Difficoltà

Ovunque vai ti dicono: scrivere è difficile.
Non sono d’accordo. Scrivere è facile, soprattutto se sei una grafomane, una scribacchina, una persona che ama proprio i gesto di scrivere o di raccontare. Indipendentemente dall’italiano o dalla qualità delle cose che scrivi, se interessano o meno.
Qui interviene il blog. Non è un giornale, non è un libro, non è un racconto, non è un diario. E’ un non luogo dove la natura dello scrivere prende forma.
Ha delle regole specifiche: post brevi, possibilmente interessanti, meglio se conditi da pruderie. Poi certo, se sei un* che ci sa fare, allora scrivi quello che ti pare. E funziona proprio perchè assume la forma di una terapia, una catarsi.
La verità vera, quella che nessuno ti dice, è che scrivere bene è difficile.
Questo si. Avere qualcosa da dire, dirlo bene, prendersi la responsabilità di quanto si sta narrando, interessare e coinvolgere, essere importanti proprio perchè ci si assume la responsabilità (perdonate la ripetizione) di essere un documento. Una storia, se raccontata bene, è una forma documentale. Parole che hanno la capacità di emozionare, di essere vibranti e dunque trasmissibili. Rimangono. Se si è davvero bravi, la scrittura, quella bella, quella importante, resta.
A questo punto mi assalgono mille dubbi. Leciti? Non so. Di fatto, confrontarmi con altra gente che scrive, mi rende pensierosa, meditabonda, mi lascia preda di dubbi.
Faccio parte di due collettivi. Hanno entrambi il medesimo obbiettivo: un romanzo a più mani (anche se uno dei due mi sembra a più zampe) sulla città.
In uno dei gruppi c’è, nonostante la nausea da ripetizione, una sorta di spirito di corpo, la volontà di sostenersi, nonostante la fatica. Se uno di noi rimane indietro, gli altri si prendono la briga di proseguire si, ma di non voltare mai le spalle, in attesa che anche il più lento si metta al passo. Si gioisce delle vittorie altrui, dell’evoluzione, della meraviglia della scrittura. E sono tutti amatoriali, nessun professionista.
Nel secondo gruppo, c’è macelleria. Un melting pot di pubblicatori compulsivi, scrittori, grafomani e anime perdute tra frasi e parole.
Nel secondo gruppo, c’è una mancata propensione all’ascolto. L’ego la fa da padrone. Nessun aiuto se non quello di pignoli appuntini.
Non mi ci sento parte. Non mi vedo congrua al gruppo. In sostanza, per dirla chiara: non c’entro un cazzo.
E vivaiddio!

Lessons

Stanotte collo spezzato.
Ho un male che nemmeno un OKI e un cerotto medicato, riescono a mitigare.Ho anche una vaga nausea, ma credo dipenda da quel pezzetto di dolce che ho mangiato per colazione. Mi gira per lo stomaco da un’ora buona ricomponendosi e scomponendosi a cicli regolari.
Ieri sera bellissima lezione sulla scrittura teatrale.
Al circolo c’era Antonino Varvarà.
Clamorosamente bravo.
Avevo tentato un corso di teatro con lui, ma poi è successo il finimondo, così ho archiviato la cosa. Carenze di fondi e di attenzione non sono buone alleate per l’arte.
Poi questo incontro. La fascinazione.
Bellissima lezione, con analisi di testi teatrali.
Non ho mai pensato di scrivere per il teatro. Lo trovo complicato. Varvarà però mi ha incuriosita. Ha dato un lavoro da fare per il 2 di dicembre. Dobbiamo scrivere una piece unica. Le tre scelte andranno in scena al teatrino di Marghera.
Ritorno a dire: non scriverò per il teatro. Ma l’idea di cimentarmi su una cosa così complicata mi stuzzica.
Di contro sto combattendo contro i miei ritmi circadiani, visto che sono costretta a vivere con un costante jet lag addosso. Ho persino difficoltà con quel fottuto romanzo collettivo che tanto amo, quanto mi sta rendendo la vita complicata.
Di fatto, è la prima volta che mi cimento con la scrittura seria, non un blog, non un raccontino tanto per fare. Ho a disposizione un intero capitolo tutto per me, ho una storia decente da raccontare, apprezzata da tutti, ho le parole per raccontarla. Ma sono così stanca che non riesco più a scrivere con la mia voce.
Mi assalgono dubbi di ogni tipo. I tempi verbali vanno bene? La prima persona? Ma non è meglio un flashback?
Amo così tanto il mio blog… e porcaputtana io non ho mai voluto fare la scrittrice… Solo che il cosmo pare se lo aspetti. Sembra che le persone vogliano, esigano che io debba in qualche modo arrendermi a questa sorte.

