In Media Res

Ci avete mai fatto caso? Quando siete disperati, o tristi, stanchi,  ecco che accade la bellezza. Non una bellezza qualunque, quella che c’è ed è oggettiva, tipo una Venezia all’alba, o la luce che si schianta meravigliosa sull’acqua, no non questo genere. La bellezza che accade è struggente,  come i pensieri che affollano la testa.
Semplicemente ti accorgi che l’istante è perfetto. Magari la radio trasmette quel pezzaccio che ascoltavi anni fa e che ti ha per sempre legato ad un altro momento perfetto e stai guidando, mentre la luce ti ferisce gli occhi perchè è l’alba davvero, e che per davvero il sole si alza dall’acqua. Il termometro dell’auto segna 2 gradi, lampeggia sullo sfondo arancione, il riscaldamento fa il suo dovere, e potresti tirare lungo, non fermarti, andare. Sentire il suono  del telepass che segna l’abbandono e semplicemente scivolare via.
E’ la mia alba di stamattina. Il mio momento perfetto.
“Il mondo non è bello, ma la vita si, la vita è bella.” – Mi ha detto F.
No, la vita non è bella. La vita non è bella e non è brutta, è neutra. La vita è un contenitore dove tu ci metti cose, momenti, istantanee, ricordi. E quando apri, trovi bello, trovi brutto, trovi istanti come questo. A volte capita che devi scavare un po’ prima di trovare qualcosa che meriti, o  abbia un valore. Altre non serve faticare molto, ti basta affondare la mano e tiri fuori gioielli magnifici. Qualcosa che nemmeno ti ricordavi di aver nascosto li dentro.
Ammettiamolo, non c’è niente di meritocratico, niente che il cosmo ci debba come risarcimento, non c’è niente di punitivo o esaltante. Siamo noi che decidiamo quante cose mettere dentro questa scatola, e siamo noi a deciderne il valore globale. Se pensiamo che la vita non meriti di essere vissuta, forse dipende dal fatto che non abbiamo dato abbastanza valore a ciò che c’è dentro. Anche al dolore.
Se sono la donna che sono, è perchè ho vissuto tanto, tutto. Ho portato nel mio contenitore picchi alti di dolore, ma anche momenti, istantanee, e questo pezzaccio, che stamattina mi dice di tornare a casa. Di non andare via.

 

Ditemelo!

Ditemi che anche per voi è così… una parola, vi basta una parola, per entrare involontariamente in una sequenza di pensieri/storie/parole che si inanellano una dopo l’altra senza apparente senso. O meglio un senso c’è ma è solo nella vostra fila interminabile di pensieri. Una colonna d’auto, carica di ogni genere di significato.
Ecco un esempio della mia notte.

Ieri, un trasportatore, doveva consegnare della merce. Non è la prima volta che questo specifico vettore,  non rispetta il range che gli abbiamo più volte fatto segnare in bolla: la ditta F&C riceve merce dalle ore 6 alle ore 9. Tolleranza di una mezz’ora in caso di urgenza, ma per noi il range è questo.
Se io chiedo al fornitore una consegna il martedì dalle 6 alle 9, mi aspetto che il fornitore indichi chiaramente che oltre a questo orario non sarà scaricato niente di niente e bisognerà concordare una seconda data.
Tutto ok se non fosse che noi abbiamo bisogno della merce, e dunque ci è capitato di scaricare anche al pomeriggio, o di tornare sul lavoro dopo aver armato l’antifurto, col risultato che le persone (nella fattispecie gli autisti) si organizzano il viaggio nei comodi loro. Perciò consegna stimata alle 2.00 a.m. di stamattina (anche se poco credibile)

