Oppallallà rieccomi qua…

E si sa… qui, quo e qua l’accento non va…
Domenica compievo gli anni.
Ho ricevuto un sacco di auguri, ma non ho potuto non notare gli assenti.
Il che mi fa riflettere, soprattutto su due persone.
Innanzitutto è doveroso dire che la vita non si ferma a causa di due persone che gli auguri non me li hanno fatti, e poi vabbé capiamoci, sono solo convenzioni sociali, nemmeno vincolanti.
Però, se queste assenze fossero state persone qualsiasi, questi posti vacanti non li avrei notati. Invece, trattasi di persone sulle quali ho investito in termini umani e per le quali sono contravvenuta a molte mie regole anche morali.
Come detto: anche il silenzio è una dichiarazione di intenti.
Certo, possiamo dire “ma magari non se lo sono ricordato”. Ci crederei, se non esistesse FB. E abbiamo detto tutto no?
Io l’ammetto, sono un po’ tarda, e capisco le cose con clamoroso ritardo, cerco anzi, di appianare o di capire. Però quando il messaggio è chiaro, come poterlo ignorare?
Ecco.
Ora lo dico con grande serenità: ho capito e non vi frantumo più le palle. Anzi sarà mia premura fare in modo che nulla della mia presenza vi turbi.
E questa, è altresì una dichiarazione ufficiale di intenti.

Attesa

Sto aspettando che il Palexia faccia il suo sporco lavoro. Me lo immagino come un’aquila che arriva nel nido e inizia a saziare i piccoli nocicettori. Questi, sazi e beati si assopiscono per un tempo utile a far in modo che io possa usare le mani o i piedi per muovermi e lavorare, per vestirmi o più banalmente soffiarmi il naso. 

Ecco. L’ho presa un’ora fa, e comincia ora a funzionare. In quanto al suo socio il Celebrex temo sia poco utile per la causa. 

So che qualche giorno fa dicevo il contrario. Ma sto osservando come funziona. Il Palexia devo prenderlo più tardi altrimenti a metà notte mi molla. Il celebrex l’ho preso alle 20,30 e a mezzanotte le mani erano un blocco dolorante. 

Ho un sonno assurdo. E provo un fastidio sordo. O meglio…  vorrei che gli altri (e per altri intendo famiglia e affetti) capissero quanto male ho addosso. Se dico “ho le mani che non so più come fare…” mi sento rispondere “eh ma io ho mal di schiena”.

Come te lo spiego io che tu tu riposi e ti passa, io invece me lo ciuccio 24/7 in forme più o meno dolorose? Eh? Come?

Passando a qualcosa di più interessante del mio stato di malattia che penso l’universo ne abbia i maroni pieni, ieri notte, ho iniziato a fare ricerche per il secondo capitolo del romanzo collettivo. Si perché il buon Roberto (Ferrucci n.d.r) ha pensato bene che uno era poco e me ne aveva commissionato un secondo. Comunque, facendo queste ricerche mi sono imbattuta nel giorno nel corteo funebre di Enrico Berlinguer. Io avevo circa 15 anni. Non mi interessavo di politica. In verità tento di rimanerne fuori anche ora, ma è una guerra persa. Però so chi era Berlinguer e cosa rappresentava. 

Capiamoci. Io non sono di sinistra. Perché mi vergogno di questa politica e dei “nostri” (purtroppo) rappresentanti. Ma all’epoca la politica era Politica. Era fatta davvero. Da uomini veri. E a prescindere dalla fede, anche la gente era diversa. Ho cercato l’ultimo comizio di Berlinguer su YouTube, era a Padova in Piazza delle Erbe, qualche giorno prima di morire. E ho capito. Ho guardato il video del corteo funebre. Ho riletto la pagina di Sentimenti sovversivi di Ferrucci che descrive il passaggio in Corso del Popolo a Mestre. I suoi ricordi svegliano i miei di un’adolescente acerba. Io in Corso del Popolo ci andavo a scuola. 

Ho capito. Quanto si può capire della propria anima leggendo? Osservando? Ascoltando? Ditemi voi, quanto? È ovviamente una domanda oziosa la mia. Però voglio rispondere comunque. È un’epifania. Una luce che discioglie ogni traccia di buio. 

