Ingorgo

Non scrivo da un po’.
Sono le classiche giornate alla cazzo.
Inizio a mezzanotte e mezzo, finisco (se va bene) oltre mezzogiorno. Se va male, anche alle due del pomeriggio.
Le temperature collassate, e bla bla bla.
Sono quasi impazzita per trovare dell’FM2 (che assieme a Bedrocan, Bediol e famiglia) sono praticamente esauriti. Se ne riparla per metà gennaio (forse), con liste di attesa comiche.
Si sono in parte ripresentati dei dolori, costringendomi ad alzare un poco il dosaggio.

Oggi sono: 10 FM2 X 2 al giorno
8 Bedrocan X 1 al giorno
Palexia 50 X 2 al giorno (quasi concomitante con FM2)

La cosa però che mi ha tenuta lontana da qui, è stato un evento triste che si è verificato in questi giorni.
Come l’anno scorso, una persona a tre gradi di separazione ha deciso di togliersi la vita.
L’ha fatto in un modo agghiacciante. E questa cosa mi fa pensare tanto.

Sabato sera.
Ho preparato tutto.
Steso un tappeto a terra, per stendermi.
La casa è chiusa, l’allarme inserito. Sul tavolo, ho lasciato una lettera a mia moglie.
Ho scritto il numero di telefono dell’idraulico, dell’elettricista, e anche del programmatore. Meglio essere prudenti. Mi dispiace solo che non so chi suggerirle per le punture. Gliele faccio io di solito, ma adesso non potrò più.
Ho messo un’etichetta ai regali di Natale: a chi aspetta cosa.
Ho mandato un sms sempre a mia moglie, via Watsapp: scusami, l’avevo promesso, ma non ce la faccio più. Sento troppo male. Lei non legge il cellulare, se ne accorgerà a casa.
Ho capito già da tempo che nessuno mi porterà in Svizzera, anche se ho espresso la volontà di passare per Exit. Non vogliono sentirsi resposabili per la mia morte. Ci sta. Ma io l’avrei preferito. Ora però, anche se dicono di no, vedo il mio corpo deperire, e il dolore ormai è ingestibile.
Ho letto che sarà facile, indolore.
Il sacchetto con due piccoli fori per le canne. Poi il collegamento alle bombole di elio. Sono pesanti da spostare e io sono senza forze. Mi serve anche il nastro adesivo per sigillare il sacco attorno al collo.
Perchè non mi avete accompagnato in Svizzera?
Buonanotte e buona vita.
A tutti.
Io così non ce la faccio più.

Questo è accaduto.
Questo è tutto.
Buon Viaggio G.
Fa un buonissimo viaggio.

Pinsa (Pinza)

Ho appena finito di ruminare, per colazione, un pezzo di pinza (o in dialetto: pinsa).
E’ un dolce ritenuto “furbo”, ossia un dolce povero.
Un poco come la Gubana friulana o lo strudel. Sono dolci che nascono dalla povertà contadina.
Mentre ruminavo pensavo. Quando mastico infatti, anche il neurone che di solito dorme, si mette in moto.
Ieri. stavo sistemando uno dei due racconti per il collettivo veneziano. Il pc mi mandava notifiche di FB. Ad un certo punto leggo che qualcuno ha messo un like su una mia vecchia foto.
Vado a vedere. E’ una foto del 2013 del BoraSuscon. Quattro anni fa di questo periodo, mi sospendevo per la seconda volta. La prima a Tirrenia, la seconda, appunto, a Trieste.
Guardo le foto. Mi sono resa conto di quanto ho chiesto al mio corpo, quanto mi sono messa alla prova, quanto lavoro ho fatto su me stessa.
Il mio fisico, che adesso è solo un accumulo dolorante di cellule e stress, ad un certo punto ha fatto un miracolo. Ha superato una prova che non credevo fosse possibile superare.
Poi, si certo, verrebbe da chiedere: e poi? Cosa è cambiato? Cambia sapere se e cosa può cambiare e cosa no, dopo dei momenti simili?
E’ vero che da allora è cambiato molto, è cambiato tutto.
Ho aperto l’archivio foto del pc, tornando indietro, in una specie di viaggio a ritroso.
Miri. L’ho rivista seduta su una sedia a rotelle, magra e invecchiata, poi in abito da sera con una maschera, poi ad un compleanno Bacaro… Indietro. Come una Benjamin Button moderna.
Ma anche io, adesso, ieri, sciolta, grassa, capelli rasati, corti, medi,lunghi… Indietro.
Indietro anche la vita. Le persone che ho perso e non riesco a dimenticare. Quelle (persone) che mi hanno costretta ad una scelta, quelle che mi hanno voluto bene, nonostante io sia una pigna nel culo, quelle che si sono sentite ferite da me, e quelle che mi hanno volontariamente ferito.
Quanta strada dentro questa pelle che ho fin troppo poco rispettato, favorendo un edonismo dannoso, deleterio.
Voi avete mai, davvero, provato qualcosa di forte, fottutamente estremo, così lontano dalla vostra natura, o apparentemente lontano (poichè se fate una cosa significa che l’avete cercata)?
Intendiamoci, non è che io sia migliore o più brava. Semplicemente volevo fare una cosa, che per me e i miei parametri, rappresentava la follia assoluta. Il momento più alto. In questa cosa, ho trovato questo… una sorta di traslazione, trasmutazione.
Poteva essere qualcos’altro? Si probabile. Ma all’attuale non mi viene in mente qualcosa che potrebbe darmi una sensazione simile. Dovrei pensarci un poco su.

