Ma tu ti ecciti? (Postato su Legami ieri)

“Ma tu ti ecciti con l’amore violento?”
Amore violento. Per quanto sia sbagliato definirlo così, mi piace il suono che ha.
Forse è l’ossimoro involontario nella frase, forse quell’termine: amore, così vicino al violento, da mescolarcisi e diventare qualcosa altro.
Mi eccito si. Ma non è quella cosa che intendi tu. Non sempre la fica si bagna. A volte è semplice desiderio, connessione, come quando sei innamorato e ti basta anche l’odore dell’altro per provare piacere. E non è sempre lineare. Mi capita che sto facendo altro e poi con la coda dell’occhio ti vedo occupare il mio spazio prossemico.
Ed è li che comincia l’amore violento, il non lugo dove io e te ci trasformiamo, lo spazio dove quello che desideri tu, lo desidero io e viceversa.
Per questo amo guardarti negli occhi mentre ti stupro la pelle.
Mille piccoli peni d’acciaio che entrano ed escono, in un ritmo scandito dal respiro.
Farà male? Si. Si che farà male, perchè voglio che faccia male. Lo pretendo.
Inspira, entra, esce, espira, entra, esce.
Un ago, due aghi, tre aghi.
Il primo te lo aspetti, il secondo lo assapori meglio, al terzo ti rilassi.
“E a te eccita l’amore violento?”
Quattro aghi, cinque aghi, sei aghi.
A volte mi sento una sartina alle prese con un abito di pelle.
Fa male? Non mi rispondere, lascia che guardi oltre le fessure dei tuoi occhi.
Te ne sei già andato? Mi lasci sola, guardiana mio malgrado del tuo sarcofago umano.
Ventuno aghi, ventidue aghi, ventitré.
Quando finiremo saranno quasi cento.
Quasi cento fiori di sangue. Una pioggia.
La saliva aumenta. Ecco si, adesso mi masturberei, mi infilerei le dita nella fica se potessi, ancora sporca di disinfettante e sangue, quel poco che esce mentre infilo l’ennesimo pene di acciaio sotto pelle.
Sei bello così, vestito di aghi, una tela ricolma di fiori rossi che aspettano di fiorire.

“Mi piace il tuo amore violento…”

Dimmelo dopo, quando i piccoli fiori si apriranno.

Corri a cercare riparo nel tempio dell’amore
Corri per un altro è lo stesso
Perché il vento soffierà il mio nome e farà crollare le tue mura

Grand Guignol

3 febbraio 1922

Sono le 23.00 e le campane hanno appena suonato il cambio dell’ora.
C’è fumo nel teatro, una nebbia fitta. L’aria satura di odori, cavallo, abiti bagnati, acqua di colonia pregiata mescolata a sapone e corpi lavati male.
Il locale non è enorme, si entra da una porta centrale, due scale a lato del grande bancone d’ingresso, alle pareti boiserie pretenziose in velluto grigio e legno,  qualche ritratto di artista, la luce è gialla, lugubre.
Salite le scale si accede alla balconata, e da lì alla platea scendendo una breve scalinata centrale che divide in due la stanza.  Ai lati del palcoscenico,  quattro palchetti nascosti da tende, al posto delle poltroncine vi sono dei divanetti  in velluto rosso.
In uno di questi, alla destra del palco, un uomo e una donna, attendono l’inizio della rappresentazione.
Ci vanno spesso al Gran Guignol, arrivano in carrozza, non depositano i mantelli al bancone, ma salgono direttamente, e solo in quel piccolo spazio di tre metri per due, si tolgono cappello e mantello.
Siedono composti sul divanetto, in ombra.
Una piccola orchestra di sei elementi, suona un motivetto allegro, una giga.
Sul palco compare un uomo. E’ truccato in modo grottesco, sembra una bambola, si rivolge al pubblico della platea, quello che ha pagato meno ed è anche il più rumoroso. Li invita al silenzio, si profonde in inchini allargando le braccia. Per ultimo si volta verso il palco. L’inchino si fa ossequio.
Inizia la rappresentazione.
Un uomo grosso, con dei folti baffi posticci, evidentemente il cattivo, brandisce un pugnale. La musica sottolinea il momento. Sul tappeto una bambina sanguina copiosamente. Dall’altro la coppia vede cose che dalla platea non si notano, per esempio che la bambina è una nana, che il sangue è troppo rosso per essere vero. C’è anche odore di zolfo. Esce dalle quinte, un grande telo che riporta il disegno di una stanza di manicomio.
La donne in sala emettono gridolini di spavento, qualcuno sobbalza quando le luci si spengono, e dal proscenio esce il Fauno.
In lontananza suona la mezzanotte. La gente esce commentando l’orrore, ridacchiando per superare la paura.
Loro, finiscono di bere lo Champagne, e quando il teatro rimane vuoto, ballano.

