Se_Dimental, questa notte infinita…

rainiNotte in bianco.
Mattina del cazzo.
Piove. Bene.
Freddo. Meno bene.
Umore schifoso. Male.
In bilico. Tra santi e falsi dei. Molto male.

Sono sepolta da un mare di documenti da fotocopiare e stampare.
Per martedì devo consegnarli all’avvocato.

– 2 decreti ingiuntivi umidi di lacrime di un anno fa.
– 2 decreti ingiuntivi ancora zuppi di lacrime recenti
– situazione debitoria, in arte “una valle di lacrime”
– Iva non versata
– contributi non versati
– bilanci 2013 – 2014

E con un sorriso che rasenta la follia:

– crediti verso clienti
– crediti verso dipendenti
Degni di Zelig.

Ho passato la notte con dei racconti in testa.
E visto che non riuscivo a dormire, potevo almeno alzarmi e smetterla di masturbarmi i pensieri. Potevo scrivere.
Potevo… Ma non ho fatto.

Penso.

Penso alle cose dette ieri sera tornando da Treviso.
Penso alle cose dette ieri sera da I.
Penso alle cose che stanno accandendo e che trovo deliranti.

Ieri sera in auto con MM parlavamo di percezione degli altri. Dell’invisibilità.
Lei, MM è una donna alta. E crede che tutti vedano di lei questo. Il fatto che è una spilungona.
Lei è una spilungona. Ma… E’ soprattutto un viso interessante.
Come le ho detto ieri sera, non voglio esprimermi in termini soggettivi: bello o brutto. Le voglio bene, e non sarei credibile.
Perciò mi limiterò a scrivere quello che noto.
Scandisce le parole. Quando parla, nella frase, tende a sottolineare alcune parole. Quasi a puntualizzarle.
Ha una voce affumicata. Non bassa, non acuta, ma ondulatoria, affumicata appunto.
Ha i capelli che vorrei avere io. Purtroppo è bionda, ma perdonabile, sopperisce alla mancanza di pigmenti con la mobilità del neurone.
Ha i polpacci sottili. Cosa che invidio perchè può permettersi gli stivali e io ancora no.
Quando ride mostra i denti. E mentre lo fa anche gli occhi ridono.
E’ sarcastica, caustica, a volte cinica. Se le sommiamo ad una brillante intelligenza, diventano doti.
Non mi piacciono alcune sue scarpe, in compenso mi piacciono molto i suoi giacchini.
Non mi piace il rosa che accidentalmente mette addoso come una spezia. Me è vezzo da bionda, fa parte della confezione.
Non riesce ad essere banale nemmeno quando si impegna.
Non mi piace il fatto che chiede scusa troppo spesso.
Chiede scusa dell’essere fumina, scusa dell’essere violenta, o di sembrare inopportuna.
Non dovrebbe farlo, almeno non per queste ragioni.
La sento istintivamente amica.
Non le darei (ancora) le chiavi di casa, ma le presterei l’auto.
E si, è alta. Ma ha delle gambe belle. (il Ma è d’obbligo)
La definiscono una bella donna.
Lei pensa di non esserlo.
Io metterei la firma per non essere bella come lei.
E questo è quanto.

Ieri sera poi ho parlato con I.
Riporto parte della conversazione… (non credo ne abbia a male)

I. – non ti chiedo se hai novita’ …le ho lette prima. ma come stai ?
D. –Una parola sola: malataE finché non esco da questo tunnel Lo rimarròDi nuovo binge
I. – certo…… però posso farti notare UNA cosa fondamentale ?
D. – Certo
I. – ORA… lo dicilo ammetti, non lo nascondirto, dopo… ma SAI cosa è e lo dici
D. –
È una cosa bella che mi fai notare Grazie