Stanotte arrivo, sto per parcheggiare ma davanti al capannone c’è il bilico. Dentro so che l’autista sta dormendo il sonno dei giusti. Da questo istante sono partiti i pensieri circolari.
La stessa ditta di trasporti, ha una autista donna. Anche lei dorme spesso in camion. Penso che tutti gli autisti che conosco, come posano il camion, bevono. Chi birra, come quello di stanotte, chi vino bianco, come la D. che quando non deve guidare si spacca il fegato.
Anche io me lo spacco, ma a suon di caffè.
Mi chiedo se sono in grado anche io, di dormire dentro ad un camion, per quanto accogliente, ma senza bagno, o la possibilità di una doccia. Penso all’estate, al fatto che si suda. E come ti lavi quando non hai un bagno a disposizione?
Ah oggi tolgono l’acqua per quattro ore, spero di andare a casa prima così almeno la doccia…
Mi chiedo se davvero le parole della canzone di Paul Young Wherever I Lay My Hat (That’s My Home)” siano vere, o semplicemente si possa anche dire che ovunque sono in grado di dormire (e dunque abbandonare le difese) sia casa mia, o… no, ho un sonno troppo leggero perchè io riesca a dormire dentro ad un grosso scatolone che attacca e stacca il frigo, con il mondo fuori, si certo, ma separato da me solo da una portiera in lamiera.
E intanto una parte del mio cervello canticchia una vecchia canzone di Dalla.

E’ schizofrenia? O capita a tutti di infilarsi in tunnel di pensieri che non finiscono mai, anzi sfiniscono? E’ per caso frutto della notte di lavoro, dove le mani sono occupate, le orecchie anche (dal frastuono delle pompe), e non rimane come rifugio, qualche anfratto della mente?

Comunque Dalla ve lo beccate anche voi. Fosse solo per solidarietà (oltre che per il brano che adoro)…

 

Pinsa (Pinza)

Ho appena finito di ruminare, per colazione, un pezzo di pinza (o in dialetto: pinsa).
E’ un dolce ritenuto “furbo”, ossia un dolce povero.
Un poco come la Gubana friulana o lo strudel. Sono dolci che nascono dalla povertà contadina.
Mentre ruminavo pensavo. Quando mastico infatti, anche il neurone che di solito dorme, si mette in moto.
Ieri. stavo sistemando uno dei due racconti per il collettivo veneziano. Il pc mi mandava notifiche di FB. Ad un certo punto leggo che qualcuno ha messo un like su una mia vecchia foto.
Vado a vedere. E’ una foto del 2013 del BoraSuscon. Quattro anni fa di questo periodo, mi sospendevo per la seconda volta. La prima a Tirrenia, la seconda, appunto, a Trieste.
Guardo le foto. Mi sono resa conto di quanto ho chiesto al mio corpo, quanto mi sono messa alla prova, quanto lavoro ho fatto su me stessa.
Il mio fisico, che adesso è solo un accumulo dolorante di cellule e stress, ad un certo punto ha fatto un miracolo. Ha superato una prova che non credevo fosse possibile superare.
Poi, si certo, verrebbe da chiedere: e poi? Cosa è cambiato? Cambia sapere se e cosa può cambiare e cosa no, dopo dei momenti simili?
E’ vero che da allora è cambiato molto, è cambiato tutto.
Ho aperto l’archivio foto del pc, tornando indietro, in una specie di viaggio a ritroso.
Miri. L’ho rivista seduta su una sedia a rotelle, magra e invecchiata, poi in abito da sera con una maschera, poi ad un compleanno Bacaro… Indietro. Come una Benjamin Button moderna.
Ma anche io, adesso, ieri, sciolta, grassa, capelli rasati, corti, medi,lunghi… Indietro.
Indietro anche la vita. Le persone che ho perso e non riesco a dimenticare. Quelle (persone) che mi hanno costretta ad una scelta, quelle che mi hanno voluto bene, nonostante io sia una pigna nel culo, quelle che si sono sentite ferite da me, e quelle che mi hanno volontariamente ferito.
Quanta strada dentro questa pelle che ho fin troppo poco rispettato, favorendo un edonismo dannoso, deleterio.
Voi avete mai, davvero, provato qualcosa di forte, fottutamente estremo, così lontano dalla vostra natura, o apparentemente lontano (poichè se fate una cosa significa che l’avete cercata)?
Intendiamoci, non è che io sia migliore o più brava. Semplicemente volevo fare una cosa, che per me e i miei parametri, rappresentava la follia assoluta. Il momento più alto. In questa cosa, ho trovato questo… una sorta di traslazione, trasmutazione.
Poteva essere qualcos’altro? Si probabile. Ma all’attuale non mi viene in mente qualcosa che potrebbe darmi una sensazione simile. Dovrei pensarci un poco su.

