Mutant Story

Sono righe che aspettano da un po’ di essere scritte.

Click play: Golberg Variation – Bach

La vita è ovunque.
Un virus malefico che ti si attacca addosso, facendoti ammalare. Gli esseri migliori su questo pianeta, hanno la vita negli occhi.
Non so spiegare: è l’immagine del vampiro che si è nutrito e ha la sclera nera, satura di sangue.
E’ vita. Una dose enorme di vita vera.
Gli occhi, quando sono vivi, sono in diretta connessione con il cervello, lo stomaco e si, anche con i più profondi recessi della paura. Sono gli occhi che mostrano il male, la sociopatia, il terrore.
Perchè i virus mortali, come la vita, portano con sé frammenti di orrore.

Lui tiene sempre gli occhi bassi. Non fissa mai direttamente, sfuggente.
Ma d’altronde è di natura sfuggente.
Ripenso all’oppio, all’assenzio, allo sguardo che smette di fissare ed inizia a vedere.

“Finisco qui e poi tocca a noi due”.
Cenno di assenso.
Poi la gente si ostina ad attaccarsi addosso ai miei vestiti.
Gioca? Giochi? Giochiamo?
Lanci la palla e mille cagnetti abbaianti ti riportano il giocattolo, scodinzolanti.
Ma quell’anima al buio, in attesa, non scodinzola affatto. Non è cane. E’ Lupo.
La palla non gli interessa. Preferisce la carne.
Si spoglia senza problemi. E’ cambiato. Più fisico, anche se non credo sia un bene.
La sua fisicità più presente, nasconde ancora di più la sua natura. Chi si fissa sulla scatola non nota il contenuto.
Astuto. Ma non me la fai.
Possiedo un’anima antica quanto la tua.

E’ tranquillo. Sono tranquilla. Non so spiegare: abbiamo quasi lo stesso odore. E questo è tranquillizzante.
La mia nemesi piega la testa in avanti. Disinfettante. Ride. Rido. La gente sparisce. Non c’è più nessuno.
Inizia.

In sottofondo Depeche Mode, Marilyn Manson, Rammstein.
Canto le parole di Annie e con la voce di Marilyn.

Click play: Sweet Dreams – Marilyn Manson

Amico mio.
Come te lo spiego? Come ti dico quello che sto per dire?
E’ il trionfo di chi non vuole annegare. E ogni istante la pelle urla il suo no al virus vita.
Lo senti?
Senti l’aria che passa sotto pelle? L’esoscheletro?
Senti che ti sto toccando dentro? Che le mie dita d’acciaio bucano la pelle, ancora e ancora, e ancora…
Ti fotto la pelle Amico. La pelle.
Te la lacero, te la taglio. E lei canta. Racconta. E tu non puoi farci niente. Nemmeno io posso.
Solo lasciarla andare.

Un ago.
Entra ed esce.
Due aghi.
Tre aghi.
Il numero sale.
Dieci aghi.

Toc toc toc.
La connessione è totale. Non c’è niente da dire.
Intorno solo chilometri di deserto e detriti. Le uniche ombre vive noi.
Il carapace si forma. Lo scheletro, l’impianto. La pelle sollevata è sexy, erotica. Ti leccherei.
Leccherei ogni singolo rilievo di pelle. Ogni singola ferita.
Le mie pupille si contraggono.
Le tue, si dilatano.

Quindici aghi.
Entra ed esce.
Sedici aghi.
Entra ed esce.
Diciassette aghi.
Il numero sale.
Venti aghi.

La tua schiena. Vorrei fosse la mia.
Siamo entrambi un disegno unico.
Io gli aghi li porto anche ad inchiostro.
Ganci per la precisione.
Per questo desidero. Vorrei che ogni lembo tuo, fosse mio.
Amo il gesto. Piega l’ago, pizzica la pelle. Entra ed esce. Piccole dita d’acciaio.
Entrano ed escono con laido compiacimento.
E quanto sperma rosso sotto che si muove.
Nessuno sa. Solo io vedo. Solo tu senti.
Se il cielo si aprisse, vorrei che cadessero migliaia di aghi in una pioggia dolorosa.
E se ciò accadesse, tutto si purificherebbe.
Ventisette aghi.
Entra ed esce.
Ventotto aghi.
Il numero sale.
Erano 29. Ventinove sottili intelaiature.