E’ vero.  Ora lo identifico. Lo dico. Ma non lo freno.
Ho capito come aggirare il bypass. E la fame… Dio quanta fame in questi giorni.
Non perdo peso, ho acquisito un kg e mezzo che non riesco a smaltire.
Ho combattuto tanto per perdere questi maledetti 70 kg, che solo l’idea di riprenderne uno, mi devasta.
Ho combattuto tanto.
Prendere atto di avere un problema.
Non fare niente per risolverlo.
Dannarsi l’anima, volerla prostituire per non farsi male. Non più. Non così.
Stanotte la Pigolz è venuta a farmi le coccole. Alla luce fioca del cellulare, la pelle delle cicatrici ipertrofiche era come uno specchio. Un fiume lucido sulla mia pelle.
La piccolina fusona e semi addormentata, leccava piccoli lembi di cicatrice e io mi sono lasciata andare, ogni piccolo bacio di lingua ruvida era un pianto a dirotto.
Un kg e mezzo di troppo.
Binge.
E dinuovo tutto addosso, una montagna di pensieri e male fisico.
In attesa di un’alba che anche stavolta non voleva saperne di arrivare.

Ora finisco di fotocopiare, imputare, scrivere, poi mi dedico ad un racconto se ho tempo.
Domani sono a Venezia. E devo spedire entro stasera per l’Atelier.
Rivedo il Molino, rivedo l’isola delle foche.
Acqua.
Io sono l’acqua.
E piove. Meno male.

Listening: as i bleed – bipolar (jthm slideshow)

I can’t believe the things that you say
Your words are choking me
I can’t believe your nerve as you’re leaving me
Watching me as I bleed

 

 

Giorno fragile

Stamattina mi sarei sepolta nel piumino con la Pigolz.
Mi sarei chiusa in casa senza suoni. Niente telefono, tv, radio. Via il PC, via campanello.
Staccare la corrente, scaricare le pile, silenzio.
Tapparelle chiuse, riscaldamento spento, frigo vuoto.
Io e lei. Ad aspettare la notte, e poi il giorno, e la notte ancora.
Ma non si scappa dalla vita vero?
Non si può ignorare l’esistenza del sole, della gente, dell’umanità.
Non si può fingere che non esistano i pensieri, le emozioni.
No. Non si può.La vita è potente e ti ricorda che va vissuta. Anche nel male.
Magari della tua ti frega poco. Ma quella altrui…
Oh no, non di un “altrui” qualunque. Parlo di chi vive perchè vivi tu.
Un figlio, un amore, un affetto intenso.
La Pigolz. Lei che sa, saggia come poche e mi fissa con quegli occhietti furbi e pieni di parole inespresse.
Lei che stanotte mi chiamava per qualche coccola, cercando di destarmi dal mio torpore quasi lisergico. Magari lo fosse stato. Drogata, spenta, in un viaggio senza destinazione.
Invece no. Eccomi qui.
Ufficio, consegne, lamentele, problemi, lamentele, preoccupazioni, lamentele, drammi…
Lamentele…
E vabbé che vogliamo fare? Ormai siamo alla resa dei conti di un anno abbastanza di merda. No dai, ma  che abbastanza. Molto molto molto (potrei replicare la parola all’infinito) di merda.
Tonnellate. Un’intera cloaca. Un fogna di Calcutta esplosa.
Credo di avere fatto il solco andando a trovare la Lollipop.
Tocco la piccola celletta e piango.
Dopo qualche istante la sento.
Lo so che Lei è ovunque. Ma li, lei è fisica. Quello che di lei ha lasciato il tempo, si trova li.
Mi manca. Mi manca da morire.

Mi manca tanto anche Miriam. Mi manca il suo senso dell’umorismo. Il suo darmi la stura quando mi impantanavo in situazioni schifose. Mi manca il suo modo di darmi dell’arrogante.
Con il settaggio del telefonino ho perso i suoi ultimi messaggi. Da un lato mi addolora, dall’altra è giusto così.

Stamattina le persone mi veicolano tutte lo stesso messaggio: “Di cosa hai paura? Sei piena di risorse e ne uscirai bene”, “Dai non sei sola, siamo qui e ti aiuteremo”…
Ogni angolo che cerco è pieno di pacche sulla spalla e rassicurazione che “ho le risorse”.
Mah…
Il fatto è che mi manca un faro, un punto, un obbiettivo. Un luogo da puntare per arrivare in porto.
Mi manca il traghettatore.

