Era da un po’

Sono già praticamente stesa a letto. Ho la testa piena, che sta per esplodere. Ho tolto suoneria e vibrazione, ho chiuso comunicazioni con l’esterno e ridotto al minimo la possibilità di comunicare con me. Sono al punto di reset. Se voglio che questa sciocca onda emotiva passi, devo per un po’ isolarmi e non pensare, ridurre tutto a quello che é: niente.

Concentrarmi su una cosa che mi ha proposto Gìanni è cosa buona e giusta… ora mi spengo con il cuore pesante. Spero di svegliarmi con il sorriso. O almeno una storia per Denis.

Mio malgrado

Scopro che il mio cuore non è rinsecchito come pensavo. Scopro che provo sentimenti che possono far soffrire. Scopro di aver paura delle conseguenze e ancora di più degli addii. Scopro che ho bisogno di un luogo anonimo dove parlare di tutto questo.

Penso che sia sbagliato. Che l’amore è una dannata trappola.

Passa come sempre, come è sempre passato.

Basta distrarsi un attimo.

Di tutto un po’

Ore 10.17 e sono appena entrata in ufficio. Dalle 2.00 di stanotte che lavoro in sala e adesso ufficio.
Mi prendo qualche minuto per svuotare la cache della testa, fare ordine nella sfilza di cose e pensieri che mi stanno appannando gli occhi, oltre alla stanchezza e al fatto che sono quasi 50 ore che non dormo.
Immagino che dopo, tra un’oretta, schianterò senza appello sul letto.
Lunedì ho ripreso con la psicologa. Ci siamo confrontate sulla base dello scambio che ho avuto con Matt sull’argomento. Ne è venuta fuori una discussione interessante, la prima forse, che davvero mi ha cambiato la prospettiva del percorso che sto facendo.
Tutto è nato dal fatto che M. mi ha detto che dal ritorno dal Marocco sono cambiata, e questo lo disorienta.
Alla domanda: ma in cosa sarei cambiata? Nessuna risposta.
Parlando con la psicologa, abbiamo anche toccato l’argomento “cambio vita”.
Lei insiste che io mi appoggi a qualcuno. Come sempre ho declinato con un “no grazie” di cortesia, anche perchè i polli della mia aia, li conosco da tanto e so in cosa sono fallaci.
Ecco che alla mia ennesima spiegazione del perchè, lei mi ha fatto riflettere sulle mie possibilità. Mi ha spinta nella direzione giusta di forma mentis.
Questo ha messo in moto le mie sinapsi. Ed è da lunedì che il mio cervello non conosce riposo. Una sovraeccitazione sommata a stanchezza esausta e ai miei compagni di vita (i dolori) che mi hanno costretta, stamattina, a prendere il napalm per sedare le infiammazioni.
Quando le ho detto che ho paura di illudermi che le cose accadano, mi ha risposto: perchè deleghi gli altri alla realizzazione dei tuoi sogni? Per altro sono sogni davvero ragionevoli, sui quali puoi anche lavorare da sola. “Sei perfettamente in grado di salvarti da sola, ne sono certa.”
E in effetti… Da qui a due anni, quante cose possono cambiare?
E quante stanno già cambiando?
Per esempio sto dicendo sempre più spesso che intendo mollare. E che intendo farlo intelligente.
Per esempio sto valutando il pro e contro di Portogallo, Marocco, Spagna e di rimbalzo Tunisia (che si è rivelata interessante ma non per una persona come me) e per un paio di altri paesi.
Per esempio ho già programmato un paio di viaggi esplorativi a breve termine per vedere se ne vale la pena e soprattutto, togliendo i polli del pollaio, sono in grado di valutare un salto in solitaria?
La psicologa sostiene che devo rimanere aperta a chi vuole aiutarmi o rendermi la vita più facile ma che non devo prendere in carico il ricatto affettivo. Ossia: il sogno è mio e chi vuole partecipare non deve pretendere da me niente altro che condivisione del sogno stesso.
Tutta questa riflessione è giunta su invito, l’ho manifestata quando lei mi ha imboccato per l’ennesima volta sul fatto che dovrei “appoggiarmi”.
Così ora conto i soldi, quanti ne ho, come incrementare, se vale la pena investire sulla casa che ora mi ospita o lasciar andare, perchè questo rappresenterebbe il vero distacco.
Curiosamente i tempi coincidono in modo esaltante: scadenza dei termini di locazione, fine del lavoro di M., uscita dai debiti di prestito fatti per l’azienda. In sostanza, entro fine del 2021 si chiude davvero un periodo, un’epoca.
Due anni e mezzo. Poi tutto è fattibile.
Certo le variabili, gli eventi. Ma appunto, non devo aspettare gli altri, che spesso hanno più problemi di quanti posso averne io, soprattutto di affetti e famiglia.
Oltre alla coincidenza delle date di chiusura di un certo cerchio, ci sono anche delle coincidenze di altro tipo.
Un esempio: vado a ritirare gli occhiali da vista e incontro una mia amica che per sei anni è stata in Iran, sposata con un iraniano, poi scappata durante la rivoluzione e tornata due lì anni fa a rivisitare i luoghi e curare la nostalgia.
Dice che non tornerebbe più a Teheran, che lei sta bene nei suoi posti, dopo i sei anni passati in quei luoghi. Poi però mi ha guardata e ha detto: però se avessi la tua età e la tua vita, anche io scapperei. Perchè ogni posto lontano da questo è salvifico.
A conti fatti, lo scoglio più grande è il lavoro e ho poco meno di trenta mesi per superarlo e cambiare vita. Se non altrove, almeno dentro di me e tutt’attorno.
Sento che è il cosmo a chiedermi di farlo. Tutto si è stranamente allineato proprio per questo. Se lo ignoro, se mi volto dall’altra parte, poi non potrei mai più chiedere la libertà. Perchè non me la merito.