Ecco.
Forse una telefonata da parte di grande premio (Calvino, Campiello, etc) dove mi comunicano che sono tra i finalisti. Non mi interessa la vittoria, ma l’idea di essere tra i candidati. Questo però prevede che io scriva (mannaggia a me che sono re!!)
Forse un viaggio all’Avana e immersione nella Santeria, che trovo interessante come forma animistica di culto.
Forse una nuova avventura lavorativa, creativa e interessante. Per arrivare alla mia vecchiaia felice.
O… un sentimento nuovo, un gioco, un divertimento, una gioia (mai una…)… insomma qualcosa c’è, basta pensarci su.

In sottofondo Anthony con la sua voce angelica mi fa da controcanto sentimentale.
Le cose che accadono nella vita normale, sono sempre così caustiche che provo il desiderio di tornare a quell’istante in cui il dolore del gancio faceva il suo dovere. Dove un buco sulla pelle, permetteva l’uscita del nero, del buio.
Potevo dimenticare. Pulire il sangue.

Non dimentico. Non posso. Era tutto perfetto: luoghi, persone, istanti, gesto.
Ho scritto in due tempi.
Adesso mi metto a fare un editing semiserio sul collettivo Giudecca.
Mi accompagna una voce antica e moderna.
Le mani e la schiena fanno un po’ male. Ma niente di insopportabile.

Palexia 50 alle 14.00 p.m.
Fm2 8 gocce alle 16.00 p.m.
Palexia 100 alle 1.45 a.m.
Fm2 8 gocce alle 2.00 a.m.
Bedrocan 7 gocce 10.00 a.m.

Barcollo ma non mollo.

Vi posto la ricetta della pinza. Stamattina vedevo che in quattro siti diversi, la danno rispettivamente come: dolce autunnale, natalizio, dell’epifania, fino a Pasqua.
Dipende un poco dalle zone immagino, ma qui nel panificio di fiducia iniziano dai morti, fino a febbraio.
E’ un dolce contadino, fatto con le cose della dispensa.
Vi do la ricetta normale e quella con la variante in veg.

Enjoy…

Pinza (Pinsa)
Detta anche la torta dea marantega (befana) o dea putana (nel trevigiano).
Dolce povero, di estrazione contadina, si prepara durante l’inverno.

Ricetta antica:

Ingredienti:
½ kg. pane vecchio
½ l. latte tiepido
100 g. farina
50 g. zucchero
1 uovo
50 g. uva sultanina
50 g. fichi secchi
50 g. gherigli di noci
1 cucchiaino di semi di finocchio
1 cucchiaino di anice stellato (se piace)
1 mela
1 pera
1 bicchierino di grappa
1 cucchiaio di levito per dolci
1 noce di burro.

Fate bere all’uvetta la grappa.
Tagliate in piccoli pezzi il pane vecchio e fatelo ammollare con il latte per un’ora.
Preparate la frutta, sbucciando pera e mela.
Passate il pane facendolo diventare una crema. Ma anche frullarlo bene è un’ottima idea.
Amalgamate la crema ottenuta con l’uovo e lo zucchero, poi aggiungete farina e lievito.
Mescolate bene e a lungo, poi aggiungete la grappa, i fichi tagliati a pezzetti, le noci, i semi di finocchio, l’anice.
Preparate la teglia (rettangolare o quadrata) ungendola con il burro, versate l’impasto coprite con le fette di mela e pera ed infornate a forno basso (170°) per una mezz’ora abbondante, anche quaranta minuti.

A me piace unire la mela e la pera all’impasto, e aggiungere anche delle pesche sciroppate, per aggravare l’impatto calorico. Un dolce è un dolce solo se fa male solo a guardarlo.

Ovviamente sostituisco gli elementi animali con prodotti veg. Il dolce è talmente ricco che non cambia di una virgola la presenza o meno di aggiunte animali. Fidatevi.

Ricetta moderna (1)

1 l. latte.
500 g. farina mais.
500 g. farina bianca
100 g. zucchero.
200 g. fichi secchi.
100 g. uva sultanina.
50 g. pinoli.
2 uova.
1 la buccia di un’arancia non trattata.
1 mela
1 pera
1 bicchierino grappa.
1 cucchiaino semi finocchio.
30 g. burro.
Un pizzico di sale.