Il mio fisico bestemmia, lo fa in tutti i modi che conosce. Spot del ciclo fuori tempo, influenza recidiva, stanchezza, ossa peste. Ho sempre freddo.
Ho ricominciato a perdere peso, nonostante non mi privi di cibo. Ma il vegan aiuta, si sa.
Domani dovrei andare a Sirmione.
Non so se me la sento. Umore nero, salute pessima, bisogno di spegnermi davvero.
E mi sento insicura, preda del panico di non farcela.
E non sono io questa.
No non sono io.
Io combatto e uccido i mostri.
Io mi faccio infilzare da ganci.
Io non ho paura di sanguinare.
Dunque? Di cosa cazzo ho paura?
Cosa?

Borderline.
Mescolata a sabbia e detriti. Merda.
Che ne so?

Come sempre, non so niente.
Io non so davvero niente.

Hengki Koentjoro - Solitude

Hengki Koentjoro – Solitude

Notte

Stanotte ancora insonnia.

E’ diventata un’amica presente negli ultimi tempi.

Finito di guardare la partita, o meglio l’ecatombe brasiliana in tv, dopo aver lottato con la Pigolz per una frazione di letto insufficiente, mi sono messa in ascolto della notte.

D’estate è più facile. Le finestre aperte lasciano passare i suoni lontani.

Prima del passante, il rumore che arrivava era sempre lo stesso, un brontolio pesante, come quello dello stomaco affamato. Arrivava dalla tangenziale, dove la coda non finiva mai. In particolare il venerdì estivo, quando i camion dovevano necessariamente rientrare per non dover passare il fine settimana in qualche autogrill.
Era un rumore sordo, costante, che partiva dai camion appunto e che si trasformava in quello di auto incolonnate verso Jesolo.
Non c’erano we neri, rossi o verdi. Solo code. Ogni giorno. E ogni venerdì era tregenda.

Poi, una domenica, hanno inaugurato il passante di Mestre. Era febbraio del 2009 di domenica.
Il martedì successivo, quando sono andata a lavorare, sembrava Natale. La strada sgombra… Sembrava una giornata post apocalittica. Ad un tratto tutto era scomparso.  Camion, code, bulgari arrabbiati.

Di notte,  se supero i rumori vicini, quelli della micia che sospira ed emette un russare sottile, come un piccolo lamento, se oltrepasso quelli del parcheggio sotto casa, riesco a sentire lontano. Un cane che abbaia, una sirena di un’auto, forse violata, forse no.
In attesa che le tortore e le civette diano il buongiorno, chiamando a gran voce, ascolto la città che rallenta e poi si riavvia.
E’ consolatorio.
Mestre non è una gran città. Offre molto e nel contempo non offre niente.
Dicevo che la amavo. Perchè è una città di frontiera. Uno di quei posti che non ti regalano radici, ma che in compenso, ti permette di spaziare dal molto bello, ad un malinconico, patetico,  brutto industriale, tipico dei dormitori.
Io ci sono nata. Non la sento sotto pelle. Eppure mi dispero per lei. Per la sua disfatta. Perchè infondo le città sono come le puttane. Le si usa finchè qualcosa ancora possono dare, poi lentamente si abbandonano. E diventano tristi periferie senza identità. Contenitori di tristezza e di bassa umanità.

I suoni della notte mi lasciano tempo per pensare. Mi permettono di inoltrarmi nelle sensazioni, di cercare anime raminghe come le mie, che si aggirano nella notte. E ce ne sono tante.
I più dormono. Non sentono i passi notturni di Diogene. Non sentono le parole di Caronte. Si limitano a riposare. Come è giusto.
Io mi aggrappo ai sogni della piccina, che muove le vibrisse e apre porte, spazi temporali, mi aiuta a scendere nell’abisso.
Mi addentro nella tana di Shelob con la consapevolezza che dentro, vi troverò le mie paure.

Credo che una parte di me sia morta. Non so spiegare… Non è sepolta o nascosta. Odora di decomposizione.

E l’alba, è ancora lontana.

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Proteggimi…

Oggi vorrei, mettere la faccia sul tuo pancino.

Sentire il pelo morbido solleticarmi il naso, la faccia, gli occhi.