 

Trash Hsart

Scambio di messaggi pecorecci con amica.
Secondo lei, il sesso occasionale alla traditora (ossia, con improvvisazione) ti costringe a tenere casa in ordine, poiché non si sa mai.
In effetti non fa una piega. Il postulato della sottoscritta, dice anche, che è meglio essere da soli. Perchè quello che si genera in entropia, è di uno. Mentre se si è in due a generare disordine, e si deve ricevere l’amante, si corre il rischio di dover facchinare per due. Non buona cosa.
Esito dello scambio: meglio due trombamici occasionali, che non un uomo fisso che fa disordine, o peggio ancora un uomo fisso e un amante.
Come siamo filosofe noi due, non è filosofo nessuno.
Ma mi capita spesso. Soprattutto se mi confronto con i segni d’aria. Noi Bilance, loro Gemelli e qualche volta l’Acquario che ogni tanto si sveglia e dice la sua.
Vabbé se c’è una cosa che si sa di me, è che amo la pioggia, adoro i gatti, sono un’olfattiva e detesto i Gemelli. Ma più in generale detesto l’umanità. Puzza. E nemmeno poco.

Ma tornando ai trombamici (no non sodomizzatori di poveri micini indifesi) appunto, meglio tanti e allegri, e mai, mai, mai, dirottarsi in quello che definirei la vera e assoluta tomba dell’amore: il cofano con il cadavere dentro.
Uomo pantofolaio, skysport munito, con potere illimitato sui canali tematici.
E’ la fine.

Meglio, molto meglio, un uomo che ti vede. Non solo che ti “guarda”.
Meglio uno che ha un’erezione appena ti vede, non perchè sei una stratopassera, ma perché l’ormone che ancora canticchia “Sex on Fire”  suggerisce al suo unico neurone acceso,  di ficcare la faccia tra le tue gambe.
Eh ci sta… Ci sta proprio.
Meglio un uomo che sorridendo come un ragazzino davanti alla teglia di tiramisù, ti mostra il fulcro del suo precario baricentro,  dicendo “ci limoni un pò?”.
Non ipocritizziamoci. Di che si sta parlando da ste parti?
Oh si, di cofani con all’interno il cadavere.

Non se ne abbiano i Signori Uomini (maiuscolo d’ordinanza per Captatio Benevolentiae), so che LorSignori hanno l’equivalente femminile, ossia la cofana. E per quanto si impegnino a mostrare entusiasmo, dopo un po’ escono a cercare un luogo meno ostile dove ficcare la faccia, o meglio ancora il suddetto fulcro.

L’invisibilità che fa male è questa. Non solo quella sociale, che già di suo, è un bel dire, ma soprattutto quella affettiva. Essere trasparenti per chi, ad un certo punto, ti ha scelto e staziona sul tuo divano. Sia esso uomo, o donna.
Essere invisibili, silenti, come entità di cui si conosce l’esistenza, ma caparbiamente ci si ostina ad ignorare.
E poi mi chiedete perchè ho una sessualità tanto deviata.
Ehhhhh

 

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Mutant Story

Sono righe che aspettano da un po’ di essere scritte.

Click play: Golberg Variation – Bach

La vita è ovunque.
Un virus malefico che ti si attacca addosso, facendoti ammalare. Gli esseri migliori su questo pianeta, hanno la vita negli occhi.
Non so spiegare: è l’immagine del vampiro che si è nutrito e ha la sclera nera, satura di sangue.
E’ vita. Una dose enorme di vita vera.
Gli occhi, quando sono vivi, sono in diretta connessione con il cervello, lo stomaco e si, anche con i più profondi recessi della paura. Sono gli occhi che mostrano il male, la sociopatia, il terrore.
Perchè i virus mortali, come la vita, portano con sé frammenti di orrore.