Ho la mia storia in forno. Ogni notte arrivo, e mentre gli altri parlano di argomenti che ho smesso già da qualche tempo di ascoltare, mi racconto cosa succede. Chi sno i miei personaggi, perchè si muovono nella mia storia.
Ci vorrebbe qualcuno che scrivesse i miei pensieri appena sorgono, perchè poi arrivo in ufficio, contabilità, e poi a casa, stanca e disfa, senza più nessuna energia da spendere. Lascio scorrere troppo tempo tra l’alba del pensiero e la possibilità di scrivere, poi viene il tramonto. E dimentico.
Lavorare di notte inceppa il cervello. Favorisce le storie, ma anche le cancella con il sorgere del giorno.
I rumori del quotidiano, soffocano le vere idee. E io esausta desidero solo dormire.
Potrei scrivere nei fine settimana, ma dopo 5 mesi di inattività da salute prima e da ritmi sballati poi, mi sono persa la vita e la voglio recuperare, così, con uno sforzo disumano, mi sono imposta la biennale da esaurire prima della chiusura. Cammino per Venezia facendomi ispirare. Entro in palazzi, guardo opere esposte ma soprattutto ciò che accade attorno a me, alle persone, ai suoni. E immagino…
La letteratura salva la vita? Si.
La fantasia salva la vita? Si.
Immaginare salva la vita.
E alla fine anche scrivere lo fa. Solo che è tanto tanto faticoso.
Ho deciso anche di aggiornare le cose da fare prima di morire…

Devo aggiungere:

  • terminare il romanzo collettivo
  • corso di lettura espressiva con Varvarà
  • corso di teatro
  • scrivere finalmente questa storia che mi sta perseguitando da troppo tempo. Evidentemente è quasi a maturazione
  • imparare a fotografare. Conosco fotografi così bravi e talentuosi, veri geni, e ancora non mi sono abbeverata a cotanta bravura. Ma checcazz… (tutto attaccato)
  • aggiungere la sezione ricette a sto blog 🙂 (eddai che vi piace eh? eh? eh?)
  • innamorarmi…

Per ultimo ma non meno importante… domenica ho terminato di leggere questo libro:

zardi
L’avevo acquistato questa estate per farmi compagnia nella convalescenza.
Ma quando si sta male, non si ha voglia di leggere e mi sono drogata di Medical drama e di CI su Sky.
Poi il lavoro di notte…
Così ho iniziato a leggerlo due settimane fa.
E dico: è un libro bello.
No non “bellissimo” che sa di entusiasmo da groupie.
E nemmeno “carino” che è il termine che uso quando qualcosa mi piace ma mi lascia perplessa.
E’ proprio bello. Perchè sono belle le parole. Sono state scelte con cura,e portano nella loro bellezza, tutto il dramma e la forza che contengono.
E’, credo, destinato a diventare uno di quei libri da citazione. Non so se l’autore ne sarà contento. Io lo sarei 🙂 .
L’ho letto dopo “Cartongesso” di Maino. E avevo un pò il terrore di trovarmi davanti ad un altro libro indigeribile.
Invece no. La sensazione è di essere un’orfana.
Se non l’avete letto vi invidio. Perchè potrete emozionarvi.

L’uomo dietro la tenda

Credo che mia mamma ci abbia assemblati con cura.
La Loredana da giovane lavorava a lume. Faceva perle e tasselli per mosaico, ed era anche brava. Poi ha conosciuto mio padre e ha messo in cantiere una famiglia. La passione per i mosaici però le era rimasta.
Così ha creato noi, scegliendo con cura i tasselli e i colori con i quali darci forma.
A guardarci, noi tre, non sembriamo certo parte della stessa famiglia.
Fabio per esempio è biondo con gli occhi azzurri. Da piccino aveva i capelli quasi bianchi.
Al mare capitava spesso che i turisti si rivolgessero a lui parlandogli in tedesco, e rimanessero stupiti quando lo sentivano parlare in un italiano misto dialetto con mia mamma.
Igor invece è scuro come me. E’ il più piccolo di noi tre, ma solo di età. Il tempo lo ha fatto lievitare oltre il metro e novanta.
Ha una macchia rotonda di capelli bianchi, un tempo le chiamavano “voglie di latte”. La sua, si trova sulla sommità del capo, e sembra che indossi una papalina.
Io sono la primogenita. Capelli neri, occhi scuri, e sono anche l’unica femmina. Anche io ho una voglia di latte. Ma ce l’ho vicina all’ombelico. E ad oggi i miei capelli sono pepe e sale. O meglio la sarebbero se li lasciassi crescere.
Mia madre ci ha cresciuti da sola, con enormi sforzi, cercando di non fare mai differenze tra noi.
Mostrando la mano diceva: “I miei figli sono come queste dita. Quale posso tagliare?” – Lo diceva spesso. Ci amava tutti in egual maniera. Però io sapevo che in cuor suo, tra noi era Fabio che lei teneva più nel cuore.