L’impianto era completo. L’esoscheletro funzionante. Il fondo toccato e la fase di risalita ancora distante.
Tocca a te.
Finalmente, avviene lo scambio.

Click Play: Stirb nicht vor mir – Rammstein

Non ti sfilo l’armatura. La tieni addosso.
Il deserto è ampio attorno a noi. Anche il quotidiano è distante.
Lasci entrare ed uscire gli aghi. Un dolore. Piccolo. Poi la pace.
Sento la pelle tendersi e protestare. Poi il silenzio che diventa una canzone.
“Da quanto tempo nessuno ti tocca?”
Eccolo il contatto. I miei piccoli amici. I miei tesori.
Tu. Io. Strumenti.
Loro prendono vita.
Come gli occhi dei vampiri che si riempiono di sangue.
Le sclere, i piccoli corpi cavernosi, ricevono il dono.
Noi strumenti.
Loro vivi.
Il virus… lo senti? Maledetta vita.

Ho voglia di piangere di gioia. Ho voglia di sentire la pelle che si lacera del tutto, vedere il mio scheletro bianco danzare.
Ho bisogno di questo dolore.
Grazie.

La gente compare all’orizzonte. E’ ora di finire.
Sfilare l’esoscheletro è un momento importante. Sanguinerai. Sanguineremo.
E io dovrò costringere la mia fame nel buio. Nella notte.
Ed eccole li le piccole cascate fiorire.
Di una bellezza commovente, scivolano sulla pelle.
Fiori scarlatti, fatti di materia degna di Re.
So che in quell’istante ti sei innamorato.
Hai provato l’amore per quelle scie dolci che scorrevano calde sulla pelle.
So che in quel preciso istante, hai capito il mio linguaggio.

Gratitudine.
Per esserti lasciato andare.
Per avermi riportato i miei piccoli amici.

 

Per te:

Piove, ma mai abbastanza

Stanotte ho rischiato di vomitare.
C’è un limite a tutto. A tutto.
Già per me è surreale fare questo lavoro, pur avendo una visione, un’etica, una posizione diametralmente opposta. Mi violento. E lo faccio per un bene superiore (?) anche se non so quanto ci credo io per prima.
Ma… questa cosa… no, intollerabile. Intollerabile proprio.
Stanotte arriva P. con delle anguille. Le porta dentro, si procura un coltellaccio e mi accorgo che sono vive. Inizia a sbatterle. Uno dei colleghi urla “devi sbatterla per la testa!”Il piccolo animale tenta la fuga, diventa aggressivo, scappa.
Io comincio a sentire montare la nausea. Guardo la scena, poi mi viene un capogiro. Mi volto.
“Ma non sapevi che si faceva così?”.
No cazzo! No!.
NON si fa così. Provano dolore.
NON SI DEVE FARE COSi’!
Sono scappata, mollando a metà del lavoro. Non ho più spiaccicato parola, fino ad adesso che sto riversando tutta l’amarezza qui.
Mi chiedo soltanto perchè?
Sentivo dentro al cuore ogni colpo e pensavo: “forza piccolo scappa”.
E sono una stracazzo di pusillanime. Stavo per dire “quanto vuoi? Li compro io…” E non l’ho fatto. Avrei dovuto. Non l’ho fatto. Mi sono limitata ad uscire, mentre gli altri, uomini (ovviamente) tutti affascinati dalla manovra schifosa.
Mentre scrivo piove. Piove fuori, ma anche sulla mia faccia.
Troppo poco per lavare la vergogna che provo.
Penso che non sono capace…

Piove davvero. C’è anche vento. Vento fresco, che spazza via.
La porta in metallo sbatte e ogni colpo sento sussultare la mia anima.
Ho voluto lavare io, il sangue di quelle povere creature. Ho usato varecchina e sapone.
Ma cosa cazzo ci facciamo noi su questo splendido pianeta? Cosa siamo, se non un virus molesto, peggiore della peste?

Sto decisamente troppo male. Vorrei vomitare.

giphy

Pensieri così, in generale.