Lui tiene sempre gli occhi bassi. Non fissa mai direttamente, sfuggente.
Ma d’altronde è di natura sfuggente.
Ripenso all’oppio, all’assenzio, allo sguardo che smette di fissare ed inizia a vedere.

“Finisco qui e poi tocca a noi due”.
Cenno di assenso.
Poi la gente si ostina ad attaccarsi addosso ai miei vestiti.
Gioca? Giochi? Giochiamo?
Lanci la palla e mille cagnetti abbaianti ti riportano il giocattolo, scodinzolanti.
Ma quell’anima al buio, in attesa, non scodinzola affatto. Non è cane. E’ Lupo.
La palla non gli interessa. Preferisce la carne.
Si spoglia senza problemi. E’ cambiato. Più fisico, anche se non credo sia un bene.
La sua fisicità più presente, nasconde ancora di più la sua natura. Chi si fissa sulla scatola non nota il contenuto.
Astuto. Ma non me la fai.
Possiedo un’anima antica quanto la tua.

E’ tranquillo. Sono tranquilla. Non so spiegare: abbiamo quasi lo stesso odore. E questo è tranquillizzante.
La mia nemesi piega la testa in avanti. Disinfettante. Ride. Rido. La gente sparisce. Non c’è più nessuno.
Inizia.

In sottofondo Depeche Mode, Marilyn Manson, Rammstein.
Canto le parole di Annie e con la voce di Marilyn.

Click play: Sweet Dreams – Marilyn Manson

Amico mio.
Come te lo spiego? Come ti dico quello che sto per dire?
E’ il trionfo di chi non vuole annegare. E ogni istante la pelle urla il suo no al virus vita.
Lo senti?
Senti l’aria che passa sotto pelle? L’esoscheletro?
Senti che ti sto toccando dentro? Che le mie dita d’acciaio bucano la pelle, ancora e ancora, e ancora…
Ti fotto la pelle Amico. La pelle.
Te la lacero, te la taglio. E lei canta. Racconta. E tu non puoi farci niente. Nemmeno io posso.
Solo lasciarla andare.

Un ago.
Entra ed esce.
Due aghi.
Tre aghi.
Il numero sale.
Dieci aghi.

Toc toc toc.
La connessione è totale. Non c’è niente da dire.
Intorno solo chilometri di deserto e detriti. Le uniche ombre vive noi.
Il carapace si forma. Lo scheletro, l’impianto. La pelle sollevata è sexy, erotica. Ti leccherei.
Leccherei ogni singolo rilievo di pelle. Ogni singola ferita.
Le mie pupille si contraggono.
Le tue, si dilatano.

Quindici aghi.
Entra ed esce.
Sedici aghi.
Entra ed esce.
Diciassette aghi.
Il numero sale.
Venti aghi.

La tua schiena. Vorrei fosse la mia.
Siamo entrambi un disegno unico.
Io gli aghi li porto anche ad inchiostro.
Ganci per la precisione.
Per questo desidero. Vorrei che ogni lembo tuo, fosse mio.
Amo il gesto. Piega l’ago, pizzica la pelle. Entra ed esce. Piccole dita d’acciaio.
Entrano ed escono con laido compiacimento.
E quanto sperma rosso sotto che si muove.
Nessuno sa. Solo io vedo. Solo tu senti.
Se il cielo si aprisse, vorrei che cadessero migliaia di aghi in una pioggia dolorosa.
E se ciò accadesse, tutto si purificherebbe.
Ventisette aghi.
Entra ed esce.
Ventotto aghi.
Il numero sale.
Erano 29. Ventinove sottili intelaiature.

L’impianto era completo. L’esoscheletro funzionante. Il fondo toccato e la fase di risalita ancora distante.
Tocca a te.
Finalmente, avviene lo scambio.

Click Play: Stirb nicht vor mir – Rammstein

Non ti sfilo l’armatura. La tieni addosso.
Il deserto è ampio attorno a noi. Anche il quotidiano è distante.
Lasci entrare ed uscire gli aghi. Un dolore. Piccolo. Poi la pace.
Sento la pelle tendersi e protestare. Poi il silenzio che diventa una canzone.
“Da quanto tempo nessuno ti tocca?”
Eccolo il contatto. I miei piccoli amici. I miei tesori.
Tu. Io. Strumenti.
Loro prendono vita.
Come gli occhi dei vampiri che si riempiono di sangue.
Le sclere, i piccoli corpi cavernosi, ricevono il dono.
Noi strumenti.
Loro vivi.
Il virus… lo senti? Maledetta vita.