Fabio il taciturno, che a scuola non ci voleva andare, che nel suo silenzio trasgrediva le regole, bigiando scuola, falsificando la firma del libretto scolastico, e che le somigliava così tanto.
Fabio non era il suo preferito. Era solo lo specchio di lei bambina, bionda con gli occhi verdi e mutevoli.

Tu e Igor siete più forti” mi diceva.
Non so cosa le facesse pensare questo. Me lo sono sempre chiesta, e ad oggi ancora non ho una risposta.
Con i miei fratelli ho sempre fatto squadra. Venivano con me al cinema o al mare. E le mie amiche non si sono mai sentite disturbate dalla loro presenza.
Dormivamo anche nella stessa stanza da letto.

Fabio e Igor avevano il letto separato dal cassettone, mentre io, in un vano tentativo di privacy, avevo il letto collocato tra la finestra e la porta che dava sul mezzanino che separava la camera dei miei dalla nostra.
Durante la settimana era tassativo andare a dormire dopo il carosello. Era Carmencita che ci dava la buonanotte. Dopo le abluzioni serali, in fila indiana, con in coda mia madre che teneva a manina Igor, si salivano le scale di legno e si andava a dormire.
Capitava spesso che nel buio, i miei fratelli mi chiedessero di raccontare una storia.
Qualche volta, raccontavo qualcosa che avevo letto nell’antologia scolastica, altre volte, inventavo guerre di uomini primitivi, cavalieri, eserciti romani, ma erano le storie di paura le più gettonate, in particolare quella dell’uomo dietro la tenda.
Questo uomo ogni notte, si nascondeva in attesa che ci addormentassimo per venire a rubarci il respiro, che metteva dentro ad un vaso.
Lui aveva un sacco di vasi, pieni di respiri di bambini. E i nostri erano davvero preziosi.
Mano a mano che raccontavo, mi lasciavo trasportare dalla fantasia, addentrandomi in mondi oscuri e tenebrosi, creando personaggi terrificanti, non accorgendomi che nel frattempo loro due erano scivolati nel sonno.
Puntualmente rimanevo da sola con il mio racconto, fissando terrorizzata l’uomo che ci osservava da dietro la tenda del mezzanino.
Era solo un cappotto appeso alla maniglia.
Ma mi faceva tanta paura.

Fritto misto, mettici un pò di ketchup che gradisco

Il loop. Rammstein come se non ci fosse in domani.
Funzionano sempre.
Hai voglia tu a dire, ma nooo, ci sono questi e quelli… Loro non deludono MAI.
L’attacco di chitarra mi riporta al concerto, a quanto ho ballato e cantato.
Una vecchia baba scalmanata.
Eh…
Un annetto fa, il 26 aprile.
Till, bello bello bello in modo assurdo con la pelliccetta rosa tenerone.
Cose belle Signora mia! Cose belle!

Ho l’influenza. Seria. Con punte di febbriciattola.
E sabato sono in performance al Das Lust. Attualmente il solo pensiero di mettermi ganci sotto pelle mi fa venire un brivido lungo la schiena.
Spero passi in questi due giorni, perchè davvero il Principale si sta sbizzarrendo sulla mia pelle.

Il pirzingdemmerda sta lentamente guarendo. Ma tanto lentamente. La socia che l’ha fatto prima di me  è guarita quasi subito. Io come sempre, speta e spera che poi s’avvera.Non fa malissimo ora, ma niente limoni, niente bacini (nemmeno alla nana) e niente di niente. Porcadiquellaporca…

In fine ieri sera premiazione del Borgognini. Seconda anche quest’anno. Per un capello a quanto pare.
Qui sotto, dopo il video dei miei amati posto il racconto (lo farò anche di lì lò là – ma l’accento ci va?)
Il racconto di Carmen era davvero bello. Ma stando ai gusti dei lettori se la batteva col mio. Considerato l’anno che sto passando e alla fatica che mi costa fare qualsiasi cosa, è comunque una vittoria.

Che altro dire?
Nulla da segnalare. Le cose sono tranquille. Ho solo molta voglia di giocare. Ma tantissimissimissima. Perdermi nella paura, nell’ansia, nei meandri del dolore.
Tante proposte, tanta gente, tante richieste.
Ma niente che mi faccia spuntare i canini nel modo giusto.
Altro che nymphomaniac… continua l’onda positiva del deserto dei tartari.

Stamattina per altro, mi sono trovata con una lista di messaggi con scritto “ommioddio come sei bellabellabella in modo assurdo me la fai la magnum?”
Eccerto. Come no?
Bocca a culo di gallina e via andare!