Mentre guardavo, leggevo e ascoltavo, ho capito qualcosa di me stessa che non riuscivo a definire. E ho capito gli altri. Questo non mi convertirà alla sinistra. Così come non mi renderà più facile digerire questo tempo. Però mi rende libera. E questo è importante. Libera di sperare che arrivi gente come lui. Che non sia davvero tutto finito in quel giugno di tanti anni fa. 

a Me Mi Piace

Giorni solitari i miei.
Al lavoro, come a casa, come nel mio tempo.Con gente attorno, gente che non tollero più. Perciò, scudi alzati e via andare.
Almeno piovesse. L’aria sarebbe più morbida, profumata.
C’è un silenzio quieto. Almeno questo.
Evito di commentare, di parlare, di dire.
Finirebbe in polemica o peggio in insulti. Perciò canticchio nella testa, o penso.
Mi rifugio a Bologna un pomeriggio di venerdì a guardare la Mostra su Bowie.
Canticchio Space Oddity.
Penso alle foto ad una foto di Nile Rogers e di David durante la collaborazione su China Girl.
Intorno brusio. Parlano. Perchè parlano? Perchè il mondo non ha un pulsante per l’audio?
Perchè mi rivolgono domande o mi parlano dei loro cazzi?
Ten… Nine… Eight… Seven… Six…

This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different today
For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do

Fa freddo di nuovo. Il Palexia non copre più le 12 ore. Il Celebrex fa il suo dovere ma non stacco mai. Una volta al giorno e guai saltare. Non riesco nemmeno a fare le scale o a vestirmi.
Liste d’attesa interminabili per la reumatologa.
Tra poco c’è anche da vedere il buon Mario per il controllo dei sei mesi.
Poi boh…
Non riesco a guardare più in là della prossima ora, quella che mi avvicina al letto, alla confezione di Palexia, al mondo dei sogni.
Paradossalmente adesso come tocco letto dormo. A slot, ma dormo. Per non pensare, per non dover ascoltare questo fottuto brusio del mondo. Eppure ho sempre sonno, sempre freddo, e haimé sempre fame.
Il peso sale, il dolori aumentano, e così via.Ho buttato via tutto. Fanculo anche a mé. Esiste il tasto “Spegni Diana”?

Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you “Here am I floating ‘round my tin can
Far above the moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do”

Ok. Non esiste. Pazienza.
Ho cominciato ad avere paura del cellulare. Mi mette ansia guardarlo, vedere che squilla. Mi mette angoscia.
Per questo mi spengo.

Ora è tempo di andare a casa. Sono le 7.58. Ho le mani congelate e doloranti. Ci ho messo una vita a scrivere queste righe.
Vi lascio con questa poesia…

 

Non inquietarti con me
quando io sono inquieta

il mio amore per te
non patisce incertezza

ma di aderirti non chiedermi
come alla mano il guanto:

Io, sono io,
tu, sei l’altro.

Luigia (Gigia) Pagnin

Non pensare all’elefante rosa…

“Non farai la fine della Marchesini… sta tranquilla”.

Io alla Marchesini nemmeno ci pensavo. Si, certo, sapevo che era morta per artrite reumatoide, ma non ci pensavo a lei, nemmeno davanti alla diagnosi.
Poi sta uscita di merda.
Per consolarmi ha anche aggiunto: “un tempo non c’erano tutti i farmaci e l’informazione attuale, perciò siamo a buon punto”.
Vero.

Però poi quel gran genio del fratello piccolo se ne esce: “Eh ma alla Marchesini mica mancavano gli euro per curarsi…”

Hoy… ma mi volete mollare?

Però dai, non pensare all’elefante rosa. Non ci pensare.
Non pensare alla Marchesini.
Ma vaffaunbagno te e la Marchesini, io nemmeno ci pensavo a lei. Pensavo a mio padre e alla sua vita grama.
Così grama da non potersi vestire, guidare, tagliare del cibo o tenere un cucchiaio.
Così grama da avere dolori che definisce “Un cane che lo rosicchia in continuazione”.No alla Marchesini non ci pensavo. E non ci penso. Mi basta questo direi.
E tremo.
Anche la voce di Bogodan, di solito propositiva, ieri era un po’ meno squillante.
“Era meglio una coxoartrosi”.
Già, ma perchè scegliere il poco quando si ha un bendiddio sul quale lanciarsi a piene manacce?