Ho voglia di piangere di gioia. Ho voglia di sentire la pelle che si lacera del tutto, vedere il mio scheletro bianco danzare.
Ho bisogno di questo dolore.
Grazie.

La gente compare all’orizzonte. E’ ora di finire.
Sfilare l’esoscheletro è un momento importante. Sanguinerai. Sanguineremo.
E io dovrò costringere la mia fame nel buio. Nella notte.
Ed eccole li le piccole cascate fiorire.
Di una bellezza commovente, scivolano sulla pelle.
Fiori scarlatti, fatti di materia degna di Re.
So che in quell’istante ti sei innamorato.
Hai provato l’amore per quelle scie dolci che scorrevano calde sulla pelle.
So che in quel preciso istante, hai capito il mio linguaggio.

Gratitudine.
Per esserti lasciato andare.
Per avermi riportato i miei piccoli amici.

 

Per te:

I need your skin

Le notifiche di Fb sono una trappola.
“Tizio ha cambiato il proprio status” – “Caio ha cambiato la propria immagine”.
Dovrebbe comparire la dicitura “Warning – la curiosità uccide”.
Lui la foto la cambia spesso. A volte è il suo lavoro, altre un filo di narciso compiacimento.
Ha ragione. E’ bello e consapevole.
Se potessi disegnare l’uomo ideale sarebbe lui. E’ intelligente, brillante, talentuoso. Mi piace anche la sua pelle, la sua pancia, le gambe muscolose. Ha anche un buon odore.
Meglio non andare a curiosare, meglio non guardare, meglio non possedere e desiderare.
Ma le notifiche sono li, ti dicono che si muove, che esiste, che su questo pianeta lui occupa uno spazio preciso e sa della mia esistenza.
Un adagio cinese dice che ogni persona è come una mela tagliata in quattro. E che esistono ben due quarti di mela che aderiscono perfettamente.
Lui non è il primo quarto di mela che incontro. E nemmeno il secondo. Evidentemente ho una forma regolare che permette a più quarti di aderire a me, o semplicemente sono un frutto mutevole. A volte mela, altre pera, altre un verde kiwi brillante.
E’ anche vero che poi i miei quarti non sono poi così numerosi. Ma comunque più di due.

Stamattina, avevo decine di notifiche. Ieri non mi sono collegata e dunque il piccolo mondo che segnala i movimenti dei contatti mi dava oltre un centinaio di notizie. Molte di sue. Usa FB come una vetrina per il suo lavoro e normalmente non le apro nemmeno limitandomi, quando proprio mi voglio far male, alle modifiche o aggiunte di foto. Fisso quella faccia qualche istante. Poi, quando il desiderare, comincia a grattare il fondo del plesso solare, allora chiudo e leggo qualcosa. Cerco di scordarmi la sua faccia.

Penso spesso che se fossi un uomo, vorrei essere come lui.   E forse per questo che mi piace così tanto, perchè in lui ci sono cose che in me mancano, compresa la capacità di prendere a morsi la vita.
Non penso che affrontare la vita in modo aggressivo sia tipico maschile o femminile. In lui questo atteggiamento è visibile e ben chiaro. In me, questo lato emerge solo quando sono con le spalle al muro, stanca di buscarle e di portare pazienza.

A pensarci bene, ho sempre desiderato uomini che avevano le caratteristiche di cui mi ritenevo e ritengo carente. Compensazione? E’ così un po’ per tutti? E’ questa costante ricerca del platonico amore che ci fa desiderare qualcuno?
Di fatto lui è sexy, fisico, divertente, ha una faccia imperfetta, occhi scuri, mani nodose e nervose e un fisico asciutto, come le sue mani.
In comune abbiamo solo gli occhi e un’anima pornografa.
No non pornografica. Pornografa…
M0889___27919

 

U can play with me?