Vabbuò facciamo che posto i Rammstein e poi il racconto.

Aldo e Gianna
Aldo è stanco. In questo dicembre che avvicina a Natale, col freddo nelle ossa e oltre ottanta lune sulla schiena, si alza di buon ora al mattino.
Fa ancora la barba con un vecchio rasoio Gillette al quale cambia la lama una volta a  settimana. Si rade la faccia che ogni mattina ha un segno in più. Pettina con un pettine color tartaruga i radi capelli bianchi, si mette del dopobarba, lo stesso che usava da ragazzo quando andava in bicicletta alla Bissuola, a trovare quella che poi, sarebbe diventata sua moglie. 
Si era sposato giovane Aldo. Con la Maria. Avevano avuto due figli. Sandra, la femmina, che si era sposata con ingegnere inglese e si era trasferita a Milano. Fabio il secondo figlio, che era nato sordo, ma tanto intelligente.
 Lui si era sentito responsabile per quel figliolo e così, aveva deciso di fare dei turni doppi alla Sirma in catena di montaggio per farlo studiare alla scuola dei sordi. Aveva imparato anche lui i segni, e aveva preso l’abitudine di gesticolare molto, anche quando parlava con persone normali.
Aldo comunicava con la voce e con le mani. Lentamente, perché tutti lo capissero, e quel figlio particolare non si sentisse escluso. 
Lo fa ancora oggi, quando parla, muove anche le mani. Indica, numera, tocca. Le mani anticipano frasi e pensieri. Quando si è vecchi, la parola diventa lenta, anche se non vuoi, e la mente spesso si perde nel passato, dimenticando il presente. Le mani invece rimangono veloci. Si muovono nello spazio senza esitazione.
Indossa la camicia, la cravatta, i pantaloni di vigogna. La camicia la infila dentro le mutande, come fanno i bambini. Allaccia i pantaloni e la cintura. Infila un bel maglione marrone con i rombi bianchi. Regalo di un Natale di tanti anni fa, da parte di suo figlio. Quel figlio speciale che è sempre nei suoi pensieri. Si arrotola una sciarpa nera al collo, prende il vecchio paltò di lana verde dall’appendi abiti, lo infila. Sempre allo stesso modo, prima il braccio sinistro e poi l’altro. Con cautela, poiché la spalla sinistra è dolorante, un mese prima era caduto inciampando sul tappeto del corridoio e aveva battuto la spalla sul mobile dell’ingresso. Niente di rotto ma ora gli fa ancora male. 
Esce di casa e si avvia a passo veloce. Si ferma in centro, quel centro che un tempo era solo una strada, compra il Gazzettino e la Nuova Venezia, paga con monetine che ha l’abitudine di conservare in un vecchio tacco nero che è tornato di moda con l’avvento dell’euro.
 Arriva all’istituto Anni Azzurri, ed entra nella stanza 201. Reparto donne. 
Le infermiere lo salutano sempre, con gentilezza. Qualcuna gli sorride, un’altra gli batte la mano sulla spalla. Piano. Perché tutte sanno che gli fanno male le ossa.
Gianna è li che lo aspetta. Le assistenti sanitarie l’hanno lavata, profumata. Le hanno messo un velo di rossetto sulle labbra, un fiore di panno rosso tra i capelli candidi.
 Respira male, con un breve rantolo. Affaticata.
Aldo la bacia sulla guancia. Le stringe la mano, adagiata sulle lenzuola pulite, cambiate qualche minuto prima. La stanza odora di disinfettante, farmaci e quel persistente odore di minestrone che si sente in qualsiasi ospedale. 
Si toglie il cappotto, lo posa ai piedi del letto, e si siede sulla sedia accanto a lei, vicino a quella mano dalle dita lunghe ed eleganti.
Apre il Gazzettino. Le legge le ultime notizie. I forconi, le tasse, gente che non ce la fa più.
Commenta le notizie, rispondendo a domande che immagina possano passare nella testa di Gianna, che immobile, osserva il soffitto bianco.
“Amore hai freddo? Vuoi che ti metto un’altra coperta?”
Aldo parla con una voce calda, tenendo le labbra vicino alla guancia di lei. 
Gianna non risponderà. Lui lo sa.
Comunque prende la coperta piegata con cura ai piedi del letto e la copre. Non ha altro modo di prendersi cura di lei. Quei piccoli gesti sono l’unica ragione del suo alzarsi al mattino.
La guarda. Osserva la sua bella pelle bianca, che l’età pare non aver intaccato. I capelli raccolti, con una vezzosa frangia che le copre di sbieco la fronte.