Vabbé. Basta malinconie, che devo pensare al 17.
Che poi anche li…
“Scrivo ai colleghi che dopo, causa stress fisico, i dolori si amplificheranno e gli dico cosa usare finché non approcceremo la cura definitiva.”

Ho detto basta. Pensiamo al da farsi.
Per esempio mi servono delle mutande.
Ho coprato la bellezza di 10 paia da Kiabi taglia xl (perchè comunque il mio bacino non è esattamente da modellina Kawai. Risultato? Sembrano dei perizoma di capacità limitata.
E c’era scritto “culotte”. Pensa te se erano perizomi veri…E ne possiedo ben 10. Eh? Che belle cose!

Perciò inizia la lista delle cose da prendere…

Mutande  (è un ordine)
Un paio (ennesimo) di pantofole.
Camicie da notte miste. (ad ogni intervento almeno una deve essere nuova)Bagnoschiuma.
Un fucile.
Pallottole.
Ammazzare l’elefante rosa.

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Pensieri così, in generale.

In Luce Luciferi

Vedo un sacco di persone fare a gara di cattiveria.
Su FB compaiono status su quale segno sia il peggiore, addiritura Satana in persona.
Un continuo proliferare di Satanassi, Lucifero, Demoni di varia natura.
Mah. Mi chiedo se davvero sia così. Se questo ostinarsi a credersi, sentirsi, essere, entità malvagie non sia altro che un voler affermare la propria differenza.
A volte vorrei dire a questi personaggi: oh ma Lucifero (portatore di Luce) altro non era che un Angelo. Della stessa pasta di quegli Angeli che poi sono l’antitesi di voi stessi.
Penso che non ci sia niente di più crudele di un Dio Padre Onnipotente che chiede al proprio figlio di immolarsi o immolare il proprio affetto. Ma è un discorso troppo ampio per essere sviscerato qui. Perciò direi che se dovessi dare il premio “Villain” probabilmente lo vincerebbe qualcuno che sta in alto e non in basso.
D’altronde il pregevole monologo di John Milton/Al Pacino (no non l’autore del Paradiso Perduto), Diavolo eccellente ad un tratto dichiara divertito: “Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti.”

E’ cosa nota che invece io umanista non sono affatto.

PPP
Scrivevo oggi su FB: “Quando leggo i dossier sulla morte di PPP o sugli anni di piombo, penso alla frase “si stava meglio quando si stava peggio” e mai frase mi appare più cretina.”

A parte che Lucarelli quando scrive, ha quella capacità tutta sua, di dare ai pensieri una voce propria. Non i suoi pensieri, i tuoi.
Leggi, pensi, e lui poco dopo, dice ciò che hai pensato.
Tra l’altro è il mago del contesto.
Lui contestualizza tutto. Luoghi, fatti, pensieri, momenti. Leggendolo, non puoi fare a meno di pensare “Ah si mi ricordo!”.
Mentre racconta di un’Italia spazzata dai venti del  Male, il Male quello vero, quello della becera ignoranza, o di una guerra che non ha contorni definiti, quel Male che niente ha a che vedere con gironi infernali, Belzebù, e circoli satanici, io poco prima di adolescere, mi ritrovo speculare, in un continuum spazio tempo, nella mia cameretta a Carpenedo, mentre lui adolescente lo è già, legge un rotocalco a Faenza.
Eh si. Chi sa raccontare, o meglio, chi sa contestualizzare, ti ricorda esattamente dove eri e cosa stavi facendo quel giorno, quello in cui ammazzarono Pasolini. O Impastato. O Moro.  Ero piccola e ancora non adolescevo o lo facevo da troppo poco. Ma c’ero. E chiedevo “Che succede mamma?”
Gli anni di piombo li chiamavano. Ma erano davvero dominio di un male profondo, canceroso.
E allora leggi, leggi, torni ai giornali che Lucarelli ti ricorda che si chiamavano un tempo “rotocalchi”.
Io me la ricordo la parola rotocalco. La dicevano anche i giornalisti in tv.
Torni all’immagine di Pasolini morto. E nel dubbio, te la ricerchi in rete. Come ti ricerchi quelle di Moro, o di Impastato, e nel tempo anche quelle di Falcone e Borsellino.
Sono foto che fanno male. Le guardi e capisci che il più sadico non è l’ultimo degli umanisti. No no… è qualcosa di più umano e meno divino.
Chi sei tu? Satana? No no io sono un uomo. Capace di ammazzare perchè io non sono un umanista. Proprio per niente.