Ecco.
Forse una telefonata da parte di grande premio (Calvino, Campiello, etc) dove mi comunicano che sono tra i finalisti. Non mi interessa la vittoria, ma l’idea di essere tra i candidati. Questo però prevede che io scriva (mannaggia a me che sono re!!)
Forse un viaggio all’Avana e immersione nella Santeria, che trovo interessante come forma animistica di culto.
Forse una nuova avventura lavorativa, creativa e interessante. Per arrivare alla mia vecchiaia felice.
O… un sentimento nuovo, un gioco, un divertimento, una gioia (mai una…)… insomma qualcosa c’è, basta pensarci su.

In sottofondo Anthony con la sua voce angelica mi fa da controcanto sentimentale.
Le cose che accadono nella vita normale, sono sempre così caustiche che provo il desiderio di tornare a quell’istante in cui il dolore del gancio faceva il suo dovere. Dove un buco sulla pelle, permetteva l’uscita del nero, del buio.
Potevo dimenticare. Pulire il sangue.

Non dimentico. Non posso. Era tutto perfetto: luoghi, persone, istanti, gesto.
Ho scritto in due tempi.
Adesso mi metto a fare un editing semiserio sul collettivo Giudecca.
Mi accompagna una voce antica e moderna.
Le mani e la schiena fanno un po’ male. Ma niente di insopportabile.

Palexia 50 alle 14.00 p.m.
Fm2 8 gocce alle 16.00 p.m.
Palexia 100 alle 1.45 a.m.
Fm2 8 gocce alle 2.00 a.m.
Bedrocan 7 gocce 10.00 a.m.

Barcollo ma non mollo.

Vi posto la ricetta della pinza. Stamattina vedevo che in quattro siti diversi, la danno rispettivamente come: dolce autunnale, natalizio, dell’epifania, fino a Pasqua.
Dipende un poco dalle zone immagino, ma qui nel panificio di fiducia iniziano dai morti, fino a febbraio.
E’ un dolce contadino, fatto con le cose della dispensa.
Vi do la ricetta normale e quella con la variante in veg.

Enjoy…

Pinza (Pinsa)
Detta anche la torta dea marantega (befana) o dea putana (nel trevigiano).
Dolce povero, di estrazione contadina, si prepara durante l’inverno.

Ricetta antica:

Ingredienti:
½ kg. pane vecchio
½ l. latte tiepido
100 g. farina
50 g. zucchero
1 uovo
50 g. uva sultanina
50 g. fichi secchi
50 g. gherigli di noci
1 cucchiaino di semi di finocchio
1 cucchiaino di anice stellato (se piace)
1 mela
1 pera
1 bicchierino di grappa
1 cucchiaio di levito per dolci
1 noce di burro.

Fate bere all’uvetta la grappa.
Tagliate in piccoli pezzi il pane vecchio e fatelo ammollare con il latte per un’ora.
Preparate la frutta, sbucciando pera e mela.
Passate il pane facendolo diventare una crema. Ma anche frullarlo bene è un’ottima idea.
Amalgamate la crema ottenuta con l’uovo e lo zucchero, poi aggiungete farina e lievito.
Mescolate bene e a lungo, poi aggiungete la grappa, i fichi tagliati a pezzetti, le noci, i semi di finocchio, l’anice.
Preparate la teglia (rettangolare o quadrata) ungendola con il burro, versate l’impasto coprite con le fette di mela e pera ed infornate a forno basso (170°) per una mezz’ora abbondante, anche quaranta minuti.