Amore sai che mi manchi?”
Mentre parla porta la mano al cuore, come a volerlo stringere. 
Gianna sembra osservare un’invisibile ragnatela sul soffitto. Chissà a cosa sta pensando. Chissà se sente la sua voce.
Le accarezza la mano, lo fa timidamente. Quasi col timore di spaventarla.

Signor Aldo può uscire un momento che facciamo la puntura alla signora?”
La voce dell’infermiera è forte e squillante. Allegra.
Aldo esce e si appoggia al muro. 
Guarda la porta che si chiude.
I pensieri lo portano lontano. A quando, dopo la morte di Maria, scendendo le scale aveva rivisto Gianna. 
Entrambi avevano superato i cinquanta. Lei con i capelli biondi cotonati coperti da un foulard annodato sotto il mento e quel rossetto messo su labbra sottili senza particolare maestria.
”Ciao Aldo, quanto tempo…”
Ricordò di aver alzato lo sguardo che da tempo teneva basso, e di averla vista li, sul pianerottolo. 
Si erano stretti la mano, perché a quei tempi non si usava baciare sulla guancia.
”Gianna come stai? Come mai qui?”
Le sue mani erano partite, indicando lo spazio. 
Lei gli aveva sorriso e si erano messi a conversare. 
Solite frasi, convenevoli, poi qualcosa di più umano. 
Come ti va la vita? Ti sei sposata? Come sta tuo figlio?
 Solite domande, risposte date in fretta per poter fare altre domande. 


Devo scappare Gianna, ma quando lo prendiamo un caffè?”
Domani?”
Si domani. Bussami alla porta che sai dove abito. Alle tre.”
Seduti davanti al servizio buono, in attesa del caffè sul fuoco, avevano parlato del passato. Del momento in cui lei gli aveva salvato la vita. 
La memoria aveva fatto un salto all’indietro ad un estate di molto tempo prima, lui aveva quindici anni, lei due di più.
La strada era ancora in terra battuta, con l’argine del fosso da un lato e una riga di case basse tutte con l’orto dall’altra. Alla fine della strada c’era una vecchia cisterna per la raccolta dell’acqua piovana.
Le due camicie nere erano arrivate a mezzogiorno. Facevano sempre così. Arrivavano all’ora di pranzo perché sapevano che chiunque cercassero, l’avrebbero trovato in casa.
Lei gli era corsa incontro. 
“Nasconditi Aldo, di corsa, vai alla cisterna. Stanno battendo le vie. Nasconditi!”
Si era arrampicato su per la scala ed era entrato nella cisterna, con altri quattro ragazzi. L’acqua gli arrivava al collo, ed era fresca. Piacevole quasi.
Erano rimasti a mollo per due ore, prima che Gianna andasse a chiamarli. 
Zuppo e imbarazzato, si era diretto a casa.
Quella cisterna gli salvò la vita tante volte. Ma ancora di più gliela salvò Gianna che non voleva vederlo portar via perché figlio di partigiani.
Erano amici, ma l’amicizia non ferma il cuore. Quello di Aldo si era innamorato di Maria della Bissuola, mentre quello di Gianna continuava a battere per quel ragazzetto zuppo e pieno di vergogna.
Il borbottio della cuccuma, li ridestò dai ricordi. 
Si raccontarono della vita più recente. Lui le disse della sua famiglia, della figlia a Milano, del figlio sordo, della malattia della moglie. Lei gli raccontò dei genitori anziani, del fatto che non aveva mai trovato l’amore, che non era mai stata fidanzata. 
Che non aveva mai fatto l’amore.
Gli confessò che quell’incontro casuale sulle scale, l’aveva pilotato. Per incontrarlo. Per parlargli. Perché i suoi sentimenti, erano rimasti immobili, forti, in attesa che quella bicicletta che lui inforcava per andare dall’amata, un giorno si fermasse davanti alla sua porta.
Fu in quelle parole, che Aldo capì che quella piccola donna, gli stava nuovamente salvando la vita. Immergendolo in un futuro fatto di speranza. E se ne innamorò. Si ritrovò con il cuore gonfio di gratitudine e amore, verso quella donna timida e composta. Si innamorò dei suoi capelli biondi e i suoi occhi nocciola. Si innamorò delle sue labbra sottili e timorose.
L’infermiera uscì dalla stanza riportandolo alla realtà e gli sorrise gentilmente.
“Come va la spalla Signor Aldo? Le fa ancora tanto male? Vuole che chiediamo al Dottor Rizzo?”
“No Marcella, grazie, il mio dottore dice che devo abituarmi, che non ho più vent’anni”.

L’infermiera gli accarezzò piano la spalla e si diresse verso un’altra stanza.
Aldo riprese posto accanto alla sua Gianna. Il fiore di panno rosso, si era spostato cadendo sul cuscino.
 Lo raccolse e lo sistemò tra i capelli di lei. Poi le pose un piccolo bacio sulla fronte e si risedette nuovamente.