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L’altro libro che gira in questi giorni è “Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez.
Mi è piaciuta la presentazione dell’autore che dice:

Filippo Martinez

è un tragediografo ossessionato dalla sintesi che opera in tutti i campi della comunicazione. Dal 20 luglio del 2001, giorno del suo 50° compleanno, ha proclamato la sua morte ‘indidascalica’ (da non confondere con la morte ‘didascalica’ che è quella che procura il lavoro alle agenzie di pompe funebri); da allora si considera postumo e ha rinunciato del tutto alle consuetudini che gli facevano perdere tempo. Oggi insegna Regalità Individuale presso l’Università di Aristan della quale è anche Rettore. Questa è la sua epigrafe: “Trasloco. Vado in quel che faccio e faccio quel che sogno. Sono altrove. Altrove è l’unico posto possibile”.

Potevo non comprarlo? Ma soprattutto potevo non sentirmi io stessa postuma?

I Cammellini della Memoria (Tratto da *Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez)

Il console era ormai vecchio.

Quella notte, come ogni notte, stava facendo la doccia prima di andare a dormire. Mentre s’insaponava ricordava sua moglie Elisabetta: la rivedeva sorridente mentre lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; poi rivide suo figlio a cinque anni, una domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove; poi suo fratello Antonello, serio e immobile, in bianco e nero, proprio come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio.

Quest’ultimo pensiero fu interrotto da qualcosa che al console sembrò il grido di qualcuno che precipita. Un grido quasi impercettibile, leggero come un sussurro. Il suo sguardo scattò sfiorando la tenda a fiori della doccia e scivolò giù, sino ai piedi: notò il solito vecchio callo, poi seguì l’acqua mista a schiuma che scorreva verso il mulinello; fu lì, fu nel vortice di acqua e di schiuma, che gli parve di scorgere un cammellino piccolissimo che si dibatteva ancora per un attimo prima di sparire nel buco dello scarico. Il console si sciacquò bene, si asciugò, indossò il pigiama, le pantofole e filò verso il letto.

Non poteva essere stato che uno scherzo della stanchezza. Entrò nel letto che già pensava ad altro. Lesse quasi due pagine di un romanzo noioso e fu colto dal sonno senza avere il tempo di riporre il libro sul comodino, né di spegnere l’abat-jour.

Fece dei brutti sogni.

Verso la metà della notte ebbe un attimo di dormiveglia. Non apri gli occhi ma si accorse ugualmente di non aver spentola luce. Stavaconcentrandosi per trovare la forza di ordinare alla sua mano insonnolita di spegnere, quando, all’improvviso, si rese conto che intorno a lui c’era un’indefinibile animazione.

Lentamente, trattenendo il respiro, apri gli occhi; ma li richiuse quasi subito.

Con un movimento leggerissimo si morse a sangue l’interno della guancia: era sveglio.

Questa volta socchiuse impercettibilmente solo una palpebra: i cammellini continuavano ad andare e venire sulla coperta a quadri, sul lenzuolo, sul cuscino; continuavano a entrare e uscire dalle sue orecchie con disinvoltura. Anche se aveva le ciglia quasi chiuse riuscì lo stesso a notare che le bestiole, ogni volta, uscivano dalla sua testa con un pacchetto tra i denti.

Cercò di ripetersi che era stanco, ma ormai non poteva più crederci: i cammellini c’erano veramente. Ed erano una moltitudine. Stavano attraversando le sue orecchie e portavano chissà dove pacchetti rubati, chissà come, nella sua testa.

Dei predoncini sfacciati lo stavano depredando nel suo letto. Il console ebbe un moto d’ira ma riuscì a controllarsi. Un ronzio, come di mosca, lo informò che due di loro si erano fermati proprio all’ingresso di un orecchio e stavano conversando.

Concentrò l’attenzione sul ronzio… li capiva; distingueva perfettamente ogni parola: parlavano del cammellino Markoskintu precipitato nello scarico della doccia. Erano molto contrariati.

Il console cercava di respirare piano, mantenendo sempre lo stesso ritmo.