L’uvetta dovete sempre ubriacarla.
Tagliate la frutta secca e fresca a pezzi.
Fate bollire il latte con lo zucchero e un pizzico di sale, poi versate lentamente a pioggia la farina gialla (da polenta) e con una frusta lavorate bene. Poi togliete dal fuoco e aggiungete la farina bianca.
Fate raffreddare l’impasto, aggiungete le uova già sbattute le scorze d’arancia, i semi di finocchio, uvetta e fichi, i pinoli e la frutta (a meno che non vogliate usarla come decorazione).
Ungete la teglia quadrata col burro, versate l’impasto, decorate con qualche pinolo se volete.
Infornare a temperatura bassa, 160/170° gradi per un’ora circa.

Varianti:

Ricetta moderna (che uso più spesso)

– 250 gr di farina gialla di mais
– 1 litro di acqua
– 100 gr di farina bianca
– 60 gr di uvetta
– 130 gr di burro

– 100 gr di zucchero
– 60 gr di fichi secchi
– 40 gr di pinoli
– mela

–  50 gr pesca sciroppata o per sciroppata
– 40 gr gherigli di noce

Preparate una polenta gialla, versando la farina con l’acqua bollente. Cuocete per una mezz’ora. (Io baro con la polenta istantanea). Tenetela liquida e senza grumi. Lasciatela raffreddare.
Unite gli altri ingredienti, poi vai di teglia e infornate per un’ora e mezza a 170°.

Come vedete ci sono molti modi per fare una buona pinza, con tempi sempre diversi di cottura.
La pinza sarà cotta quando prenderà un colore marrone intenso. E’ buona fredda, tiepida o calda.
Qui si accompagna con vini autunnali: Brulé o passito.

 

 

Citazioni…

“Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?”

Da: Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

 

Parliamone…

Ho rallentato troppo il mio scrivere qui. Devo porre assolutamente rimedio, perchè questo, è un tempo che amo. Scrivere per svuotare e rilassare la mente, non dovermi tenere in memoria niente.
Fa bene. E’ terapeutico.

Adesso per esempio, ho voglia di raccontarvi della nuova cura. La Mela sicuramente è più informata di me, e conto molto sui suoi consigli, sempre che me ne voglia dare.
Sto pensando di aggiungere una pagina qui sopra con una specie di diario terapeutico, magari serve a qualcun altro.
Ma intanto vi racconto cosa è successo.

Finalmente dopo varie ricerche mi ero orientata su un’equipe reumatologica capace. Muovendo un poche di persone, sono riuscita ad avere buoni contatti e dunque mi mancava solo il tempo di condensare tutto: appuntamento, visita, eventuali esami.

All’attuale assumo 100mg Palexia x 2 al dì
Vitamina D dosaggio Protocollo Coimbra
Tachipirina 1000 al bisogno (circa due o tre volte al giorno- acqua fresca)
E sempre più spesso Oki.
E’ anche successo che qualche volta prendessi il celebrex per qualche giorno.
In tutto questo, i dolori erano passati da una copertura 80% (ossia un dolore presente ma sopportabile) ad una copertura 70% sotto farmaco, un 40% quando la copertura stava per scadere.

Un venerdì parlando con M. lui mi dice che ha parlato con un nostro amico medico e che lui ha una proposta da farmi. A questo punto, dolorante e sempre più zoppicante decido di accettare di vederlo, anche perchè meglio più consulti che uno solo.
Nel frattempo, in un gruppo di condivisione sul dolore, capita che esca l’argomento cure per la Fibromialgia, Artrite Reumatoide e simili. L’insegnante, esausta per un grave problema di vulvodinia e di fibromialgia, che le sta assassinando la vita, mi dice che è seriamente intenzionata a cominciare una cura con la Cannabis Terapeutica, almeno provarci.
Il mio amico medico, me la propone.
Cannabis terapeutica? Devo iniziare a farmi le canne?
La risposta è no. Prodotto galenico. Però, e c’è sempre un però, il farmaco ideale per me è raro, di difficile reperimento.
Ho un mare di perplessità. Mai fatta una cosa del genere, nemmeno mai fumato una sigaretta. Però… ho iniziato comunque a documentarmi. Su indicazione di questo medico inizio a cercare di capire cosa mi serve e se è possibile reperirla.
Mi chiede sei mesi. Se entro sei mesi non vedi miglioramenti riprendi la tua cura o inizia un percorso più canonico.
Cosa sono infondo sei mesi?
E come me la cavo con la cura in essere?
La risposta arriva rapida: affianca le due cure, come senti che sei a dosaggio (e ci vorrà un po’ inizi a toglierti il Palexia).
E come capisco che sono a regime? Quando non senti più dolore.
Ci sono comunque due contro: la reperibilità dell’FM2 e il costo del preparato galenico.
Decido comunque di provarci.