Gianna Gianna, vita mia…”
Ma lei niente, continuava a fissare la ragnatela sul soffitto. Perduta.
 Nel corridoio, le ruote del carrello portavivande, annunciarono l’ora di pranzo.
L’inserviente con i capelli rossi stipati dentro una cuffietta di carta, entrò porgendogli con un sorriso complice un pacchettino di cracker ed una mela, facendogli segno di fare silenzio. 
Era gentile l’inserviente Anna. Anche se non doveva farlo, ogni giorno rubava dalla cucina qualcosa da portargli, per non lasciarlo senza cibo.
 Mangiò i cracker e poi la mela. 
Aveva appena finito di masticare l’ultimo boccone che apparve Fabio sulla porta.
“Ciao papà” dissero le sue mani e un filo di voce nasale e bassa.
Ciao Fabio” rispose, sillabando il nome del figlio con le dita.
Il ragazzone lo baciò sulla guancia e poi baciò la piccola donna adagiata sul letto.

Come sta oggi?” chiesero le mani di Fabio.
sta come ieri, nessun cambiamento”
Rimasero in silenzio. Guardando entrambi la tangenziale scorrere fuori dalla finestra. 
“Dai papà vai a casa, resto io a farle compagnia” gesticolò suo figlio.

Va bene, io torno prima di cena”.
Si alzò e infilò il cappotto.
Baciò Gianna sulla guancia e uscì.
 Il vento con dita gelide gli accarezzò la nuca ricordandogli la sciarpa dimenticata sul letto.
Fece marcia indietro, e si diresse verso la stanza di Gianna.
 Arrivato sulla porta lo vide.
Vide Fabio in piedi, che gesticolava.
Le sue mani dicevano: 
“sai mamma, il papà non sta bene. Gli manchi. Piange tanto quando è da solo. Io lo so. Perché ha sempre lo sguardo triste di chi piange”.

Aldo rimase a guardare le due persone che amava di più parlarsi in silenzio. Lei con gli occhi spenti e lui con le mani.
 Si voltò e uscì. La sciarpa non gli serviva più.
Guccini cantava dal filodiffusione.
Cara amica il tempo prende il tempo dà… noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa… “

Già” sussurrò verso il cielo plumbeo “che senso abbia chi lo sa”.

Diana

Qualche giorno fa, parlavo di un compito dato da Tiziana al circolo.
Ecco, l’ho appena inviato e un pò mi sento male.
Forse perchè non dovevo… mah chissà.
Il compito era: perchè pensate di essere un personaggio da raccontare?

Ecco il mio:

