consumato subito e gli altri sacchettini, vengono opportunamente nascosti.
Ogni volta che mi prende lo sconforto, apro un sacchetto e sgranocchio fino a sentire male alle mandibole.
E non un senso di colpa, nemmeno latente.

Questa notte è stata eterna. Un mal di schiena allucinante, da ripetizione. Quel bruciore che ti schianta le scapole e che ti fa desiderare di essere appesa per le caviglie e sentire un generale crock! della schiena che si allunga.
Ho anche il ciclo, le mani indolenzite dall’acqua fredda e dalla ripetizione costante dei movimenti. Ieri mi sono costretta tutto il giorno a letto. Risultato? Sono più stanca del solito. Come se il mio corpo non contemplasse l’idea di riposare di più.

Ieri mattina un cliente mi ha fatto una lunga ramanzina, sul fatto che sono masochista, che mi sto rovinando la salute in modo permanente, sul fatto che potrei stare a casa, che potrei contare su un aiuto.
Alzarmi alle 8 del mattino, pulire casa, uscire a fare la spesa, cucinare, leggere, studiare…
Un tipo di vita che temo non faccia per me.
Io ho bisogno di fare. Di andare in un luogo, muovermi, relazionarmi. E poi finalmente tornare a casa.
Solo che vorrei farlo con un orario più decente e con un posto più salubre di questo.

 

Notte 

Niente sonno. Tra un’ora dovrei essere al lavoro mentre tra circa cinque entro in ospedale e inizio a ballare. 

Vorrei dire tante cose. Essere sul mio letto con la piccina che mi fa le fusa, pensare a soluzioni per i problemi di lavoro.

Bogodan mi ha confermato che le calze resteranno… Mi è salito il magone. 

A quanto pare non si chiude un ciclo come speravo.

A domani… Ci vediamo di là… 

Ha un nome finalmente 

La scintigrafia ha parlato haug!

Trattasi di artrite reumatoide sieronegativa.

A breve anche l’indirizzo: se deformante o no, certamente genetica (grazie papà). Non avevo con me un esame che dovevo ritirare al centro trasfusionale (cazzo).

Per ora sembra abbia colonizzato allegramente buona parte del mio scheletro.

_ “Non farai la fine della Marchesini, stai tranquilla”

_ “non pensavo alla Marchesini ma a mio padre”

_ “sei una donna positiva, questo mi fa pensare che sarai una combattente”

_ “…” (Lascio all’immaginazione)

N.b. Cortisone a me che sono una ex super obesa? Non ci voglio nemmeno pensare o mi schianto…

Beh almeno adesso so la ragione del perché ho così tanto male addosso. Magra consolazione. Ma come dice l’adagio: conosci il tuo nemico…

Ah ho vinto un’esenzione e un’invalidità al 50%.

Mannaggiassorete… 

Parole che non diresti mai…

Le cose si risolvono e si complicano ogni volta.
Quando penso: “ok ce la possiamo fare”… Capita qualcosa che somiglia ad una mazzata sui denti.
Un esempio?
La mia amica. Voi non potete immaginare cos’è quella donna. Anzi no… Donna.
Caparbia,  densa.
Mi chiedo se dovrei scrivere “forte”.
Lei lo sa, definire “forte” una persona che amo, signfica offenderla.
– Eh ma lei è forte!

Forte un cazzo! Vorrei vedere altri al posto suo. Non si è forti. La forza è conseguenza… é quell’istinto di sopravvivenza, e qualcosa d’altro, di inspiegabile. Quella forza che ti spinge alla guerra anche se pensi che non te ne frega un cazzo. O forse ti frega.
Non so.
La parola più adeguata, credo sia “speranza”.
Oh non la speranza di salvarsi, di vivere, di guarire, di migliorare. No…
Speranza che accada qualcosa.
Che quello che è stato, non molto in verità, ad un tratto diventi degno di essere vissuto.

Allora pensi: massì me la gioco, vediamo se dopo tanti biglietti sfortunati, ne capita uno di buono.
Speranza? Curiosità? Generare un buon proposito di cambiamento?

Penso alle richieste di “grazia”. Ai fioretti. Una sorta di promessa d’onore o velato ricatto: se esisti, se ci sei, dimostramelo con un miracolo e poi se sei stato bravo, ti premio con la promessa di non bestemmiarti più.
Ah non parlo della sequenza di “porchi” tipica del Nord Est Italico. No no… anche quella rabbia sottile, strisciante che ti fa desiderare di salire, bussare alla porta con la targhetta: Gran Lup Man Figl di Putt… e menarlo con una roncola sarda opportunamente immersa nella saliva di Satana in persona.
Ecco. Sembra una bestemmia creativa vero?
🙂
Ma si, fatemela passare. Credo che se esistesse, pure Lui si farebbe una grassa risata.
Perchè non esiste Dio senza una buona dose di Kriptonite.
E Superman questo lo sa.
🙂

Sto divagando troppo. Me ne rendo conto. Perciò torniamo a Lei.
Mi sta insegnando tanto. Mi sta mostrando profondità e meraviglie ogni giorno.
Come sta? La TAC è un momento buona, un momento interlocutoria.
Non ci sono cose bastarde all’apparenza. C’è una cisti che viene vista in modo appunto interlocutorio.
Poi il cosmo che manda messaggi che farebbero impazzire chiunque. Ma alla fine, sembra proprio che si combatta per far in modo che questa cosa, non debba tornare, o per avere la certezza che si è ritirata per sempre.
Sembra appunto. Dipende. Da chi? Da cosa? Dalla voce di chi dichiara, dice, esprime.
Se è il tal Medico, o il tal’altro.
Però su tutto emerge Lei.
Ieri sera osservavo il suo viso. Sembra che questo mare di odorosa merda, questo immenso oceano di merda, non riesca in nessun modo a sfiorarla, nonostante le pesanti aggressioni. Lei si alza, supera la soglia. Non vi è niente, nemmeno la suola delle scarpe, che per un attimo sfiora il tutto. E lo fa con una grazia, che lascia stupiti.
Mentre osservo questo, penso: “ok, ce la possiamo fare…”
Uso il noi, perchè non posso rimanere estranea a questo. E non posso esimermi dal guardare. Anche se sarebbe più facile fermarsi un passo prima. Ignorare.
Che si sa, nessuno è obbligato a fare nulla. Nemmeno a vivere.
Mi rilasso. Non tanto. Solo un poco. E sul più bello? Grane sul lavoro.
Un moto ondoso da nausea. Problemi. E facce cupe.
Ritira su gli scudi, smetti di dormire, guarda al futuro e piangi.

Mavaffanculo va…
Davvero.

Come direbbe qualcuno (Io)…

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