In Luce Luciferi

Vedo un sacco di persone fare a gara di cattiveria.
Su FB compaiono status su quale segno sia il peggiore, addiritura Satana in persona.
Un continuo proliferare di Satanassi, Lucifero, Demoni di varia natura.
Mah. Mi chiedo se davvero sia così. Se questo ostinarsi a credersi, sentirsi, essere, entità malvagie non sia altro che un voler affermare la propria differenza.
A volte vorrei dire a questi personaggi: oh ma Lucifero (portatore di Luce) altro non era che un Angelo. Della stessa pasta di quegli Angeli che poi sono l’antitesi di voi stessi.
Penso che non ci sia niente di più crudele di un Dio Padre Onnipotente che chiede al proprio figlio di immolarsi o immolare il proprio affetto. Ma è un discorso troppo ampio per essere sviscerato qui. Perciò direi che se dovessi dare il premio “Villain” probabilmente lo vincerebbe qualcuno che sta in alto e non in basso.
D’altronde il pregevole monologo di John Milton/Al Pacino (no non l’autore del Paradiso Perduto), Diavolo eccellente ad un tratto dichiara divertito: “Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti.”

E’ cosa nota che invece io umanista non sono affatto.

PPP
Scrivevo oggi su FB: “Quando leggo i dossier sulla morte di PPP o sugli anni di piombo, penso alla frase “si stava meglio quando si stava peggio” e mai frase mi appare più cretina.”

A parte che Lucarelli quando scrive, ha quella capacità tutta sua, di dare ai pensieri una voce propria. Non i suoi pensieri, i tuoi.
Leggi, pensi, e lui poco dopo, dice ciò che hai pensato.
Tra l’altro è il mago del contesto.
Lui contestualizza tutto. Luoghi, fatti, pensieri, momenti. Leggendolo, non puoi fare a meno di pensare “Ah si mi ricordo!”.
Mentre racconta di un’Italia spazzata dai venti del  Male, il Male quello vero, quello della becera ignoranza, o di una guerra che non ha contorni definiti, quel Male che niente ha a che vedere con gironi infernali, Belzebù, e circoli satanici, io poco prima di adolescere, mi ritrovo speculare, in un continuum spazio tempo, nella mia cameretta a Carpenedo, mentre lui adolescente lo è già, legge un rotocalco a Faenza.
Eh si. Chi sa raccontare, o meglio, chi sa contestualizzare, ti ricorda esattamente dove eri e cosa stavi facendo quel giorno, quello in cui ammazzarono Pasolini. O Impastato. O Moro.  Ero piccola e ancora non adolescevo o lo facevo da troppo poco. Ma c’ero. E chiedevo “Che succede mamma?”
Gli anni di piombo li chiamavano. Ma erano davvero dominio di un male profondo, canceroso.
E allora leggi, leggi, torni ai giornali che Lucarelli ti ricorda che si chiamavano un tempo “rotocalchi”.
Io me la ricordo la parola rotocalco. La dicevano anche i giornalisti in tv.
Torni all’immagine di Pasolini morto. E nel dubbio, te la ricerchi in rete. Come ti ricerchi quelle di Moro, o di Impastato, e nel tempo anche quelle di Falcone e Borsellino.
Sono foto che fanno male. Le guardi e capisci che il più sadico non è l’ultimo degli umanisti. No no… è qualcosa di più umano e meno divino.
Chi sei tu? Satana? No no io sono un uomo. Capace di ammazzare perchè io non sono un umanista. Proprio per niente.

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L’altro libro che gira in questi giorni è “Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez.
Mi è piaciuta la presentazione dell’autore che dice:

Filippo Martinez

è un tragediografo ossessionato dalla sintesi che opera in tutti i campi della comunicazione. Dal 20 luglio del 2001, giorno del suo 50° compleanno, ha proclamato la sua morte ‘indidascalica’ (da non confondere con la morte ‘didascalica’ che è quella che procura il lavoro alle agenzie di pompe funebri); da allora si considera postumo e ha rinunciato del tutto alle consuetudini che gli facevano perdere tempo. Oggi insegna Regalità Individuale presso l’Università di Aristan della quale è anche Rettore. Questa è la sua epigrafe: “Trasloco. Vado in quel che faccio e faccio quel che sogno. Sono altrove. Altrove è l’unico posto possibile”.

Potevo non comprarlo? Ma soprattutto potevo non sentirmi io stessa postuma?

