7.14 a.m.

Appena rientrata in ufficio.
Mi duole anche il cervello. Colpa della nebbia, della merce ghiacciata, dell’acqua, dell’età… colpa mia.
Sono stanchissima, negli ultimi tre giorni ho portato a casa si e no sei ore di sonno. La testa affollata di pensieri. Alcuni belli, ma molti, troppi, marciti dalla stanchezza.
E’ un’onda. La vita dico. Un’onda che a tratti prende e che poco dopo, al suo ritorno sulla battigia, lascia qualche regalo inaspettato.

Un caffé preso, godendosi l’ultimo calore del sole, parole lasciate cadere a fiume, progetti che forse non sono nemmeno progetti veri, ma permettono di sognare.
Una telefonata. Una voce di donna che ti dipinge un futuro. E poi conferme. Tante. Ogni passo, una mano mi tocca le spalle, le mani, la faccia. Io, immobile, prendo tutto questo, facendone tesoro.
Io ho un istituto tecnico alle spalle. Era un’epoca allora, dove tutto lo programmavano gli altri. Fai così, che poi avrai questo, questo e quell’altro.
Pareva una cosa buona. Allora forse lo era. E io avevo abbastanza soldi per comprarmi la cultura. Corsi, libri, letture. Non avevo bisogno di niente perchè potevo accedere agevolmente senza pormi tanti problemi.
Poi, nel tempo, le cose sono cambiate. La necessità di completarmi è diventata reale. Studiare, chiudere dei cerchi e vedermi finalmente attribuire i crediti che merito ma che mi sono in parte preclusi a causa del mio essere claudicante. Progetti appunto. Piccoli grandi semi, buttati nel futuro, e fin troppo tempo per stare ad osservare se germineranno.
Mi sfianca anche solo pensarlo, il futuro. Perchè il presente è talmente saturo di tutto, che non oso immaginare domani. Ma nemmeno stasera, o tra un’ora.
Ieri sera, sono andata all’incontro sul romanzo per la mia città.
Ho letto il mio pezzo.
Poi le critiche, a volte giuste, altre invece un poco meno.
“Perchè non ve lo scrivete voi e io lo correggo?”
M’è uscita spontanea.
Questi suggerimenti tipo “io scriverei” – “io farei”. Già ma non l’avete scritto voi e non l’avete fatto voi.
Per non parlare dell’esordio: “E’ scritto bene…”
Il che significa: hai usato una buona grammatica. Grazie al cazzo non vogliamo dirlo?
Ops… sorry… non si dicono parolacce che poi il cosmo si risente.

Come detto, questa vita ondivaga mi sta dando anche un sacco di conferme e gratifiche. Se non economiche (sia mai!), almeno a livello umano.

Sapete una cosa? Io mi sono persa l’estate. E’ passata e io ancora non mi sono accorta di niente. Perchè qui sotto, non arriva calore, non arriva luce. Qui nella tenebra, arriva solo l’eco lontano dei molti respiri.

Omografi

Succede che la vita scorre.
Lo fa con una certa forta… un fiume in piena.
Io, inamovibile, osservo i giochi d’acqua, virtuosi gorgheggi che le gocce fanno attorno.
E’ faticoso. Faticoso alzarsi di notte, faticoso ritagliare spazi, faticoso relazionarsi in modo normale, faticoso trovare momenti di pace, faticoso non prendere una mazza, stile Lucille e darla in testa a persone che sono nate con un solo unico intento: consumare le risorse preziose di questo pianeta…
Due settimane con un urlo costante nelle orecchie: si chiude, non ce la facciamo.
Io col cuore frammentato, con un sentimento multiplo di vorrei che finisse questo strazio, ho paura del futuro, ma non ce la faccio più.
La mia compagna di vita, l’artrite reumatoide, è aggressiva e incazzata.
Cosa mi salva la vita?
Libri, libri, libri…
Leggo, scrivo, narro e poi dichiaro la mia inettitudine.
Giovedì accade che si va alla presentazione del corso di lettura. Ci vado per una mia amica. Per farle compagnia e comunque essere disponibile se servisse aiuto (lei è straniera).
Breve giro di presentazione e dopo di me, una ragazza dice che si era al corso ma che conosceva questo posto.
Da una ricerca su google le sono comparsa io con il blog, e da li ha scoperto che avevo fatto il corso con la Simo…
Fa ridere questa cosa…
Come direbbe Adam Kadmon: coincidenze? Io non credo…