Oggi vorrei nascondermi tra le tue zampette come fai tu di notte, nascondendoti nel mio gomito.

Vorrei sentire i gommini che mi spingono, facendosi spazio.

Oggi vorrei essere piccola piccola, salire sulla tua schiena bianca e grigia.

Mi accoccolerei al ritmo calmo del tuo respiro.

Oggi vorrei che tu mi facessi la guardia mentre dormo. Mentre i mostri mi assalgono.

Oggi è più difficile. Oggi è stancante sai?

E ogni giorno lo diventerà di più.

Oggi vorrei chiamarti mamma, perchè la mia non c’è più. E non ho chi chiamare nel sonno.

Sentire che a qualcuno importa di me. Oggi vorrei questo. Che qualcuno mi proteggesse.

E lo chiedo a te. Perchè so che a te importa…

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Varie ed eventuali…

Eccomi.

Interno giorno, io seduta al pc che canto:

Dal koma proverò a riemergere,
dalle nebbie mie lisergiche,
omadonna che ora era,
era oggi o ieri sera?
20 notti e poco giorno…
me le sento ora che torno…

L’umore è quello tipico del sabato invernale. [Cit.]

Ogni anno calcolo per Natale almeno tre disastri o contrattempi. In genere poi vado a saldo col cosmo e tutto si sistema in bene. Ma questo è l’anno della sfiga cosmica che si abbatte sulla buona Diana e le fa un culo come una capanna.

O meglio, parafrasando la mitica Loredana (la mia mammozza), le fa un culo come una verza e poi lo sfoglia come una margherita.

Ma andiamo con ragionevole ordine:
Domenica vado a Venezia. In Strada Nuova ci sono le bancarelle. Sicuramente meno affollate di qualsiasi centro commerciale. La cosa è improvvisata e repentina. Dai, vabbè poverella, ma un regalino ai Brò vuoi proprio non farlo? Così parto in treno. Arriviamo a Venezia. Tutto bene. Giornata fruttifera, anzi consiglio per i prossimi mesi la tessera di frullallà che permette di avere accesso ad una deliziosa zuppa a 2 euro. E scusassero…

Insomma, torno a casa esausta. Sono un vero rottamone. Così mi butto a letto. E sento male al braccio dx. Infiammato. Boh penso che sia solo stanchezza e poco riguardo per queste bracciotte.
Il giorno dopo malessere. Non mi sento affatto bene, così vado a casa. Ho un umore loffio, mi sento di schifo.
I. mi chiede di vederci per scambiare i regali, visto che poi lei deve partire. Così ci vediamo. Un aperitivo, quattro chiacchiere ben assestate e sento una cosa strana. Oltre al braccio che mi fa male, mi sale la febbre, così poco carinamente liquido la buona I. e mi rificco a letto. Alle 3.30 della notte ho 38°.
Mando sms al lavoro: avviso che nonostante tutto ci sarò in ufficio ma che appena posso mi vaporizzo.
La mattina coperta da tachipirina, dopo una sudata da paura, arrivo in ufficio. Tutti guardano il mio braccio dolorante e mi dicono: ma vedere un dottore?
Così chiamo Fabio e gli chiedo se è in studio. “certo” mi dice, “ma vieni subito, che chiudiamo prima e adesso non c’è nessuno”. Chiudo momentaneamente il posto di lavoro e vado. Visita. Ascesso. La febbre proviene da li. Un punto mal riassorbito?
Antibiotico, impacchi di acqua e sale, e probabile incisione o siringatura. Ho voglia di urlare.
Esco, mi siedo in auto e li… ho pianto per la prima volta col singhiozzo, guardando il cielo e giacché non bestemmio, diventando assai creativa con gli insulti.