I Cammellini della Memoria (Tratto da *Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez)

Il console era ormai vecchio.

Quella notte, come ogni notte, stava facendo la doccia prima di andare a dormire. Mentre s’insaponava ricordava sua moglie Elisabetta: la rivedeva sorridente mentre lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; poi rivide suo figlio a cinque anni, una domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove; poi suo fratello Antonello, serio e immobile, in bianco e nero, proprio come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio.

Quest’ultimo pensiero fu interrotto da qualcosa che al console sembrò il grido di qualcuno che precipita. Un grido quasi impercettibile, leggero come un sussurro. Il suo sguardo scattò sfiorando la tenda a fiori della doccia e scivolò giù, sino ai piedi: notò il solito vecchio callo, poi seguì l’acqua mista a schiuma che scorreva verso il mulinello; fu lì, fu nel vortice di acqua e di schiuma, che gli parve di scorgere un cammellino piccolissimo che si dibatteva ancora per un attimo prima di sparire nel buco dello scarico. Il console si sciacquò bene, si asciugò, indossò il pigiama, le pantofole e filò verso il letto.

Non poteva essere stato che uno scherzo della stanchezza. Entrò nel letto che già pensava ad altro. Lesse quasi due pagine di un romanzo noioso e fu colto dal sonno senza avere il tempo di riporre il libro sul comodino, né di spegnere l’abat-jour.

Fece dei brutti sogni.

Verso la metà della notte ebbe un attimo di dormiveglia. Non apri gli occhi ma si accorse ugualmente di non aver spentola luce. Stavaconcentrandosi per trovare la forza di ordinare alla sua mano insonnolita di spegnere, quando, all’improvviso, si rese conto che intorno a lui c’era un’indefinibile animazione.

Lentamente, trattenendo il respiro, apri gli occhi; ma li richiuse quasi subito.

Con un movimento leggerissimo si morse a sangue l’interno della guancia: era sveglio.

Questa volta socchiuse impercettibilmente solo una palpebra: i cammellini continuavano ad andare e venire sulla coperta a quadri, sul lenzuolo, sul cuscino; continuavano a entrare e uscire dalle sue orecchie con disinvoltura. Anche se aveva le ciglia quasi chiuse riuscì lo stesso a notare che le bestiole, ogni volta, uscivano dalla sua testa con un pacchetto tra i denti.

Cercò di ripetersi che era stanco, ma ormai non poteva più crederci: i cammellini c’erano veramente. Ed erano una moltitudine. Stavano attraversando le sue orecchie e portavano chissà dove pacchetti rubati, chissà come, nella sua testa.

Dei predoncini sfacciati lo stavano depredando nel suo letto. Il console ebbe un moto d’ira ma riuscì a controllarsi. Un ronzio, come di mosca, lo informò che due di loro si erano fermati proprio all’ingresso di un orecchio e stavano conversando.

Concentrò l’attenzione sul ronzio… li capiva; distingueva perfettamente ogni parola: parlavano del cammellino Markoskintu precipitato nello scarico della doccia. Erano molto contrariati.

Il console cercava di respirare piano, mantenendo sempre lo stesso ritmo.

Un cammellino chiese all’altro cosa avesse nel suo pacchetto e questi gli rispose che aveva un bel ricordo; disse che stava portando via l’immagine di Filippo con le sue ultime scarpe nuove.

Il console ebbe un brivido, cercò nella memoria l’immagine di suo figlio Filippo con le sue ultime scarpe nuove e nonla trovò. Avevala sensazione che quell’immagine fosse stata sua per tanto tempo ma, per quanti sforzi facesse, non riusciva a trovarla.

– Adesso andiamo via – sussurrò un cammellino, e aggiunse: – tanto non c’è fretta; abbiamo ancora due anni sette mesi e quattro giorni. –

Si allontanarono: uno salì su per il cuscino insieme a molti altri, l’altro, invece, scese lungo un braccio immobile del console; quando fu sulla mano questa scattò come una trappola e lo imprigionò.

Ci fu un fuggi-fuggi generale.

I cammellini erano travolti dal panico: quelli che si trovavano nei paraggi delle orecchie vi si precipitarono dentro, sparendo nella testa; gli altri si dispersero velocissimi alla periferia del letto.