Un autobus pieno di pensieri…

Ecco, questa è l’istantanea della mia testa ora.
Un selfie fatto con una telecamera interiore.
Un autobus affollato, un vocio costante, un frastuono fatto di tanti sussurri. Nessuno tace, nemmeno per un istante.
C’è chi impreca, chi legge ad alta voce, chi discute di politica, calcio, di musica. C’è chi canticchia una vecchia canzone, chi bestemmia Dio, chi mastica rumorosamente. C’è chi prega, sgranando un rosario, e chi legge le insegne dei negozi. E intanto il frastuono diventa un’onda che non si riesce ad arginare.
Pensieri accalcati che spingono per raggiungere l’unica uscita, quella centrale, dopo aver pigiato il tasto “richiesta di fermata”. Ma la bocca non si apre, le dita non scrivono, gli occhi stanchi vogliono soltanto chiudersi, ma una volta da sola, li nel buio artificiale che simula una notte che non esiste, ecco che il brusio un urlo.
Cinque anni. Cinque merdosi anni.
Tra una manciata di giorni compio gli anni, e come sempre arriva una specie di momento bilancio. Il 2017 cosa mi ha portato di buono? Cosa di brutto? Quali istantanee?
Fa ridere pensarlo, ma oggi, 27 settembre 2017, non ho quasi alcuna istantanea da ricordare, poca roba, qualcosa che occupa poco spazio.
Va bene così. Ora arriva il trimestre dove tutto si avvera o niente accade. E’ sempre così, i colpi di coda sanno essere sorprendenti, purtroppo non sai mai quale sorpresa ti aspetta, scoprire che il fondo che pensi di avere toccato, nasconde una botola e sotto c’è un altro bel pozzo artesiano, o una gioia grande, di quelle che ti fanno scoppiare il cuore.
Intanto faccio i conti con questi cinque merdosi anni.
Vorrei lo stabilizzatore d’umore del libro di P. Dick, programmarlo per sei o sette ore di pesante autocommiserazione e depressione, giusto perchè su, un piccolo premio me lo merito.
Invece no. E invece no!

Ieri sera incontro con il gruppo del collettivo Mestre.
Ieri uno dei partecipanti, parlando di un altro gruppo di scrittura, diceva che si sentiva un estraneo, nonostante fossero anni che partecipava agli incontri e alle cene di fine anno.
Ecco, ha espresso il suo sentire, ma era anche il mio, in quell’istante. Io stavo per dire a tutti: sentite, io vi ringrazio, ma non ci sto dentro. Non sono tagliata per tutto questo.
Davvero non lo sono. Scrivere dovrebbe essere un atto d’amore verso la parola, uno sforzo che viene premiato con la comprensione. Io non sono abbastanza scrittrice. Non sono abbastanza una cantastorie.
Sono solo io, sotto una montagna di pensieri e problemi.
Triste in un modo inimmaginabile, mentre da sola gioco con bambole nude.

Forse dovrei davvero mollare. Fare un favore a tutti e chiudermi a notte.
Mi basterebbe una sola buona ragione per non farlo, per tenere duro.
Una sola buona ragione.

In questo periodo non ci sono molte parole da dire.
Mi è capitata una cosa, che c’è di che impazzire, infatti ora è il momento di farsi aiutare.

Quando mia mamma è morta, sono morta anche io con lei. E’ stato un dolore infinito, così intenso che nonostante siano passati 16 anni, ancora brucia.
Pensavo che un dolore così grande non riaccade, almeno non a distanza ravvicinata… non so cosa pensavo allora, ma di fatto, per quanto riguarda la mia vita, quello era il dolore più grande che mi era capitato di provare.
Ho capito con il tempo, che è vero. Non esiste dolore più grande di quello della perdita di una persona che si ama.
Però, esistono altre forme di dolore, altrettanto devastanti, che ti spaccano il cuore e l’anima.
Sono cinque anni che combatto contro tante cose, chiedendomi se mai ci fosse una fine, se da qualche parte, ci sia un’alba. Sopporto. Sono programmata, mio malgrado, per andare avanti, nonostante questo, sia distruttivo.
La salute, il lavoro, i soldi… Un collasso totale che ad un certo punto produce l’effetto surf. Stai in bilico sulla vita, scivolandoci sopra, senza mai annegare veramente, senza mai goderti il panorama, perchè attorno hai deserto.
Non è più dolore, è rassegnazione. Non combatti più per contrastare, semplicemente ti adatti, resiliente… Finchè, persa nella lobotomia autoinflitta, non ti scontri con qualcosa che ti ricorda che sei carne, ossa, recettori nervorsi, cervello. Questo limbo diventa uno tsunami di merda.
L’anestetico svanisce, e tutto ad un tratto il dolore si manifesta in tutto il suo splendore. Un martirio.
Il corpo si accartoccia, l’anima si accartoccia, ogni frammento di te urla.
Ecco, come quel 31 luglio del 2001. Solo che stavolta è altro, un altro genere di dolore che si affaccia.
E sapete? Si sopravvive. Nonostante tutto, non muori. Perchè morire sarebbe un atto pietoso che il cosmo non ti concede.