A me piace unire la mela e la pera all’impasto, e aggiungere anche delle pesche sciroppate, per aggravare l’impatto calorico. Un dolce è un dolce solo se fa male solo a guardarlo.

Ovviamente sostituisco gli elementi animali con prodotti veg. Il dolce è talmente ricco che non cambia di una virgola la presenza o meno di aggiunte animali. Fidatevi.

Ricetta moderna (1)

1 l. latte.
500 g. farina mais.
500 g. farina bianca
100 g. zucchero.
200 g. fichi secchi.
100 g. uva sultanina.
50 g. pinoli.
2 uova.
1 la buccia di un’arancia non trattata.
1 mela
1 pera
1 bicchierino grappa.
1 cucchiaino semi finocchio.
30 g. burro.
Un pizzico di sale.

L’uvetta dovete sempre ubriacarla.
Tagliate la frutta secca e fresca a pezzi.
Fate bollire il latte con lo zucchero e un pizzico di sale, poi versate lentamente a pioggia la farina gialla (da polenta) e con una frusta lavorate bene. Poi togliete dal fuoco e aggiungete la farina bianca.
Fate raffreddare l’impasto, aggiungete le uova già sbattute le scorze d’arancia, i semi di finocchio, uvetta e fichi, i pinoli e la frutta (a meno che non vogliate usarla come decorazione).
Ungete la teglia quadrata col burro, versate l’impasto, decorate con qualche pinolo se volete.
Infornare a temperatura bassa, 160/170° gradi per un’ora circa.

Varianti:

Ricetta moderna (che uso più spesso)

– 250 gr di farina gialla di mais
– 1 litro di acqua
– 100 gr di farina bianca
– 60 gr di uvetta
– 130 gr di burro

– 100 gr di zucchero
– 60 gr di fichi secchi
– 40 gr di pinoli
– mela

–  50 gr pesca sciroppata o per sciroppata
– 40 gr gherigli di noce

Preparate una polenta gialla, versando la farina con l’acqua bollente. Cuocete per una mezz’ora. (Io baro con la polenta istantanea). Tenetela liquida e senza grumi. Lasciatela raffreddare.
Unite gli altri ingredienti, poi vai di teglia e infornate per un’ora e mezza a 170°.

Come vedete ci sono molti modi per fare una buona pinza, con tempi sempre diversi di cottura.
La pinza sarà cotta quando prenderà un colore marrone intenso. E’ buona fredda, tiepida o calda.
Qui si accompagna con vini autunnali: Brulé o passito.

 

 

Ho deciso:

Tengo tutto nel corpo Blog.

Azione: creare articolo
Azione: creare categoria
Azione: pubblicare piccolo diario dell’evoluzione

Distrazione: ho voglia di una ciambella, ma morissi se vado a mangiarla. Ho già messo su kg in abbondanza a causa di codesto fottuto lavoro e la ciambella…
Distrazione: Sembro ora Homer Simpson porca di quella…

Torniamo ad azione…

Si torniamo.

Parliamone…

Ho rallentato troppo il mio scrivere qui. Devo porre assolutamente rimedio, perchè questo, è un tempo che amo. Scrivere per svuotare e rilassare la mente, non dovermi tenere in memoria niente.
Fa bene. E’ terapeutico.

Adesso per esempio, ho voglia di raccontarvi della nuova cura. La Mela sicuramente è più informata di me, e conto molto sui suoi consigli, sempre che me ne voglia dare.
Sto pensando di aggiungere una pagina qui sopra con una specie di diario terapeutico, magari serve a qualcun altro.
Ma intanto vi racconto cosa è successo.

Finalmente dopo varie ricerche mi ero orientata su un’equipe reumatologica capace. Muovendo un poche di persone, sono riuscita ad avere buoni contatti e dunque mi mancava solo il tempo di condensare tutto: appuntamento, visita, eventuali esami.

All’attuale assumo 100mg Palexia x 2 al dì
Vitamina D dosaggio Protocollo Coimbra
Tachipirina 1000 al bisogno (circa due o tre volte al giorno- acqua fresca)
E sempre più spesso Oki.
E’ anche successo che qualche volta prendessi il celebrex per qualche giorno.
In tutto questo, i dolori erano passati da una copertura 80% (ossia un dolore presente ma sopportabile) ad una copertura 70% sotto farmaco, un 40% quando la copertura stava per scadere.