In un attimo nella stanza tutto tornò apparentemente calmo.

– Cosa accadrà tra due anni sette mesi e quattro giorni?

La voce del console era secca, come di chi non ha più saliva. Il cammellino prigioniero fra le dita era confuso, ma seppe comportarsi in modo ineccepibile. Subito si scusò anche a nome di tutti i suoi colleghi per essersi lasciato sorprendere; poi disse che era davvero dispiaciuto, che incidenti come questo non erano capitati più di quattromila volte in tutta la storia dell’umanità, e avrebbe sicuramente continuato a tergiversare se il console, con decisione, non avesse ripetuto la domanda.

Il piccolo prigioniero, questa volta, fu preciso ed essenziale: – Fra due anni sette mesi e quattro giorni, esattamente alle ore ventuno e trentasei, tu morirai. –

Il console non batté ciglio, ma il cammellino dovette ritenere ugualmente di essere stato un po’ brutale. Quando, dopo una breve pausa, riprese a parlare, il suo atteggiamento era quasi affettuoso: – Io e i miei colleghi – disse – siamo i cammellini della memoria e portiamo via i ricordi a chi sta per morire. -Parlava con un lieve accento straniero – Purtroppo non sempre riusciamo a fare per tempo questa operazione di trasloco. Certe persone, a volte giovanissime, muoiono improvvisamente; per certe altre, anche se anziane, ci viene comunicata troppo tardi la data del decesso; alcuni addirittura si uccidono di loro iniziativa, e un suicida, come saprai, muore con tutti i suoi ricordi. Tu sei stato fortunato, per te siamo stati avvertiti in tempo: abbiamo iniziato il trasloco già da venti giorni, lentamente. Tra due anni sette mesi e quattro giorni, alle ventuno e trentasei precise tu morirai con pochi ricordi indispensabili e secondari. –

La voce del console questa volta era solo stanca: – Voglio morire adesso, portate via i ricordi e fatemi morire subito. – disse, e aggiunse – Per favore. –

Il cammellino ci pensò un po’ su poi decise che lo avrebbe accontentato. Era il meno che potesse fare: – Ma ti devo informare che l’infarto per il quale saresti dovuto morire fra due anni sette mesi e quattro giorni non può, per regolamento, essere anticipato. Dunque morirai di morte pura. Accadrà domani notte, in questo stesso letto. La morte ti ucciderà senza travestirsi da malattia, né da incidente, né da nient’altro. Non fornirà spiegazioni tecniche per alcuno: sarà morte, e basta. –

Il console abbassò il pugno sul cuscino e lo aprì: il cammellino si sgranchì bene le gambe e le gobbe, poi, trotterellando, rientrò nell’orecchio. Ma si trattenne poco. Un attimo dopo, infatti, stava già galoppando verso i margini della coperta e salutava col braccio.

Il console rivide il figlio con le sue ultime scarpe nuove, poi passò la notte a ricordare.

Il mattino seguente si alzò molto presto e, come sempre, scese a piedi le scale; aveva sempre evitato gli ascensori. Giunto sul marciapiede attese nell’aria fresca che passasse un camion interminabile; poi attraversòla strada. Sarebbestata una giornata speciale.

Quando salì sull’autobus numero dodici era già buio. Attese la sua fermata guardando fuori dal finestrino.

Giunto a casa si spogliò, si fece la doccia, si lavò i denti, indossò il pigiama e si mise a letto.

Inaspettatamente si addormentò quasi subito.

I cammellini non si fecero attendere: alcuni uscirono dalle sue orecchie, altri, moltissimi, arrivarono da chissà dove.

Si portarono viala moglie Elisabetta mentre, sorridente lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; suo fratello Antonello serio e immobile in bianco e nero come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio; suo figlio a cinque anni, quella domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove. Poi un altro ricordo, e un altro, e un altro ancora. In meno di un’ora si portarono via tutti i ricordi.

Un ultimo cammellino si portò via il ricordo dei cammellini.

Nella stanza, terminato quel brulicante viavai, tutto era tranquillo: si sentiva soltanto il respiro profondo del console.

Dopo un po’, nell’orizzonte limitato della coperta a quadri, apparve un dromedarietto grigioperla.