C’è quella frase, quella che dovrebbe consolare i Santi… “Dio non ti da niente che tu non possa sopportare“…
Ecco. Se ci credessi, in Dio, se io avessi anche un minimo dubbio sulla sua esistenza, beh non ci starebbe facendo una gran bella figura. Anzi, come dice I. “Dio fa più bella figura a non esistere”.

Tutti mi suggeriscono di farmi aiutare, che è arrivato il momento di trovare uno strumento per combattere i miei mostri. Io avevo scelto l’opzione “solitudine”, sperando di risultare poco interessante al Cosmo.
Ma niente… nella sua personale lista di criminali, devo essere posizionata tra i primi.

Non posso raccontare cosa mi è successo. Ma sono la prova provata che di troppo dolore non si muore, ma si rischia di impazzire.

 

Mò valà…

Mi arriva una email. Dice che il fine settimana prossimo c’è il Festival delle Arti alla Giudecca. La Preside mi chiede se sono disponibile per un reading, e poi mi aggiunge: “saresti anche disponibile a fare due parole di presentazione del libro?”
Pensavo l’avrebbe fatta Roberto, ma forse è assente per lavoro e tra tutti la scelta è caduta su di me.
Cosa che ovviamente mi onora, oltre che a mettermi un’ansia infinita, visto che dovrò presentare quasi tre anni di lavoro collettivo.
Eppure non eravamo partiti aspirando a tanto. Però… l’avventura a quanto pare è giunta quasi al termine, e in un paio di mesi si conta di chiudere definitivamente e tirare le somme.

Due stati d’animo: la leggerezza di aver concluso, e la malinconia di lasciare un posto che amo tanto.

Feuer frei! (Aprite il fuoco!)

Stanotte il cielo esplode. Una tempesta di lampi e tuoni si sta abbattendo sulle due sorellastre e su Cenerentola.
Non piove, o almeno non tanto da lavare l’aria o i pensieri.
Ci sono nottate e nottate. In alcune, hai un male feroce addosso, come stanotte. Una tempesta di malanni che ti fanno desiderare l’oblio. Altre in cui va meglio. Il corpo risponde meno lentamente, e superi quasi con un bonus.
Prima le nottate no, erano una ogni tanto, poi sono arrivate una volta alla settimana, e adesso si presentano all’appello una volta su tre.

Ore 6.06 a.m. del 01/09/2017 sta iniziando a piovere davvero. Dopo minacce e brontolii ecco che finalmente il cielo abbatte  il suo carico di rabbia.
Sento la pesantezza delle gocce sulla città, dovrebbe albeggiare ma non lo fa. Un anticipo d’autunno dicono. Un anticipo…

Da qualche giorno hanno iniziato a grattare il cemento davanti a casa. Un macchinario infernale rimuove lo strato di cemento dal manto stradale, ogni due minuti un segnale sonoro assordante mi ricorda (se fosse necessario) che stanno lavorando e bisogna fare attenzione.
Ho comprato dei tappi in silicone. Niente. Il rumore è tale che sembra di averli in camera.
Mi privano del sonno, della pace che mi serve, del riposo. Così metto le cuffie e mi lascio cullare da un e_book  in podcast da Radio 2 (sto ascoltando Blade Runner – Il cacciatore di Androidi  Do Androids Dream Of Electric Sheep? di Philip K. Dick) con le voci originali del film. Certo manca il monologo finale di Roy Batty, ma c’è questo personaggio, Isidore, che nel film viene trasformato di J.S. Sebastian l’ingegnere genetico affetto della sindrome di Matusalemme.
Isidore è un “cervello di gallina”, ossia un umano che ha perso le sue capacità cognitive a causa delle polveri radioattive, ma è  anche l’unico personaggio capace di “empatia” e di emozioni vere, a dispetto di figure forti e violente, Isidore è tenero, struggente.
Perdonate la digressione sul libro, ma amo tanto il film e nonostante il libro sia a tratti ripetitivo, mi sono accorta che la storia riesce a prendermi anche se scritta o come in questo caso, mi viene letta.
Mi lascio portare nelle colonie extramondo, o nel palazzo vuoto di Isidore e lascio che il corpo segua la narrazione e il respiro si quieti.
Nel libro due personaggi, la moglie di Deckard, che mi pare si chiami Hira, e lo stesso Isidore, parlano del vuoto.
Vivono in un complesso residenziale completamente svuotato di umani  (ma ancora arredato) da soli. E sentono addosso e tutto intorno il silenzio di quelle stanze un tempo abitate. E’ interessante come esprimono questo disagio.