Un venerdì parlando con M. lui mi dice che ha parlato con un nostro amico medico e che lui ha una proposta da farmi. A questo punto, dolorante e sempre più zoppicante decido di accettare di vederlo, anche perchè meglio più consulti che uno solo.
Nel frattempo, in un gruppo di condivisione sul dolore, capita che esca l’argomento cure per la Fibromialgia, Artrite Reumatoide e simili. L’insegnante, esausta per un grave problema di vulvodinia e di fibromialgia, che le sta assassinando la vita, mi dice che è seriamente intenzionata a cominciare una cura con la Cannabis Terapeutica, almeno provarci.
Il mio amico medico, me la propone.
Cannabis terapeutica? Devo iniziare a farmi le canne?
La risposta è no. Prodotto galenico. Però, e c’è sempre un però, il farmaco ideale per me è raro, di difficile reperimento.
Ho un mare di perplessità. Mai fatta una cosa del genere, nemmeno mai fumato una sigaretta. Però… ho iniziato comunque a documentarmi. Su indicazione di questo medico inizio a cercare di capire cosa mi serve e se è possibile reperirla.
Mi chiede sei mesi. Se entro sei mesi non vedi miglioramenti riprendi la tua cura o inizia un percorso più canonico.
Cosa sono infondo sei mesi?
E come me la cavo con la cura in essere?
La risposta arriva rapida: affianca le due cure, come senti che sei a dosaggio (e ci vorrà un po’ inizi a toglierti il Palexia).
E come capisco che sono a regime? Quando non senti più dolore.
Ci sono comunque due contro: la reperibilità dell’FM2 e il costo del preparato galenico.
Decido comunque di provarci.

Ho passato una settimana piuttosto strana, pensando e ripensando a questa cosa.
Non che tema chissàcché, anzi… però è un uscire da una comfort zone, per entrare in una sorta di sperimentazione.
Sono riuscita a reperire i farmaci giusti. Sperando ovviamente che questo significhi che sarà continuativo, visto che da questa patologia non si guarisce. Si più mandarla in remissione, ma è una pessima compagna di vita.

Per concludere sabato sono andata a ritirare i flaconi. Potevo andare con comodo ieri (lunedì) ma non sapendo come avrei reagito ho preferito iniziare nel we per capire se mi dava qualche problema, tipo torpore, o se il sonno venisse modificato.
Per ora sono al terzo giorno pieno di somministrazione.
E ad essere onesta qualcosa è cambiato.
Oggi sarà la prova del nove, per capire se davvero la cosa funziona.

Per questo voglio iniziare a tenere un diario (anche se conoscendomi sarà incostante) di quello che accade. Magari può essere d’aiuto a qualcun altro saperne di più. Vero che ho scoperto ci sono dei gruppi FB molto ben documentati (ma sono nauseata dalla piattaforma social), ma magari avere un feedback in diretta male non fa.

Perciò devo solo capire se vale la pena aggiungere una categoria qui, o farne una pagina apposita sulla barra in alto.
Ci penso, e tra un poco comincio.

Buongiorno a voi che vi svegliate adesso.
Dal profondo della notte vi giunga il profumo di un buon caffé.

In questo periodo non ci sono molte parole da dire.
Mi è capitata una cosa, che c’è di che impazzire, infatti ora è il momento di farsi aiutare.