In breve superò la coperta e si distese in un galoppo sfrenato sul bordo del lenzuolo, scalò il cuscino e scese sulla spalla del vecchio. Quando infine, districandosi tra le pieghe del pigiama, fu sul petto, si fermò, chinò il capo e morsicò in profondità, verso il cuore, coi suoi denti di ghiaccio.

A quel punto per il console fu solamente la fine di un sonno senza sogni.

cammellini

 

Eccomi, parliamo?

Vi capitano mai giornate di quelle a metà strada tra il “buongiorno un cazzo” e “hallelujah brava gente”?
Ecco, di quelle giornate che sopporti, ma ti chiedi quante ancora puoi reggerne. Perchè, come si dice in dialetto venezianio “ghe ne gò na sgionfa…”

Ieri mia mamma avrebbe compiuto 73 anni.
Che donna sarebbe stata? Io lo so, me la immagino. Non l’ho mai veramente lasciata andare, nonostante tenti di assopire la sua assenza.
Mi manca. Quattordici anni di mancanza. Di assenza. E di invisibilità.

Ieri c’era anche l’incontro con il curatore fallimentare. Andato bene, per quanto una cosa simile andare bene beh… è questione di punti di vista. Già l’aver trovato una persona ragionevole e non aggressiva è stato importante. Poi tutto andrà di corsa. Lunedì sigilli alle case, vendita delle cose, tempo stimato? Boh.
Telefonate su telefonate. Il commercialista, l’avvocato, mio fratello. Lo Zar ovviamente silenzio stampa. Meglio così.
Meglio non dovermi mangiare altro fegato.
Si corre. L’avvocato ieri mi ha detto “sarà veloce e la fine di un incubo”.
Un incubo lugo troppo tempo. Troppi anni.

Ieri c’è stata la firma in banca per un prestito micragnoso che tornerà utile per comprare il camion. Niente euro per mangiare, ma questo lavoro saltano fuori. Sono stanca. Per la tensione ieri non ho chiuso occhio.
Quando finalmente vado a dormire, due ore dopo mi alzo per andare in bagno e altra delusione. Le persone mi deludono. Lo fanno inconsapevolmente? Di fatto, ieri sera mi sono sentita presa per i fondelli per un episodio che non mi va di raccontare ma che riguarda il mio privato.

Ieri sera però un mio caro amico mi fa un regalo. Mi concede di vedere un’anteprima dei suoi ultimi scatti. Un concept davvero bellissimo e dunque la delusione rimane, ma almeno mi è arrivata anche una carezza. Voluta o no, non mi faccio domande. Prendo il bello perchè è così che deve essere.

Ieri c’è stato anche il circolo. Faticoso stare concentrati dalla stanchezza, il telefono che ha squillato ventimila volte. Poi un abbraccio da parte della docente, complimenti dai corsisti… “Sai scrivere”, “Sei brava”, “Non devi avere mai dubbi”…
Io dubbi ne ho tanti, tantissimi.
E sono qui con un peso di una tonnellata sul cuore.
Perchè in tutto ciò che ho scritto, c’è poco di buono. E sono esausta. Tra venti minuti parto per andare a lavorare.
Il sonno se n’è andato nel constatare la tristezza.

Sono anche influenzata.
Mi sa che stasera il senso dell’umorismo è andato a farsi fottere.
Che ne gò na sgionfa.
Stasera più che mai…

Se mi vuoi bene, lasciami andare via per prima

La notizia la si conosce.
Luogo: Ospedale All’Angelo di Mestre
Interno giorno.
Lui e Lei.
Lui spara. Prima a lei poi punta l’arma verso la propria testa e fa fuoco.
Lei muore. Lui versa in gravissime condizioni. (E’ possibile che mentre sto scrivendo sia già andato oltre…)
Una lettera di addio alla figlia.
Un gesto concordato. Andiamocene insieme. Prima io e poi tu.

Semplicemente dignitosi.
Ad un certo punto qualcosa si spezza e si decide di andare.
Non è una fuga.
Non si tratta del ragazzo che prende una multa perchè andato a battone ed incapace di giustificarsi.
Non si tratta di chi ha paura di affrontare delle responsabilità.
Si tratta di chi ha pensato di lasciare questa terra senza grandi clamori.
Ma il rumore lo fa comunque.
Lo fa nel cuore di chi lascia. Lo fa nelle vite di chi rimane. Struggendosi per non aver capito. Per non essere riusciti a rendere gli ultimi istanti rari, preziosi, egoisticamente indimenticabili.
Non ci sono riuscita io, pur sapendo che la fine stava arrivando per la mia mamma, mi immagino i famigliari di queste persone che non hanno potuto bruciare una vita in poco tempo.

