Omografi

Succede che la vita scorre.
Lo fa con una certa forta… un fiume in piena.
Io, inamovibile, osservo i giochi d’acqua, virtuosi gorgheggi che le gocce fanno attorno.
E’ faticoso. Faticoso alzarsi di notte, faticoso ritagliare spazi, faticoso relazionarsi in modo normale, faticoso trovare momenti di pace, faticoso non prendere una mazza, stile Lucille e darla in testa a persone che sono nate con un solo unico intento: consumare le risorse preziose di questo pianeta…
Due settimane con un urlo costante nelle orecchie: si chiude, non ce la facciamo.
Io col cuore frammentato, con un sentimento multiplo di vorrei che finisse questo strazio, ho paura del futuro, ma non ce la faccio più.
La mia compagna di vita, l’artrite reumatoide, è aggressiva e incazzata.
Cosa mi salva la vita?
Libri, libri, libri…
Leggo, scrivo, narro e poi dichiaro la mia inettitudine.
Giovedì accade che si va alla presentazione del corso di lettura. Ci vado per una mia amica. Per farle compagnia e comunque essere disponibile se servisse aiuto (lei è straniera).
Breve giro di presentazione e dopo di me, una ragazza dice che si era al corso ma che conosceva questo posto.
Da una ricerca su google le sono comparsa io con il blog, e da li ha scoperto che avevo fatto il corso con la Simo…
Fa ridere questa cosa…
Come direbbe Adam Kadmon: coincidenze? Io non credo…

Memento

“Chi ha portato la propria pelle al mercato ha più diritto a essere trattato con delicatezza di chi vi ha acquistato un vestito.”
Karl Kraus, Detti e contraddetti, 1909

 

Feuer frei! (Aprite il fuoco!)

Stanotte il cielo esplode. Una tempesta di lampi e tuoni si sta abbattendo sulle due sorellastre e su Cenerentola.
Non piove, o almeno non tanto da lavare l’aria o i pensieri.
Ci sono nottate e nottate. In alcune, hai un male feroce addosso, come stanotte. Una tempesta di malanni che ti fanno desiderare l’oblio. Altre in cui va meglio. Il corpo risponde meno lentamente, e superi quasi con un bonus.
Prima le nottate no, erano una ogni tanto, poi sono arrivate una volta alla settimana, e adesso si presentano all’appello una volta su tre.

Ore 6.06 a.m. del 01/09/2017 sta iniziando a piovere davvero. Dopo minacce e brontolii ecco che finalmente il cielo abbatte  il suo carico di rabbia.
Sento la pesantezza delle gocce sulla città, dovrebbe albeggiare ma non lo fa. Un anticipo d’autunno dicono. Un anticipo…

Da qualche giorno hanno iniziato a grattare il cemento davanti a casa. Un macchinario infernale rimuove lo strato di cemento dal manto stradale, ogni due minuti un segnale sonoro assordante mi ricorda (se fosse necessario) che stanno lavorando e bisogna fare attenzione.
Ho comprato dei tappi in silicone. Niente. Il rumore è tale che sembra di averli in camera.
Mi privano del sonno, della pace che mi serve, del riposo. Così metto le cuffie e mi lascio cullare da un e_book  in podcast da Radio 2 (sto ascoltando Blade Runner – Il cacciatore di Androidi  Do Androids Dream Of Electric Sheep? di Philip K. Dick) con le voci originali del film. Certo manca il monologo finale di Roy Batty, ma c’è questo personaggio, Isidore, che nel film viene trasformato di J.S. Sebastian l’ingegnere genetico affetto della sindrome di Matusalemme.
Isidore è un “cervello di gallina”, ossia un umano che ha perso le sue capacità cognitive a causa delle polveri radioattive, ma è  anche l’unico personaggio capace di “empatia” e di emozioni vere, a dispetto di figure forti e violente, Isidore è tenero, struggente.
Perdonate la digressione sul libro, ma amo tanto il film e nonostante il libro sia a tratti ripetitivo, mi sono accorta che la storia riesce a prendermi anche se scritta o come in questo caso, mi viene letta.
Mi lascio portare nelle colonie extramondo, o nel palazzo vuoto di Isidore e lascio che il corpo segua la narrazione e il respiro si quieti.
Nel libro due personaggi, la moglie di Deckard, che mi pare si chiami Hira, e lo stesso Isidore, parlano del vuoto.
Vivono in un complesso residenziale completamente svuotato di umani  (ma ancora arredato) da soli. E sentono addosso e tutto intorno il silenzio di quelle stanze un tempo abitate. E’ interessante come esprimono questo disagio.

A volte anche io sento tutto questo. Quando di notte mi muovo per arrivare qui, tutta la città dorme. Ci sono io, a volte la voce di Lucarelli da Radio DeeJay, o qualche vecchio pezzo anni ’80.
Sembra che tutto sia immobile. Ci sono solo io, il fornaio che inizia a fare il pane, la proprietaria dell’Osteria del mio paese che chiude alle 2 e si siede sullo scalino esterno a fumare una sigaretta prima di abbassare la serranda.
Nella via dove lavoro, un proprietario di Pitt Bull, porta fuori il cane. E basta… una manciata di anime. E sono pronta s fidare chiunque, che la mia è quella che pesa di più in termini di Kg e di dolori.