Ho passato una settimana piuttosto strana, pensando e ripensando a questa cosa.
Non che tema chissàcché, anzi… però è un uscire da una comfort zone, per entrare in una sorta di sperimentazione.
Sono riuscita a reperire i farmaci giusti. Sperando ovviamente che questo significhi che sarà continuativo, visto che da questa patologia non si guarisce. Si più mandarla in remissione, ma è una pessima compagna di vita.

Per concludere sabato sono andata a ritirare i flaconi. Potevo andare con comodo ieri (lunedì) ma non sapendo come avrei reagito ho preferito iniziare nel we per capire se mi dava qualche problema, tipo torpore, o se il sonno venisse modificato.
Per ora sono al terzo giorno pieno di somministrazione.
E ad essere onesta qualcosa è cambiato.
Oggi sarà la prova del nove, per capire se davvero la cosa funziona.

Per questo voglio iniziare a tenere un diario (anche se conoscendomi sarà incostante) di quello che accade. Magari può essere d’aiuto a qualcun altro saperne di più. Vero che ho scoperto ci sono dei gruppi FB molto ben documentati (ma sono nauseata dalla piattaforma social), ma magari avere un feedback in diretta male non fa.

Perciò devo solo capire se vale la pena aggiungere una categoria qui, o farne una pagina apposita sulla barra in alto.
Ci penso, e tra un poco comincio.

Buongiorno a voi che vi svegliate adesso.
Dal profondo della notte vi giunga il profumo di un buon caffé.

Coincidenze nella trilogia…

In questo periodo, due donne mi tornano nei pensieri e nei sogni. La Lollipop e Mi.
Forse perchè siamo in zona compleanni, forse perchè mi sento instabile, forse perchè…
Ma poi, è davvero importante?
Si, se accadono cose che ti danno di che riflettere.