A volte anche io sento tutto questo. Quando di notte mi muovo per arrivare qui, tutta la città dorme. Ci sono io, a volte la voce di Lucarelli da Radio DeeJay, o qualche vecchio pezzo anni ’80.
Sembra che tutto sia immobile. Ci sono solo io, il fornaio che inizia a fare il pane, la proprietaria dell’Osteria del mio paese che chiude alle 2 e si siede sullo scalino esterno a fumare una sigaretta prima di abbassare la serranda.
Nella via dove lavoro, un proprietario di Pitt Bull, porta fuori il cane. E basta… una manciata di anime. E sono pronta s fidare chiunque, che la mia è quella che pesa di più in termini di Kg e di dolori.

E allora su… Aprite il fuoco…

Il peso di una notte…

C’è un’enorme bilancia. Tanto grande da contenere in un piatto, tutte le anime del giorno e nell’altro, tutte le anime della notte.
Questa bilancia enorme, grande come una città, è sempre dannatamente sbilanciata, il piatto del giorno pesa mille volte di più rispetto a quello della notte.
Panettieri, proprietari dei furgoncini dei panini unti, bar che preparano le colazioni in zona industriale, qualche camionista, i turnisti di Porto Marghera, un mare di cingalesi che escono dalla Fincantieri, l’edicolante con annesso baretto, sempre pieno, autisti di autobus, donne delle pulizie, prostitute, qualche esercizio in chiusura e la sottoscritta.
Sembriamo una manciata, rispetto a quelli del giorno. Sempre gli stessi, con lo stesso sguardo stanco, il pensiero a casa, già stampato sul cuscino e un mare di dolorini addosso, da stanchezza, poco sonno, con un unico desiderio: che arrivi l’alba e con lei il momento di stendersi sulserio e dormire.
Poi accade che uno scossone sbilancia ancora di più l’asse dei due piatti. Lo senti nettamente, perchè se si è pochi, anche un’anima in meno fa la differenza.
Ieri mattina, alle 5 chiama mio fratello, ha bisogno di alcune casse di merce.
Mi cambio, parto verso Venezia, la radio a palla, per non appisolarmi, finestrini aperti.
E’ un tragitto facile. Al semaforo, si gira a sinistra, poi si sale sul cavalcavia, e nel giro di un “zot” si è a destinazione, facendo attenzione ai tre velox andare e poi ai tre a tornare.
Perciò prima di arrivare al semaforo rallento sempre, perchè se è rosso non mi va di cambiare e se è verde, scivolo sulla corsia senza tanta fretta, godendomi i Cold Play.
Luci forti. Un autobus fermo al semaforo, non solo perchè il semaforo è rosso. C’è anche uno scooter e un’auto. A terra il corpo longilineo di una donna, a pancia sotto, un lago di sangue.
In un attimo la bilancia ha uno scossone verso il basso. Non riesco a togliermi quelle lunge gambe nude dalla testa.
I piedi scalzi, la massa di capelli neri… No non riesco.
Arrivo a destinazione pensando a quella povera donna, una di strada, una di quelle che la notte, ci ha anche provato: dai scopa con 20 euro, dai… anche con le donne io vado…
Alla fine, ci ha rinunciato, forse perchè dopo un po’ capiscono che anche se non batto come loro, sono stanca tanto quanto, e come loro non vedo l’ora di tornare a casa.
Torno indietro, il corpo della ragazza non c’è più, sono spariti anche il bus e lo scooter. Rimane l’auto che l’ha investita e la pattuglia che fa rilievi.
Uno degli agenti mi intima di fermarmi. Chiedo come sta, la donna distesa.
“E’ morta…” dice.
La macchina sembra abbia preso in pieno un palo, il muso rincagnato e il parabrezza in frantumi.
Quanto cazzo correva, penso…
Arriva tardi l’articolo, su Venezia Today. E qualche commento sotto: uno di meno.
Già, uno di meno. E intanto il piatto di noi che di notte viviamo come pipistrelli, pesa meno. Perchè un’anima, ha sempre un peso e quelle notturne, pesano molto di più…