E allora su… Aprite il fuoco…

Se piove…

Tu lascia scendere.
Puntuale stamattina la donna è passata. Il carretto trascinato con la mano destra, foulard in testa. E’ musulmana, certo che deve esserlo, altrimenti non si spiega perchè con 40 gradi all’alba porti sempre quel fazzoletto in testa.
Il resto dei vestiti, prevede delle ciabatte sobrie, un paio di pantaloni marroni e una camicia a maniche lunghe. E’ troppo chiara per essere mediorientale, probabilmente è albanese, non saprei.
Di solito passa, butta un occhio distratto nella nostra direzione, sbirciando dentro al capannone.
Procede spedita, in mezzo alla strada, che tanto a quest’ora è deserta, anche se siamo in zona industriale.
Viaggia in direzione del ristorante cinese, poi svolta a sinistra, poi ancora a sinistra, passa davanti al nostro ingresso posteriore, quello che usiamo come scarico/carico. Anche qui, breve sbirciata dentro, poi prosegue spedita verso il cancello e gira a destra. Ogni mattina la stessa cosa. Oggi come ieri, come tutta la settimana, mese, anno.
Stamattina però piove. Verso le 4 ha grandinato. Ora il cielo è di un nero inquietudine, qualche gabbiano si è spinto verso di noi e adesso passeggia nel campo antistante il campo sportivo. Sono grandi come cani di mezza taglia, e piuttosto rumorosi, i gabbiani.
Finisco di lavare con la varecchina il tavolo in plexiglass, lavo il grembiule, poi le braccia fino a quasi le ascelle. Mi volto verso lo spogliatoio, guardo fuori, piove. Fa anche freddo, sicuramente da stanotte, la temperatura è scesa di molto. La donna passa, puntuale. Senza ombrello, trascinandosi dietro il carretto della spesa dove mette chissà quali tesori. Spese no, perchè alle 6.30 del mattino qui negli immediati dintorni, non c’è niente di aperto, nemmeno il bar dei ciclisti.
Guarda nella mia direzione, i nostri occhi si incontrano, come succede quasi ogni mattina.
Solo che stamattina piove. Piove, e lei, ha invertito il senso di marcia.
Le due cose sono collegate. Non so, me lo sento.
Lei stamattina si è svegliata, ha fatto le sue cose, ha preso il carretto e ha pensato: oggi lo faccio strano.
Marghera, venerdì mattina, ore 6.30 le abitudini si sono messe in disordine.
Ha iniziato a piovere. Proprio in questo istante.
E quando piove io sorrido.
Infatti la donna, mi guarda, e io istintivamente sorrido. Lei non ricambia. Già il cosmo è sconvolto dal giro rovesciato, mettiamoci anche l’estranea che sorride a cazzo, e la pioggia a luglio ed è fatta.
Poi, come le avrei spiegato che io sorridevo alla pioggia e non a lei?
Meglio così.

Per la giornata mondiale della Poesia…

Avevo scelto due testi che non ho letto. Troppo stanca per uscire di casa e andare all’Officina.
Perciò le condivido qui con voi.

Enjoy.

 

Qualche parola sull’anima di Wisława Szymborska

L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.

Giorno dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.

A volte
nidifica un po' più a lungo
sole in estasi e paure dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.

Di rado ci da una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
e anche questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno alla chetichella.

È schifiltosa:
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
E’ presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.

E speriamo che piova…

Non voglio dire per tutto il tempo, questa notte sola…

Ieri scambio di sms con Bogodan. E con un’altra mia amica che dopo 13 anni si è lasciata dal marito.
Bogodan è stanca di stare da sola. L’altra mia amica è terrorizzata da questa improvvisa solitudine.
E se dicessi che nemmeno io me la passo bene?
I discorsi qui, sono deprimenti. Ed è altresì evidente che devo ancora raschiare il fondo del barile. Ma staremo a vedere. Ogni tanto boh… sembra che compaia una luce. Ma è solo un gioco di specchi, o un’illusione.

quando c’e’ brutto mi ami piu’ forte, mi dici vola…

Mi chiedo da dove spunti questa strana forza. O cocciutaggine. Od ostinata resistenza. Più probabile, un senso di abnegazione inspiegabile.
“Quanto puoi andare avanti così?”
La gente, giustamente chiede. Me lo chiedo anche io in verità. Intanto il tempo passa e i famosi sei mesi sono diventati quasi due anni.

se vuoi partire non aspettare, vedrai che appena ti alzi un po’ comincio anch’io a volare.

Ieri non ho chiuso occhio. La testa affollata. Pensieri che generano pensieri, e ancora pensieri. Così, il tempo è passato. Le ore anche. La notte è diventata un tempo per muoversi. E il corpo protestando si è messo in moto. Anche il peso si è messo in moto. La mandibola. Tutto.
Almeno adesso non è più tanto freddo. Le mani fanno un poco meno male. Ma la stanchezza… quella non passa. E se non dormi, si alimenta, sfindendoti.

Sono le 6.26 di questo marzo appena iniziato.
Da ieri non trovo il silenzio che mi necessita per stare bene.
Speriamo che piova. Almeno spunterebbe un sorriso.

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