Un cammellino chiese all’altro cosa avesse nel suo pacchetto e questi gli rispose che aveva un bel ricordo; disse che stava portando via l’immagine di Filippo con le sue ultime scarpe nuove.

Il console ebbe un brivido, cercò nella memoria l’immagine di suo figlio Filippo con le sue ultime scarpe nuove e nonla trovò. Avevala sensazione che quell’immagine fosse stata sua per tanto tempo ma, per quanti sforzi facesse, non riusciva a trovarla.

– Adesso andiamo via – sussurrò un cammellino, e aggiunse: – tanto non c’è fretta; abbiamo ancora due anni sette mesi e quattro giorni. –

Si allontanarono: uno salì su per il cuscino insieme a molti altri, l’altro, invece, scese lungo un braccio immobile del console; quando fu sulla mano questa scattò come una trappola e lo imprigionò.

Ci fu un fuggi-fuggi generale.

I cammellini erano travolti dal panico: quelli che si trovavano nei paraggi delle orecchie vi si precipitarono dentro, sparendo nella testa; gli altri si dispersero velocissimi alla periferia del letto.

In un attimo nella stanza tutto tornò apparentemente calmo.

– Cosa accadrà tra due anni sette mesi e quattro giorni?

La voce del console era secca, come di chi non ha più saliva. Il cammellino prigioniero fra le dita era confuso, ma seppe comportarsi in modo ineccepibile. Subito si scusò anche a nome di tutti i suoi colleghi per essersi lasciato sorprendere; poi disse che era davvero dispiaciuto, che incidenti come questo non erano capitati più di quattromila volte in tutta la storia dell’umanità, e avrebbe sicuramente continuato a tergiversare se il console, con decisione, non avesse ripetuto la domanda.

Il piccolo prigioniero, questa volta, fu preciso ed essenziale: – Fra due anni sette mesi e quattro giorni, esattamente alle ore ventuno e trentasei, tu morirai. –

Il console non batté ciglio, ma il cammellino dovette ritenere ugualmente di essere stato un po’ brutale. Quando, dopo una breve pausa, riprese a parlare, il suo atteggiamento era quasi affettuoso: – Io e i miei colleghi – disse – siamo i cammellini della memoria e portiamo via i ricordi a chi sta per morire. -Parlava con un lieve accento straniero – Purtroppo non sempre riusciamo a fare per tempo questa operazione di trasloco. Certe persone, a volte giovanissime, muoiono improvvisamente; per certe altre, anche se anziane, ci viene comunicata troppo tardi la data del decesso; alcuni addirittura si uccidono di loro iniziativa, e un suicida, come saprai, muore con tutti i suoi ricordi. Tu sei stato fortunato, per te siamo stati avvertiti in tempo: abbiamo iniziato il trasloco già da venti giorni, lentamente. Tra due anni sette mesi e quattro giorni, alle ventuno e trentasei precise tu morirai con pochi ricordi indispensabili e secondari. –

La voce del console questa volta era solo stanca: – Voglio morire adesso, portate via i ricordi e fatemi morire subito. – disse, e aggiunse – Per favore. –

Il cammellino ci pensò un po’ su poi decise che lo avrebbe accontentato. Era il meno che potesse fare: – Ma ti devo informare che l’infarto per il quale saresti dovuto morire fra due anni sette mesi e quattro giorni non può, per regolamento, essere anticipato. Dunque morirai di morte pura. Accadrà domani notte, in questo stesso letto. La morte ti ucciderà senza travestirsi da malattia, né da incidente, né da nient’altro. Non fornirà spiegazioni tecniche per alcuno: sarà morte, e basta. –

Il console abbassò il pugno sul cuscino e lo aprì: il cammellino si sgranchì bene le gambe e le gobbe, poi, trotterellando, rientrò nell’orecchio. Ma si trattenne poco. Un attimo dopo, infatti, stava già galoppando verso i margini della coperta e salutava col braccio.

Il console rivide il figlio con le sue ultime scarpe nuove, poi passò la notte a ricordare.

Il mattino seguente si alzò molto presto e, come sempre, scese a piedi le scale; aveva sempre evitato gli ascensori. Giunto sul marciapiede attese nell’aria fresca che passasse un camion interminabile; poi attraversòla strada. Sarebbestata una giornata speciale.

Quando salì sull’autobus numero dodici era già buio. Attese la sua fermata guardando fuori dal finestrino.