Listening: Pain – Dirty Woman

Strane cose stamattina.
Piove, ed è un momento intimo per me. La notte, la pioggia… ho sonno e sento la pelle indolenzita.
Penso all’alba, a quando a tutto è finito e finalmente potrò andarmene a casa, fare una doccia calda e infilarmi a letto.
Stasera ho un corso. Altra scrittura. Altre cose da raccontare.
Comincio con scrivere questa pagina, anche se so che verrò interrotta mille volte, e quando cliccherò su “pubblica” l’alba sarà arrivata già da un po’.
Sono le 5.30. Il lavoro grosso è già finito, anche parte delle pulizie sono state fatte. Ora terminano gli altri, io mi rifugio in ufficio, mi preparo un the caldo, apro qui.
Stavo, qualche istante fa, controllando la bacheca del profilo kinky. Di link in link arrivo sul blog di una mia amica, una slave. Leggo quello che scrive del gioco, del sui Signore, delle cose che prova, del dolore.
Mi sembra di entrare nel sui privato, usarle quasi violenza. Lo so, chi scrive e pubblica lo fa per essere letto. Ma so anche che l’esibizionismo blogghistico si manifesta con lo spamming generale su qualsiasi mezzo.
Lei invece non mette quasi mai il link in mostra. Se si vuole leggerla, o si capita per caso, o la si conosce abbastanza da trovare le rare briciole che semina.
Stamattina dunque ho letto qualche suo post recente.
Dopo tanto tempo, mi sono emozionata. Mi è salito il magone. E ho invidiato.
Anche i miei slave storici scrivevano cose simili delle nostre sessioni.
Raccontavano, emozionandosi anche dopo, dei nostri giochi.
L’ultimo è stato Frà. Scriveva (e scrive) in modo strano, ruvido, ma nelle sue parole ritrovavo l’energia e la pulsione che solo “noi” che le viviamo davvero e non come esibizionismi sappiamo generare.
Rituale. Atmosfera. Parole, persino le parole, vengono selezionate, scelte.La musica. E il cibo, gli odori…
Tutte cose che si possono creare solo se chi vive l’istante è coeso con gli altri.
Tutto è “dentro” la cosa. Non vi sono osservatori esterni. Tutti sentono.

La cosa curiosa è che ieri mi arriva un sms.
“Necessito di situazione SM teatrale…”
Una frase così agli occhi di chi non conosce sa di artifizio.
Ma per me e per chi c’è stato, sa che di artificiale non c’è proprio niente.
Ore di studio per una scena, costruzione della zona di gioco, strumenti, posture, tempi… Ogni cosa viene studiata a tavolino.
Loro, gli agnelli, non immaginano nemmeno cosa può scaturire dalle menti dei lupi.

Ecco… ora sento lo stomaco che si attorciglia. Ansia, attesa, necessità.
Torno all’ultimo SM teatrale vissuto. C’era anche Mi.
Fu il Golgota. O forse Macbeth.
Ore di lavoro. Poi loro, gli agnelli, in un attimo hanno consumato ogni piccola energia.
Il pasto, preparato per loro. Per la loro luce.
Noi, prima tre, ora due, ci siamo estinte come candele consumate.
Ogni volta che la scena si manifesta, ogni volta che le quinte si alzano, tutto il nostro lavoro brucia in un istante.
Ci ritroviamo poi esanimi… sfinite.

Ogni gioco vero, necessita di teatralità. Che sia uno a uno, che sia una scena più strutturata, con più attori.
Ma devono recitare tutti, nessuno può sottrarsi. Nessun regista, nessuno ad assistere passivo. Se accade si viene epurati. Normale. Doveroso.

Tornando ad oggi, ad ora…
Sono quasi due anni che non ho uno schiavo di proprietà.
Non possiedo.
Certo ho giocato, ma sempre con liberi battitori e come libera battitrice.
Ho consumato la loro carne in piedi, come in un fast food. Sazia di cibo spazzatura, non è rimasto niente, nemmeno lo scontrino della consumazione.
E’ da aprile che non gioco. Prima l’intervento, poi i ritmi di lavoro…
Potrei dire che sono circa due anni che non faccio l’amore, sarebbe la stessa cosa, avrebbe lo stesso significato.
Il lungo periodo che mi ha allontanato dalle mie pulsioni, mi è crollato addosso leggendo le parole di un’amica.
E ora mi sento vuota…

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