Diana 

Ci sono due modi di guardare le persone.
Il primo modo richiede uno sguardo superficiale o magari a pelle. Osservi una persona da lontano e pensi che ti piace, che forse potresti frequentarla, conoscerla meglio, o magari ti sta antipatica, senza una vera ragione, solo perché ha degli atteggiamenti discutibili, un modo di fare arrogante, una rabbia verso il mondo che non dovrebbe esserci.
Il secondo modo per guardare una persona, implica entrare nel suo mondo o meglio ancora, nel suo cuore. Avvicinarsi così tanto, da riuscire a guardare la grana della pelle, le imperfezioni nell’iride.
Diana spesso viene giudicata nel primo modo, perché appare aggressiva, arrabbiata, fa cose che spesso non sono comprensibili.
Piace in modo viscerale, maniacale per qualcuno o sta antipatica a pelle, proprio per quelle caratteristiche che mostra a tutti, forte di una nudità inattaccabile.
Mi piacerebbe raccontarvi di lei, farvi partecipi della sua meravigliosa vita. Ma sarebbe come gettarvi della sabbia negli occhi.
E’ facile prendere le apparenze, moltiplicarle, e rendere una vita, qualsiasi vita, meravigliosa e piena di colore.
Ma lo sapete meglio di me, una vita per essere davvero degna di essere vissuta, deve essere una vita di qualità, fatta di cose, che si nascondono tra le pieghe della pelle, nelle rughe della faccia.
Perciò non asseconderò la Diana vanitosa, che vorrebbe vi raccontassi delle sospensioni, delle feste in abito da sera, dei corsi di Letteratura. Non vi racconterò dei suoi feticci, della sua necessità di essere un personaggio.
Vi racconterò piuttosto della Diana che ha combattuto e sta combattendo per cambiare vita. Che pesava oltre 150 kg e che ha scelto di vivere. O di quando si è privata dei soldi della benzina per aiutare una colonia di gatti, dove c’è una micia, Zelda che ha 24 anni, e nessun dente in bocca.
E’ ovvio che comunque la si veda, sia nel bene che nel male, il narcisismo si affaccia prepotente.
Ma quello che voglio far capire è che Diana, ma anche tutte le altre, tutte le donne che si incontrano, meritano di essere raccontate per il filo comune che le lega. Per come riescono ogni giorno a vivere la propria vita fatta di contraddizioni.
Io parlo di lei, perché la conosco bene, è una che ha mentito per il cibo, che si nascondeva per mangiare, seppellendo come i cani, le tracce del banchetto. Ciò che non si vede non è mai accaduto, e così facendo ha devastato il proprio corpo, per anni, incapace di comprendere un addio, un’assenza che ancora le fa tanto male.
Ha scelto di provarci, di gridare che voleva vivere e in alcuni momenti è rimasta sola a combattere, contro il dolore, fisico e psicologico, cercando di meritare l’affetto dalla famiglia che non la vede, o che la considera troppo fuori dai canoni.
So che le si strazia il cuore quando vede un animale maltrattato, che è diventata vegetariana per non danneggiare nessuna vita. Ogni volta che fa la spesa sorride perché, come dice sempre “niente cadaveri nel mio carrello”.
L’ho vista piangere per l’emozione di provare un cappotto di taglia normale. Quando la parola normale per lei, ha poco significato.
Sicuramente è meno intrigante raccontare questo che non di sei ganci sotto pelle, di tatuaggi e capelli rasati, di abiti da sera e spettacoli sul transgenderismo. Lustrini e
paillettes , inchiostro e acciaio. Ma questa non è Diana. E’ la proiezione che lei da di sé.
Penso che sia più interessante quella donna che ci mette la faccia sempre, per aiutare altre donne, per i canili, che macina km per stare anche solo un’ora con l’amica sofferente, preparandole un piatto di pasta e poi tornare a casa, magari nel cuore della notte. Quella donna che si fa in quattro per chi ha bisogno. Ed è anche timida, ma nasconde la timidezza dietro ad un flusso di parole. Parla di qualsiasi argomento e non la si ferma. Il silenzio, lo riserva solo a chi ha la capacità di ascoltarlo, per chi ha la confidenza e la conoscenza per meritarselo, perchè il silenzio non si regala a tutti.
Ogni persona ha dentro di se più modi di vivere la propria vita. A volte con dei ruoli, altre su dei binari o fronti, e Diana non è differente. Anche lei vive di contraddizioni e di momenti forti e lirici che fanno da controcanto a momenti fatti di frustrazione, stanchezza, rabbia.
Le hanno fatto credere che il suo essere leale, è sinonimo di scorrettezza, che il suo corpo è frutto di anni di indolenza, pigrizia e golosità, quando dentro c’era un mondo che la devastava e nessuna mano tesa, pronta a tirarla fuori da quel tunnel.
Lei ce l’ha fatta. Ha affrontato il suo mostro, e si è buttata nel buio, tendendo la mano verso chi ora, in questo momento, sta combattendo la sua stessa guerra.
Fermarsi a guardare la superficie, non è un buon modo di guardare. Ascoltare i sentimenti che arrivano dalla pelle non è un bene.
Provare ad avvicinarsi alla vita degli altri, richiede sforzo, mettere da parte pregiudizi, investire del tempo che probabilmente confermerà l’antipatia o la piacevolezza, ma ve lo garantisco è un buon investimento. Non è mai tempo sprecato, perché nelle storie delle persone c’è tanto. Un mondo che spesso ci somiglia. Condito da pazze idee sconclusionate, e la voglia incessante di vivere una vita degna di essere raccontata. E se incontrate Diana, non compatitela quando ostenta il suo coraggio di essersi sospesa con dei ganci. Chiedetele perché l’ha fatto, e scoprirete che in quel gesto, lei ha sospeso tutto il suo dolore per la mancanza della mamma, o per quei disturbi alimentari che ancora la affliggono. Ogni persona combatte con le armi che possiede. Lei usa solo il suo coraggio.

Il sonno della ragione

E’ da ieri che voglio scrivere le cose che ho in testa.

Poi, come sempre, succede dell’altro.

Tipo stamattina, volevo scrivere del compito da fare per il circolo. Che è interessante. Poi però, sono arrivata in ufficio. Non serve dire. 
A parte l’influenza che tenta di ammazzarmi con un risultato lento, a parte la carenza cronica di sonno, a parte le incazzature varie ed eventuali, le cose vanno seriamente a schifio.
Il piano di risanamento è troppo spalmato nel tempo per poter essere utile nel momento attuale.
Cazzo.

Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo e ancora cazzo!