Rivado al lavoro. Ho la febbre che tenta la risalita. Sono esausta, malata, il braccio mi fa fottutamente male. Sono triste per la situazione lavorativa, per alcune cose che vanno profondamente male. Finalmente a casa. E in cassetta della posta trovo ben due (e ribadisco due) bollette da strozzinaggio.
Salgo le scale sconsolata. Apro la porta e non c’è corrente. Sono saltati i tappi di casa.
Ammetto che li ho pianto per la seconda volta col singhiozzo. Sempre guardano verso il divino e chiedendo cosa gli avevo fatto di personale…
Vabbè sciocchezze no? Che vuoi che siano bollette che non so come pagare in mezzo ad un delirio di debiti?
Niente! Infatti ho pianto per i tappi saltati. Mica per altro eh…
La sera praticamente risso con un’amica. Ci prendiamo a malissime parole. In realtà lo ammetto, io posso diventare una camionista. Ma cercate di capire… Non basta il cosmo addosso? No eh? *Sospirone*

Finalmente Natale! Tutti felici! Ho faticato come una mussa per preparare tutto. Mi vesto col vestitino nero, cappottino, scarpa col tacchettino, indosso due capsule di tachipirina, l’antibiotico che ormai è un parente intimo, apro una delle sei sciarpe comprate per fare dei regali. Ce ne sono due bianche, due nere e due grigie. Penso: nere ne ho tante, me ne prendo una bianca. La apro ed è macchiata.
Guardo verso l’alto. Non dico più niente. La indosso occultando la macchia, e controllo l’altra bianca ed anche quella è fallata.
Mi sale la bestemmia, ma ancora mi controllo.

Torno a casa, metto la sciarpa a lavare. Magari è solo sporca. Capita no? Beh stocazzo (tutto attaccato). La sciarpa è proprio danneggiata a livello del tessuto. Ma come poteva essere differente?
Tutto bene! Tanto ormai la sorte non può farmi quasi più niente vero? E poi sono ancora speranzosa di riuscire ad andare al Borasuscon. Non ho disdetto e conto di imbottirmi come una polveriera: antibiotici, antipiretici, e nel dubbio un raudo come supposta. Visto mai.
Mi chiama il MiniMé per chiedermi come sto. Mentre io rasento l’indigenza economica, sono costretta ad ascoltarla mentre mi racconta dei 3 (e non dico altro), ristoranti di superlusso nei quali ha prenotato per vigilia, Natale, e Santo Stefano. A quel punto un pò di bestemmia si è quasi palesata sulle mie labbra. Ma no! No! Io non credo che le parolacce per quanto creative, possano risolvere la faccenda…

Ieri mattina rivedo il medico: aumento della dose di antibiotico, continue abluzioni con acqua e sale (che sicuramente aiutano l’ascesso ma che mi lasceranno con un’artrite reumatoide) e pazienza. Ma io, secondo voi… pecco in panzienza? Ne ho dosi da vendere. Sono ancora positiva, perciò vado alla posta e puttana di quella puttana, c’è l’Italia  che deve pagare la Tares. Così mi metto in coda per oltre un’ora. Sto da cani, ma non importa. L’universo ancora non è riuscito a piegarmi.

Fino a stamattina.
Esco per venire al lavoro. Sono piena di antibiotico, protettore gastrico, fermenti, vitamine… Penso al Borasuscon. Penso che ormai ci siamo. Salgo in macchina e puttanadiquellaputtana (tutto attaccato), mi si è fulminato un faro.
Ed è sabato, 28 dicembre, il ponte e non c’è un fottuto elettrauto aperto.
Sapete? Ho pianto per la terza volta col singhiozzo.
Mi sono accasciata sul sedile con la necessità di prendere a ceffoni il cosmo.
Bene… ancora tre giorni e il 2013 se ne andrà. Con la fortuna che mi assiste sicuramente si presenterà il 2013 bis.

Rob il mito, ha sentenziato come sarà il mio 2014:

“Nel 1972 il cantante folk inglese Nick Drake registrò l’album Pink Moon in quattro ore, cantando undici canzoni e suonando tutti gli strumenti da solo. Ci sono voluti anni prima che qualcuno si rendesse conto della sua eccezionale bravura, ma alla fine la rivista Melody Maker ha inserito Pink Moon nella lista dei cento migliori album di tutti i tempi. In un certo senso, nel 2014 sarai come Drake: riuscirai a fare molte cose in poco tempo. Ma il tuo destino sarà diverso dal suo, prima di tutto perché avrai una schiera di fedeli alleati che ti aiuteranno, e poi perché non ci vorrà così tanto tempo prima che la tua opera venga riconosciuta.”