Ok fatta!

Il sette ottobre si comincia. Primo step: sistemazione del tatuaggio sulla schiena. Allungamento e schiarimento per renderlo più armonico. Ci vorranno più o meno 4 ore con relative bestemmie, ma da progetto ci guadagnerà non poco.
Step 2: ampliamento tatuaggio spalla con una rosa destrutturata metà in decorativa/grafica, metà in simil trash polka, per unificare i due tatuaggi differenti.
Step 3: completamento e omogeneità. Sfumature e sistemazione.
Ci vorranno circa due mesi, conto che prima di Natale sia tutto a posto.
Sono perplessa sul disegno della rosa, trovandola piuttosto aggressiva, e pensando al tattoo sulla schiena… però è anche vero che due uguali si annullano. Il disegno comunque mi piace molto.

Da che sono tornata, il clima lavorativo è deprimente. E mi sono altresì accorta che mi sale l’ansia quando vedo sul cellulare il nome di mio fratello.
Mi fa sentire come mi faceva sentire mio padre.
Davvero mi fa pensare.

Continuo a tifare Iceberg comunque.
Perchè mal sopporto questo mio sentire.

Ultimo amore

È l’ultimo giorno qui.

Come previsto guidato io (stavolta autostrada) da Tangeri fino a Fes. In 48 ore ho macinato tanto di quel cemento… le strade non sono malvagie fuori dai centri abitati, ma nelle città… Napoli fatta e finita. Mentre guidi sei circondato da taxi, pedoni, auto, motorette, che ti sorpassano in tutti i modi possibili. A Tangeri poi, le strade cittadine sono una lunga biscia mobile di auto che si muovono. Auto spesso di super lusso.

Tangeri alla fine non mi è proprio piaciuta. È la più europea delle città marocchine. Brutta no, ma le disavventure e la fretta lenta dei miei ospiti me l’hanno resa avversa. Mi dispiace. Io cercavo un certo tipo di atmosfera alla Jarmusch e invece mi trovavo a sostenere le giuste frustrazioni e rimostranze della mia amica (vittima come me) e la fretta insulsa e contraddittoria della famiglia O. che doveva tornare a tutti i costi ma che si perdeva in negozi assurdi tipo profumerie con profumi solo imitazioni.

Il problema di persone come noi è l’educazione, sommata al timore di sbagliare codici comportamentali e di accoglienza. La nostra cultura si scontra male con la loro soprattutto in questo.

Btw… domattina prestissimo abbiamo l’aereo. La mia amica è meno coinvolta emotivamente di me, lei (a ragione eh) non vede l’ora di rientrare.

Io invece no… ho ancora molto qui da smaltire. Ieri sera tornate da Tangeri, siamo volate alla Médina. Ultimi acquisti. Stanchezza da manuale, batteria scarica.

La Médina ci ha fatto però il suo regalo più bello. Un cammino di sogno.

Non sei tu che vedi Fes… è Fes che decide di mostrarsi a te, a volte in modo crudele e altre come ieri sera, con le mani cariche di doni.

Quando si parla di certi paesi o città spesso si legge la parola “contrasto”. Ci si riferisce alla cultura o ai colori, alle differenze. Non sempre questo è vero, ma per un viaggiatore, la parola “contrasto” è quasi un must.

A Fes non so se è giusto usarla. Perché è quasi riduttiva.

Un po’ come l’India qui, le differenze sono così accentuate che non riesci a impermeabilizzarti.

Fes è dicotomica, antitetica.

Vedi tutto in un unico sguardo. Il bene e il male umano e animale. Lo stato profondamente libero e prigioniero di questo francobollo di umanità.

Non ho ancora parlato di Chefchaouen. Forse nel prossimo scritto.

Mi mancheranno. Mi mancherà la Famiglia O. (Non tutta ma in buona parte), mi mancheranno i vicoli, i colori, gli odori.

Mi mancheranno i gatti di Fes che non posso salvare, le galline che non ho liberato, le bambine che ti salutano con un sorriso pazzesco. Mi mancherà anche l’appartamento rifugio.

Mi mancheranno i loro occhi, così belli da volerli su di te, per te, in te.

Non posso parlare per nessun altro se non per me stessa. Non voglio tornare. Non al mio lavoro, non alla mia vita, non nel mio incubo.

Perché davvero, tutto vale. Anche giocarsela così. Immaginando di essere ancora in grado di vivere un sogno.

Anche se non è vero.

A no ghe ne poss più

Qui sono le 1.30 di notte.

E la mia cena conta una prugna, una mela è una pesca tabacchina.

A pranzo mezza pizzetta… e via di slancio. Se dicono che in Marocco si ingrassa… beh si, i carnivori si. Io mi sto chiedendo se ci sono voli per casa…