Siamo al parossismo. Arrivo in ufficio e le facce sono quelle delle migliori occasioni: funerali, gravi malattie, diluvio universale organizzato.
In sostanza ciò che ci accade è tutto questo. In un botto solo.
Serpeggia il panico. Ma siamo bravi a camuffarlo. E soprattutto ognuno lo prova in autarchia. Silenzio. Panico. Silenzio. Panico. Silenzio.
Tutti tranne uno. Che parla parla parla, tenta soluzioni, idee, rivoluzioni. Qualcuna ha anche successo, ma finisce per schiantarsi sul tempo. Poco e davvero triste.
 Oltre che sul muro del silenzio che lo zar tiene. Massimo riserbo, qualche frase sconsolata, fuga dall’ufficio. Il tutto nemmeno tanto dignitosamente.

E così eccomi qui, malata, stanca in modo esagerato, il cuore pesante, mentre valuto prospettive future. Piani B. e sapete? Tanto per non smentirmi piango.
Ho pianto talmente tanto in questi mesi, che sono disidratata.
Negli ultimi mesi, mi sono dovuta preoccupare per tutti. Quando la parola d’ordine era “Preoccupati di te”. Mi sono dovuta preoccupare dei malmustosi, dell’azienda, delle persone che pretendono un posto d’eccellenza nei miei pensieri, dei soldi che non bastano. Di questo futuro che non so più dove mi sta portando.
Tento di salvare. Tento di dare il massimo. Anche se il mio massimo è agonizzante e richiederebbe dosi di letto da qui all’anno prossimo. Inoltrato.

Comunque tornando all’inizio, lo scrivo comunque, perchè non so se mi ricapita.
Mercoledì al circolo hanno dato, a fine presentazione, due compitini: il primo è scrivere senza interrompersi per venti minuti (flusso di coscienza?) e l’altro doveva essere su una parola presa a caso sul dizionario.
Visto che come al solito sono distratta e mi faccio bellamente gli affari miei, ho chiesto lumi: ma dovevano farlo tutti o anche gli anziani?
Al che, Tiziana, coglie al volo la mia perplessità e dice: visto che Diana il compito l’ha già fatto, e anche i vecchi, pensavo, perchè non scrivete il perchè pensate di essere un personaggio da raccontare?
Perchè io leggo gli status di Diana e ho capito da un pò che non è una persona banale, e ha una vita particolare (^_^’). Perciò siate autoreferenziali. E se volete potete anche immedesimarvi in qualcunaltro e raccontare il perchè meritate di essere raccontati.

Ci ho pensato su. E ho concluso che io non penso di essere un personaggio che merita di essere raccontato per le caratteristiche “straordinarie” che possiedo. Per le mie eccentricitità. Semmai, al contrario, merito di essere raccontata per quella parte di me che è simile se non uguale a quella di tante altre donne.
Non è importante che io sia una pervy con il feticcio degli aghi, del sangue, del gioco, che adori certe situazioni. No.
Ma è la Diana insicura, timida, che si nasconde tra le parole. La donna sola, che deve necessariamente badare a se stessa. E’ la Diana che si è distrutta arrivando a pesare 153kg quella da raccontare. La stessa che ha voluto vivere. Salvarsi. Andare oltre.
Delle eccentricità, delle originalità, beh… fanno di me solamente una persona che urla la propria esistenza. Che non vuole essere una mediocre casalinga che aspetta il momento buono per vivere. Magari con una relazione extraconiugale con un uomo che vale la metà che si è sposato ma che ancora prova del desiderio per lei. No.
Io sono Diana.
Io sono Diana.
Io sono Diana.

Imperfetta, profondamente stanca, triste. Ma capace di alzare la testa ogni giorno. E capace di dire: sai che c’è? Diamo un senso alla giornata.

Regards.

 

 

 

Tina

Racconto per il Laboratorio Estivo

Racconti e Deliri

Tina

Mi presento. Sono Andrea, ho trent’anni, vivo con mia mamma. Sono pelato per scelta, ed ho gli occhi blu. Di giorno lavoro in una fattoria nella campagna padovana. Sono vegano, e l’idea di nutrire animali che finiranno sulla tavola di qualcuno, mi fa arrabbiare.
Potrei cambiare lavoro, certo. Ma di quest’epoca, la possibilità di mantenersi è vitale. Per questo faccio il meglio che posso, tengo pulite le gabbie, nutro bene gli animali, a volte canto per loro, prima che sia ora di macellarle.
Non è una missione la mia, ci mancherebbe. Se lo fosse, aprirei le gabbie per far scappare quelle piccole anime. Ma non lo faccio.
Le mie giornate le passo così. Lottando con il senso di schifo e con la mia l’ipocrisia.
La sera poi, quando rientro a casa, inizio a cucire per Tina.
Tina è la mia parte nascosta, intima, quella vera. Quella parte di me…

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