Ecco. Rob me ne ha azzeccate più di qualcuna. Spero che sia vero quello che dice, perchè sto portando i coglioni con la carriola. E se appaio volgare, non vogliatemene, ma ci sta tutto.

Io rivoglio tornare alla mia vita. Quella che mi vede sorridente e creativa e non combattente verso questo universo che per una sua ragione personale mi manda continue bombe carta.

In attesa… di farmi male domani, di riconnettermi con questo mondo che non mi vuole tanto bene, di fare ammenda di molte delle parolacce dette, ringraziando chi mi permetterà di fare il volo, perchè sa che è strettamente connesso con il mio senso della vita e me lo regala, quando di regali me ne fa ogni giorno, ogni minuto della mia esistenza, di poter ritornare nella realtà del “qui ora”, di risentire la vita dopo tanta morte apparente… In attesa di gridare a me stessa che si, domani si chiude definitivamente un anno difficile. Che quello entrante lo sarà anche di più probabilmente. In attesa di verificare se Rob ha ragione, beh vi lascio con Pink Moon.

Se lo merita Nick Drake (la canzone è bellissima sulserio e poi me l’ha dedicata Molliccia tanto tempo fa e sicuramente è un doppione nel blog), me lo merito io, se lo merita l’infermiera Pigolz e soprattutto, ce lo meritiamo noi, sopravvissuti di questo mondo.

Ad Maiora.

Dimenticavo: mi è anche venuto il ciclo. Ovviamente stamattina. 🙂 Ma il sasso dal cavalcavia quando?

N.b. E comunque non bestemmio!

Inquieta

Listening (date play che vi fa bene) – bohren & der club of gore destroying angels

Ascolto.
Cammino tra i blog. Quelli che amo. Passo tra pagine ingiallite dal tempo. Di quella sfumatura tipica delle pagine elettroniche dimenticate. Perchè mille post fa, si scrivevano cose legate a momenti, situazioni, attimi.
Poi si passa oltre. Il tempo stesso passa, come dita sporche di nicotina sulla carta candida.
Addio pensieri, si va oltre, si passa ad altro.

Ho l’animo inquieto. Ormai ci siamo.
Tra una ventina di giorni mi sospendo.
Paura? Si.
Tanta.

Non ho paura del dolore. Ma del dopo.
Ho paura che dopo, tutto sia come prima. Solo con dei fori in più sulla pelle. Mah. Ho paura che tutto rimanga compre prima. Che dovrò ancora combattere.
E’ una garanzia, lo so. Non serve specificarlo. La vita non cambia perchè io mi sospenderò con dei ganci sulla schiena.
Non cambierà affatto.
Le cose negative rimarranno. A prescindere da me. Dal mio volo.

Ho ricevuto notizie che mi lasciano un pò di amaro in bocca. A quanto pare, la lista d’attesa per l’intervento passa da 6/8 mesi ad un anno. Capisco. Ma non so perchè, mi sento ancora più agonizzante. Speravo di togliermi questo piccio. Ma tant’è… Capisco la delicatezza del tutto, del luogo, del medico, delle priorità.
Ma sento ogni giorno la paura e la stanchezza di questo corpo che ormai, è pieno di tara.

Pazienza. Si attende. Ancora e ancora. Finchè non verrà il momento.

Listening: Bohren & Der Club of Gore – Constant Fear

Sono in una strana fase di isolamento.
Sociale  fisicamente, ma dentro solo silenzio.
Innaturale sensazione di deserto e solitudine. Qualche anima si affaccia, ma non è dei vivi. La pigolz lo sente e si avvicina, mi fa un sacco di coccole. Attende paziente che io le gratti il crapino, mentre con la zampetta questua attenzione.

Mi sento sola. Mi sento perduta nel Nowere.
Lo so che non è solitudine reale. Ma la percezione è la stessa.
Non capisco perchè.
Perchè sono dinuovo preda della paura.

Che strano periodo.
Eppure sono io.
Sempre e solo io…