Martedì incontro avanzato di lettura. E’ un lavorone. Ad ogni incontro un’autrice sulla quale fare ricerca biografica e se possibile aver letto qualcosa, almeno di basico. Questo ovviamente mi costringe a fare ricerca. All’inizio qui sulla rete. Ma con almeno trenta colleghi di corso che fanno la stessa cosa, la ricerca è diventata competizione (per me e sempre e solo per me).
Martedì appunto, accadono due cose.
L’incontro/reading era su Anna Achmatova. Meno male che mi piace la poesia, meno male che apprezzo i russi, meno male che l’avevo leggiucchiata e sapevo a grandi linee qualcosa della sua vita.
Al grido di “Wikipedia” non avrai il mio scalpo, mi butto su una vetusta enciclopedia cartacea, eredità materna.
Alla lettera A trovo Achmatova. Leggo e mi si apre un mondo. Pagine di storia personale che si intrecciano con la Storia mondiale. Una donna rara. Bello. Soddisfacente… soprattutto, reale.
Ed ecco che la Lollipop è li, con un sorriso soddisfatto, da mamma attenta che pensa a sua figlia.
Eccola che mi sorride, che mi fa cenno, compiaciuta, di andare oltre, di cercare ancora. E trovo. Trovo un fiume di cose che riguardano appunto questa poetessa, la sua liaison con Modì, la vita a Parigi e Nouveau Art, fino alla guerra, alla disperazione.
All’incontro, davanti a me, siede una signora, è anche tra i miei contatti di FB. All’inizio, in un corso che ci vedeva allieve,  non mi era molto simpatica, o meglio, lei è una donna estremamente riservata, e mi ero messa in testa che mi detestasse, così per par condicio, provavo di riflesso un sentimento simile.
Poi una sera dell’anno scorso, fine corso, me la ritrovo davanti alla cena di saluti.
Iniziamo a parlare di viaggi, scopro che è una donna estremamente autoironica, intelligente, con una capacità umoristica rara. Ridiamo come matte e condividiamo i piatti. Lei ha qualche anno più di me, è vegetariana sociale (a casa è vegana ma in compagnia si concede delle divagazioni su alcuni derivati) è follemente innamorata del marito che è un Professore di letteratura e lei a sua volta è un medico.
Sto divagando, scusate. Dicevo, martedì, lei è seduta davanti a me. Mi fa un sorrisone e mi sussurra che a fine lezione mi deve parlare.
Leggiamo di poesia. Anzi no, di POESIA.
Poi alla fine, lei si gira e mi dice: “ho due notizie, una buona e una pessima…”
Chiedo di sapere prima la pessima. Penso sia normale, sperare poi nella risalita, giusto?
Mi dice: “la brutta notizia è che la malattia cammina e stai iniziando a deformarti”.
Merda… merda, merda, merda, merda…
Poi mi dice anche: “La buona è che c’è un centro d’eccellenza qui vicino (in FVG) e che il pubblico funziona benissimo, anche più veloce del privato”.
Mi racconta di alcune sue pazienti, del fatto che scartano quelli che sono medicinali obsoleti tipo il Plaquenil (anche se so che tantissima gente ne fa uso), mi spiega del Metotrexate e del fatto che è un chemioterapico, ma che devo stare tranquilla, del Biologico, e così via…
Dentro di me si accende una lucina. Grata al cosmo, esco con la sensazione di avere un punto di arrivo, che finalmente qualcuno si preoccuperà di aiutarmi a spegnere il dolore. Darmi una fottuta tregua.
Ecco. Seconda luce che si accende, la speranza.
Poi, accade un terzo evento.
La docente ci dice quale autrice verrà esaminata il prossimo giro.
Trattasi niente meno che di Agota Kristof. Per l’80% delle presenti, un enorme punto di domanda. Tanto che una capisce Agatha Christie, e la docente con moto stizzito l’ha quasi mandata a ravanar ortiche (anche perchè la Christie l’avevamo già vagliata come seconda  autrice, per via dei suoi elaborati dialoghi).
Per me però, non è un’estranea. E’ l’autrice della “Trilogia della città di K”. E indovina? Indovina chi mi regalò i libri e mi ha costretto a leggerli? Esatto proprio Mi.
Il cerchio si è chiuso con una sensazione indefinita. Come quella di adesso. Luci spente, solo il monitor del pc e la retro illuminazione della tastiera, un Bancha caldo e senza zucchero, la stufa accesa con un fuoco vivo di sfumature fredde, qualche acino d’uva bianca.
La Pigolz entra ed esce dal terrazzo, impegnata nei suoi giri invisibili, sempre con l’aria di chi ha davvero un sacco di impegni.
E’ una sensazione senza confine, né felice né mesta, tranquilla e con un barlume di speranza.
Poi si, vedo qualcosa che non mi piace, forse anche più di qualcosa. Ma non importa.

Qui di seguito posto una Poesia che non è di nessuna delle Autrici (Maiuscola d’obbligo) citate.
E’ di un uomo, un autore, Andrea Zanzotto, mio corregionale. Conosco la moglie, che è una piccola Signora d’altri tempi. Come la Achmatova o la Kristof, come la Ginzburg o la Christie.
Spero gradiate.

Così siamo

(da “IX Ecloghe”)

Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

 

 

 

 

 

Omografi

Succede che la vita scorre.
Lo fa con una certa forta… un fiume in piena.
Io, inamovibile, osservo i giochi d’acqua, virtuosi gorgheggi che le gocce fanno attorno.
E’ faticoso. Faticoso alzarsi di notte, faticoso ritagliare spazi, faticoso relazionarsi in modo normale, faticoso trovare momenti di pace, faticoso non prendere una mazza, stile Lucille e darla in testa a persone che sono nate con un solo unico intento: consumare le risorse preziose di questo pianeta…
Due settimane con un urlo costante nelle orecchie: si chiude, non ce la facciamo.
Io col cuore frammentato, con un sentimento multiplo di vorrei che finisse questo strazio, ho paura del futuro, ma non ce la faccio più.
La mia compagna di vita, l’artrite reumatoide, è aggressiva e incazzata.
Cosa mi salva la vita?
Libri, libri, libri…
Leggo, scrivo, narro e poi dichiaro la mia inettitudine.
Giovedì accade che si va alla presentazione del corso di lettura. Ci vado per una mia amica. Per farle compagnia e comunque essere disponibile se servisse aiuto (lei è straniera).
Breve giro di presentazione e dopo di me, una ragazza dice che si era al corso ma che conosceva questo posto.
Da una ricerca su google le sono comparsa io con il blog, e da li ha scoperto che avevo fatto il corso con la Simo…
Fa ridere questa cosa…
Come direbbe Adam Kadmon: coincidenze? Io non credo…