Giunto a casa si spogliò, si fece la doccia, si lavò i denti, indossò il pigiama e si mise a letto.

Inaspettatamente si addormentò quasi subito.

I cammellini non si fecero attendere: alcuni uscirono dalle sue orecchie, altri, moltissimi, arrivarono da chissà dove.

Si portarono viala moglie Elisabetta mentre, sorridente lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; suo fratello Antonello serio e immobile in bianco e nero come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio; suo figlio a cinque anni, quella domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove. Poi un altro ricordo, e un altro, e un altro ancora. In meno di un’ora si portarono via tutti i ricordi.

Un ultimo cammellino si portò via il ricordo dei cammellini.

Nella stanza, terminato quel brulicante viavai, tutto era tranquillo: si sentiva soltanto il respiro profondo del console.

Dopo un po’, nell’orizzonte limitato della coperta a quadri, apparve un dromedarietto grigioperla.

In breve superò la coperta e si distese in un galoppo sfrenato sul bordo del lenzuolo, scalò il cuscino e scese sulla spalla del vecchio. Quando infine, districandosi tra le pieghe del pigiama, fu sul petto, si fermò, chinò il capo e morsicò in profondità, verso il cuore, coi suoi denti di ghiaccio.

A quel punto per il console fu solamente la fine di un sonno senza sogni.

cammellini

 

Eccomi, parliamo?

Vi capitano mai giornate di quelle a metà strada tra il “buongiorno un cazzo” e “hallelujah brava gente”?
Ecco, di quelle giornate che sopporti, ma ti chiedi quante ancora puoi reggerne. Perchè, come si dice in dialetto venezianio “ghe ne gò na sgionfa…”

Ieri mia mamma avrebbe compiuto 73 anni.
Che donna sarebbe stata? Io lo so, me la immagino. Non l’ho mai veramente lasciata andare, nonostante tenti di assopire la sua assenza.
Mi manca. Quattordici anni di mancanza. Di assenza. E di invisibilità.

Ieri c’era anche l’incontro con il curatore fallimentare. Andato bene, per quanto una cosa simile andare bene beh… è questione di punti di vista. Già l’aver trovato una persona ragionevole e non aggressiva è stato importante. Poi tutto andrà di corsa. Lunedì sigilli alle case, vendita delle cose, tempo stimato? Boh.
Telefonate su telefonate. Il commercialista, l’avvocato, mio fratello. Lo Zar ovviamente silenzio stampa. Meglio così.
Meglio non dovermi mangiare altro fegato.
Si corre. L’avvocato ieri mi ha detto “sarà veloce e la fine di un incubo”.
Un incubo lugo troppo tempo. Troppi anni.

Ieri c’è stata la firma in banca per un prestito micragnoso che tornerà utile per comprare il camion. Niente euro per mangiare, ma questo lavoro saltano fuori. Sono stanca. Per la tensione ieri non ho chiuso occhio.
Quando finalmente vado a dormire, due ore dopo mi alzo per andare in bagno e altra delusione. Le persone mi deludono. Lo fanno inconsapevolmente? Di fatto, ieri sera mi sono sentita presa per i fondelli per un episodio che non mi va di raccontare ma che riguarda il mio privato.

Ieri sera però un mio caro amico mi fa un regalo. Mi concede di vedere un’anteprima dei suoi ultimi scatti. Un concept davvero bellissimo e dunque la delusione rimane, ma almeno mi è arrivata anche una carezza. Voluta o no, non mi faccio domande. Prendo il bello perchè è così che deve essere.

Ieri c’è stato anche il circolo. Faticoso stare concentrati dalla stanchezza, il telefono che ha squillato ventimila volte. Poi un abbraccio da parte della docente, complimenti dai corsisti… “Sai scrivere”, “Sei brava”, “Non devi avere mai dubbi”…
Io dubbi ne ho tanti, tantissimi.
E sono qui con un peso di una tonnellata sul cuore.
Perchè in tutto ciò che ho scritto, c’è poco di buono. E sono esausta. Tra venti minuti parto per andare a lavorare.
Il sonno se n’è andato nel constatare la tristezza.

Sono anche influenzata.
Mi sa che stasera il senso dell’umorismo è andato a farsi fottere.
Che ne gò na sgionfa.
Stasera più che mai…