Quando mia mamma è morta, sono morta anche io con lei. E’ stato un dolore infinito, così intenso che nonostante siano passati 16 anni, ancora brucia.
Pensavo che un dolore così grande non riaccade, almeno non a distanza ravvicinata… non so cosa pensavo allora, ma di fatto, per quanto riguarda la mia vita, quello era il dolore più grande che mi era capitato di provare.
Ho capito con il tempo, che è vero. Non esiste dolore più grande di quello della perdita di una persona che si ama.
Però, esistono altre forme di dolore, altrettanto devastanti, che ti spaccano il cuore e l’anima.
Sono cinque anni che combatto contro tante cose, chiedendomi se mai ci fosse una fine, se da qualche parte, ci sia un’alba. Sopporto. Sono programmata, mio malgrado, per andare avanti, nonostante questo, sia distruttivo.
La salute, il lavoro, i soldi… Un collasso totale che ad un certo punto produce l’effetto surf. Stai in bilico sulla vita, scivolandoci sopra, senza mai annegare veramente, senza mai goderti il panorama, perchè attorno hai deserto.
Non è più dolore, è rassegnazione. Non combatti più per contrastare, semplicemente ti adatti, resiliente… Finchè, persa nella lobotomia autoinflitta, non ti scontri con qualcosa che ti ricorda che sei carne, ossa, recettori nervorsi, cervello. Questo limbo diventa uno tsunami di merda.
L’anestetico svanisce, e tutto ad un tratto il dolore si manifesta in tutto il suo splendore. Un martirio.
Il corpo si accartoccia, l’anima si accartoccia, ogni frammento di te urla.
Ecco, come quel 31 luglio del 2001. Solo che stavolta è altro, un altro genere di dolore che si affaccia.
E sapete? Si sopravvive. Nonostante tutto, non muori. Perchè morire sarebbe un atto pietoso che il cosmo non ti concede.

C’è quella frase, quella che dovrebbe consolare i Santi… “Dio non ti da niente che tu non possa sopportare“…
Ecco. Se ci credessi, in Dio, se io avessi anche un minimo dubbio sulla sua esistenza, beh non ci starebbe facendo una gran bella figura. Anzi, come dice I. “Dio fa più bella figura a non esistere”.

Tutti mi suggeriscono di farmi aiutare, che è arrivato il momento di trovare uno strumento per combattere i miei mostri. Io avevo scelto l’opzione “solitudine”, sperando di risultare poco interessante al Cosmo.
Ma niente… nella sua personale lista di criminali, devo essere posizionata tra i primi.

Non posso raccontare cosa mi è successo. Ma sono la prova provata che di troppo dolore non si muore, ma si rischia di impazzire.

 

Feuer frei! (Aprite il fuoco!)

Stanotte il cielo esplode. Una tempesta di lampi e tuoni si sta abbattendo sulle due sorellastre e su Cenerentola.
Non piove, o almeno non tanto da lavare l’aria o i pensieri.
Ci sono nottate e nottate. In alcune, hai un male feroce addosso, come stanotte. Una tempesta di malanni che ti fanno desiderare l’oblio. Altre in cui va meglio. Il corpo risponde meno lentamente, e superi quasi con un bonus.
Prima le nottate no, erano una ogni tanto, poi sono arrivate una volta alla settimana, e adesso si presentano all’appello una volta su tre.

Ore 6.06 a.m. del 01/09/2017 sta iniziando a piovere davvero. Dopo minacce e brontolii ecco che finalmente il cielo abbatte  il suo carico di rabbia.
Sento la pesantezza delle gocce sulla città, dovrebbe albeggiare ma non lo fa. Un anticipo d’autunno dicono. Un anticipo…

Da qualche giorno hanno iniziato a grattare il cemento davanti a casa. Un macchinario infernale rimuove lo strato di cemento dal manto stradale, ogni due minuti un segnale sonoro assordante mi ricorda (se fosse necessario) che stanno lavorando e bisogna fare attenzione.
Ho comprato dei tappi in silicone. Niente. Il rumore è tale che sembra di averli in camera.
Mi privano del sonno, della pace che mi serve, del riposo. Così metto le cuffie e mi lascio cullare da un e_book  in podcast da Radio 2 (sto ascoltando Blade Runner – Il cacciatore di Androidi  Do Androids Dream Of Electric Sheep? di Philip K. Dick) con le voci originali del film. Certo manca il monologo finale di Roy Batty, ma c’è questo personaggio, Isidore, che nel film viene trasformato di J.S. Sebastian l’ingegnere genetico affetto della sindrome di Matusalemme.
Isidore è un “cervello di gallina”, ossia un umano che ha perso le sue capacità cognitive a causa delle polveri radioattive, ma è  anche l’unico personaggio capace di “empatia” e di emozioni vere, a dispetto di figure forti e violente, Isidore è tenero, struggente.
Perdonate la digressione sul libro, ma amo tanto il film e nonostante il libro sia a tratti ripetitivo, mi sono accorta che la storia riesce a prendermi anche se scritta o come in questo caso, mi viene letta.
Mi lascio portare nelle colonie extramondo, o nel palazzo vuoto di Isidore e lascio che il corpo segua la narrazione e il respiro si quieti.
Nel libro due personaggi, la moglie di Deckard, che mi pare si chiami Hira, e lo stesso Isidore, parlano del vuoto.
Vivono in un complesso residenziale completamente svuotato di umani  (ma ancora arredato) da soli. E sentono addosso e tutto intorno il silenzio di quelle stanze un tempo abitate. E’ interessante come esprimono questo disagio.