Mi immagino questa donna che dice al marito: “se mi ami, non mi lasci qui da sola. Fammi andare via prima di te”.
Mi immagino loro due che di comune accordo decidono per l’ospedale. Almeno non dovranno aspettare che qualcuno scopra il cadavere, almeno se le cose vanno male, li c’è una sorta di certezza.
Un posto dove il sangue non sporca.
E poi anche loro, un viaggio, l’ultimo. Insieme.
Se mi ami, avrà detto lei, non mi lasci qui da sola. Fammi andare per prima.

Sai, Ernesto… sai che beffa se proprio quel luogo che avevate scelto per andare, riesce a salvarti la vita?
Sai che beffa se il destino ti rende omicida e lucido quel tanto da capire che per amore hai lasciato andare per prima Loredana e non potrai seguirla?
Amico mio ti auguro di cuore che questo non accada. Che questa notte ti apra le porte e tu possa seguirla.

E sai Ernesto, c’era qualcosa che non capivo e che mi turbava. Leggevo la vostra storia e non capivo perchè sentivo, dentro di me, crescere un’inquietudine antica.
Mentre scrivo il tuo nome e quello di lei, una luce.
Anche mio padre si chiama come te.
Anche mia madre si chiamava come lei.

Non potrò più andare a trovarla senza pensare anche a voi due.
Anche se non vi conoscevo.
Anche se per me non eravate nulla…

Buon viaggio ad entrambi.

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Adolescere

“Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere.” (M. Paolini)
Domani è l’anniversario.

14 anni fa, in un Luglio caldo e assolato, mia mamma andava via.
Da quel giorno è iniziato un nuovo conto.
Domani compio 14 anni di vita adulta, ma se fossero 14 anni di vita vissuta, sarei ancora un’adolescente e di Lei avrei ancora bisogno. Ho ancora bisogno.
In questi due anni ho fatto il solco in cimitero, piangendo davanti a quella piccola foto, chiedendole di vegliare noi, che restiamo qui sul pianeta Terra.
Domani combatterò queste zampe deformi e andrò a trovarla.
E so che anche domani le chiederò ancora e ancora… di sedare, lenire, di prenderci per i capelli e non farci affondare.
Noi 4.
Perchè anche se ogni giorno odio quello che sta succedendo, ogni giorno non provo odio per nessuno. Solo compassione.
Solo tristezza.

In questi giorni mi sono ritrovata a meditare sulle buone e sulle cattive persone.
Due commercialisti.
Uno che ancora si preoccupa di sistemare le cose pur avanzando un sacco di soldi e un’altro che invece è stato sempre pagato profumatamente e che si lamenta e minaccia.
Penso a come stiamo vivendo.
Vedo F. che si ammazza di stanchezza e lavoro, per non pensare a quanto sta accadendo o forse per un bisogno di normalità che ancora stenta ad arrivare.
I. è in corsa con se stesso. Chiede continuamente sostegno e forza. Ondivago.
Io… io sono triste. Con una vita sconvolta. Un po’ per salute, un po’ per incapacità, un po’ perchè non sono capace di fermare questa corsa allo schianto.
Come la cassa piena di coppi di Marco Paolini.

Dentro di me, si affacciano alcune certezze. Una di queste è che devo mollare un pò.
Per questo inverno lasciamo andare corsi di letteratura, lasciamo andare la kinky life, lasciamo andare pomeriggi a fare due passi.
Lasciamo andare. E cosa rimane? Niente.
Speriamo almeno torni la voglia di scrivere per me, di me, con me.
I miei racconti. Le mie storie.
Mi terrorizza l’idea di non riuscire a mettere in porto il romanzo collettivo.
Ci proverò. Ovvio che ci proverò. Ma… ora mi sento così azzerata. Incapace.
Domani compio 14 anni. Domani sono 14 anni senza di Lei.
E ad oggi, senza di me.
Ma non è importante.

rosa-bianca