A volte anche io sento tutto questo. Quando di notte mi muovo per arrivare qui, tutta la città dorme. Ci sono io, a volte la voce di Lucarelli da Radio DeeJay, o qualche vecchio pezzo anni ’80.
Sembra che tutto sia immobile. Ci sono solo io, il fornaio che inizia a fare il pane, la proprietaria dell’Osteria del mio paese che chiude alle 2 e si siede sullo scalino esterno a fumare una sigaretta prima di abbassare la serranda.
Nella via dove lavoro, un proprietario di Pitt Bull, porta fuori il cane. E basta… una manciata di anime. E sono pronta s fidare chiunque, che la mia è quella che pesa di più in termini di Kg e di dolori.

E allora su… Aprite il fuoco…

Il peso di una notte…

C’è un’enorme bilancia. Tanto grande da contenere in un piatto, tutte le anime del giorno e nell’altro, tutte le anime della notte.
Questa bilancia enorme, grande come una città, è sempre dannatamente sbilanciata, il piatto del giorno pesa mille volte di più rispetto a quello della notte.
Panettieri, proprietari dei furgoncini dei panini unti, bar che preparano le colazioni in zona industriale, qualche camionista, i turnisti di Porto Marghera, un mare di cingalesi che escono dalla Fincantieri, l’edicolante con annesso baretto, sempre pieno, autisti di autobus, donne delle pulizie, prostitute, qualche esercizio in chiusura e la sottoscritta.
Sembriamo una manciata, rispetto a quelli del giorno. Sempre gli stessi, con lo stesso sguardo stanco, il pensiero a casa, già stampato sul cuscino e un mare di dolorini addosso, da stanchezza, poco sonno, con un unico desiderio: che arrivi l’alba e con lei il momento di stendersi sulserio e dormire.
Poi accade che uno scossone sbilancia ancora di più l’asse dei due piatti. Lo senti nettamente, perchè se si è pochi, anche un’anima in meno fa la differenza.
Ieri mattina, alle 5 chiama mio fratello, ha bisogno di alcune casse di merce.
Mi cambio, parto verso Venezia, la radio a palla, per non appisolarmi, finestrini aperti.
E’ un tragitto facile. Al semaforo, si gira a sinistra, poi si sale sul cavalcavia, e nel giro di un “zot” si è a destinazione, facendo attenzione ai tre velox andare e poi ai tre a tornare.
Perciò prima di arrivare al semaforo rallento sempre, perchè se è rosso non mi va di cambiare e se è verde, scivolo sulla corsia senza tanta fretta, godendomi i Cold Play.
Luci forti. Un autobus fermo al semaforo, non solo perchè il semaforo è rosso. C’è anche uno scooter e un’auto. A terra il corpo longilineo di una donna, a pancia sotto, un lago di sangue.
In un attimo la bilancia ha uno scossone verso il basso. Non riesco a togliermi quelle lunge gambe nude dalla testa.
I piedi scalzi, la massa di capelli neri… No non riesco.
Arrivo a destinazione pensando a quella povera donna, una di strada, una di quelle che la notte, ci ha anche provato: dai scopa con 20 euro, dai… anche con le donne io vado…
Alla fine, ci ha rinunciato, forse perchè dopo un po’ capiscono che anche se non batto come loro, sono stanca tanto quanto, e come loro non vedo l’ora di tornare a casa.
Torno indietro, il corpo della ragazza non c’è più, sono spariti anche il bus e lo scooter. Rimane l’auto che l’ha investita e la pattuglia che fa rilievi.
Uno degli agenti mi intima di fermarmi. Chiedo come sta, la donna distesa.
“E’ morta…” dice.
La macchina sembra abbia preso in pieno un palo, il muso rincagnato e il parabrezza in frantumi.
Quanto cazzo correva, penso…
Arriva tardi l’articolo, su Venezia Today. E qualche commento sotto: uno di meno.
Già, uno di meno. E intanto il piatto di noi che di notte viviamo come pipistrelli, pesa meno. Perchè un’anima, ha sempre un peso e quelle notturne, pesano molto di più…