Peccati da non dire

Ho parlato troppo velocemente. Pensavo che la gamba avesse smesso di spargere sacri liquidi quando stamane mi sono accorta che si era formata una bolla in corrispondenza del foro drenaggio.
Che avreste fatto voi? Sicuramente avreste visto il medico domani. Io no.
Ho messo le mani alla mia riserva di aghi, ne ho preso uno (ovviamente sterile) e ho forato la bolla. Zampillo copioso. E ancora zampilla.
Meglio. Quello che esce non fa danni. Regola storica.
Però che dos bolas.

Nuovamente a movimento confinato, zapping, su Sky azzecco l’inizio di Two Mothers.

Io l’ho vissuto due volte.
Una è stata come nel film.
Il figlio di una mia cara amica.
Lui 18 anni io 27.
Non doveva accadere, ma è successo ed è stata una delle esperienze più dolorose della mia vita.
La mia storia aveva le sfumature di quella di Lil nel libro e nel film. Solo che lui era un bulimico di esperienze. Tornava sempre da me, ma ogni sua storia con una coetanea per me è stata una pugnalata al cuore.

Santayana diceva:  «Those who cannot remember the past are condemned to repeat it ».

Dieci anni dopo la cosa riaccade. Non era il figlio di una mia amica. Ma lui aveva 21 anni e io 38. Questa volta, la storia si inverte, diventa quella di Roz.
Sono stata io a chiudere. A finire. Consapevole che sarebbe stato dannoso per lui.
Gli ho spezzato il cuore. Me lo ha detto. Teneva la mano sul petto stretto in un pugno mentre di mi diceva “non posso sopportare ancora tanto male”.

Vedere questo film ha rimosso il coperchio che teneva nascosti,stipati, occultati, ricordi bellissimi, struggenti, dolorosi.
Alcuni passaggi del film io li ho riconosciuti.
Sono successi davvero. E sono successi a me.

Oggi ho 45 anni. E un ragazzino non lo vedo nemmeno sul radar. Ma non perchè non mi piacciano, semplicemente perchè quella sensazione, quelle emozioni, io non le saprei più gestire. Non ero in grado nemmeno allora, figuriamoci oggi.
E poi la natura fa il suo corso. Gli occhi scorgono un’altro genere di bellezza. Non più solo esclusivamente fisica ma anche intellettiva. Si cerca qualcosa che vale oro colato.
Qualcosa che traspare da occhi profondi, da pensieri, respiri, dalle parole.
Si.
Ho bisogno di altro oltre la confezione.

Il film è bello. Vedibile. E ha messo a tacere il dolore smosso da un altro film.

Ma questo masochismo visivo?
Non basta quello fisico?

 

 

Ti Mostro Il Mostro.

Listening: Muse – Isolated System

Pensieri sfusi, come una boccia di vino della casa.

Non prosecco che è gassato. Mi dia del verduzzo. O del Traminer.

Piove. Zumpappà.

Ieri sera visto il film con Brad e gli Zombi. Esatto. Per una vita ho scritto Zombie. Ma a quanto pare si scrive senza la e finale. Zombi. Zom per l’esercito.
“C’è un mare di Zom!”
In contemporanea sto anche leggendo il libro. Cosa che per i puristi della letteratura è come se stessi cucinando polpette di fango. In realtà il libro non è così male. Certo non è alta letteratura, ma che ci volete fare, adoro i cadaveri ambulanti, ne ho quasi il feticcio.

Fin da piccola, sono sempre stata una timorosa. Durante l’adolescenza ho deciso di superare certe mie paure. Perciò ho iniziato a leggere King, a guardare horror e splatter, ad anestetizzarmi e non dare retta al panico.
Sono così riuscita a vedere al cinema l’esorcista, a guardare Nightmare, Jason, Venerdì 13, Halloween e compagnia cantante.

Da allora mi sono rimaste poche cose che mi spaventano. Che mi mettono davvero tanta paura.

La paura è un sentimento potente e adrenalinico. E anestetizzarla è stata una grande grande cazzata.

Perchè a oltre quarant’anni davanti al mostro di turno quasi ti annoi. Non c’è più un indemoniato credibile, la serpeggiante paura dettata dall’immaginazione, quella sensazione di panico strisciante… ma che cazzo!
Grazie ai credibili super effettoni cinematografici, il realismo è diventato eccessivo togliendo tutto all’immaginazione.

Così ho iniziato ad apprezzare quei film che non mostrano ma suggeriscono: Guillermo Del Toro e i suoi film, The Others (peccato che visto una volta non puoi riprovare le stesse emozioni), Suspiria di Dario Argento, L’esorcismo di Emily Rose (bellissimo). Insomma tutti quei film che non ti schiantano in faccia il demonone di turno grande e grosso, che si ammazza con il flit!

Altra cosa che amo sono i *mostri* belli. Credibili.

Dopo un’invasione di zanzarine pallide in Twilight, ho adorato i vampiri alieni di “30 giorni al buio”. Filmino dubbio, senza grossi effettoni, ma con dei vampiri come Dio comanda: sanguinari, assassini, predatori ed inquetanti. Non zanzarine politically correct.
Il vampiro, è un predatore.
E quando il già citato Guillermo Del Toro ha scritto una trilogia sui vampiri, me la sono sciroppata, con sommo piacere.

 

I mostri che mi erano rimasti nel cuore erano appunto i vampiri, poi seriamente danneggiati da quei libri insulsi, gli zombie, gli alieni, gli insetti (lo so… nessun commento pliiis) e i sociopatici.

I Vampiri li avevo a tratti persi e poi ritrovati. Purtroppo non mi fanno più paura. Rimane che tifo per loro. Hanno perso in maestosità e pericoloseria (ma mi invento i termini?), rimanendo affascinanti.

Gli alieni… Beh loro mi spaventavano perchè avevo paura dei rapimenti. Pensavo: se mi rapisce la camorra, dal sud Italia ci torno a casa, ma da un pianeta sconosciuto come ci torno?

Io superfan di Spazio 1999, di Star Trek, di Guerre Stellari. Io che aspiro alla razio del Dr. Spock, al trasformismo di Maya, al portare al guinzaglio un Wookie mi sono schiantata sulla serie Falling skies. Do maroni!!!Perciò vai di Alieni Vintage o quelli di Space Balls. Il resto è niente.
Resistance is futile.

Gli insetti mi fanno cagare sotto. Non tutti. Quelli che brrr… le cavallette. Ecco per me la Jessica mi mette panico puro. Posso affrontare Satana in persona ma non uno sciame di Jessiche. Non ce la posso fare.

Per una cosa così è garantito l’infarto…

Zombie o Zombi o Zom. The Walking Dead, WWZ, ma soprattutto Zombi di Romero.

Quando non ci sarà più posto allinferno, i morti cammineranno sulla terra

Questa frase è semplicemente epica, come la scena del supermercato, sulle pareti di vetro i morti che tentano di entrare.
Ecco… a me piacciono gli Zom. Perchè sono la parte bestiale, istintuale, sono meno di un coccodrillo o di uno squalo in quanto ad intelligenza, ma aggressivi tanto quanto…

E nel film con il buon Brad, gli Zom, sono belli belli belli in modo assurdo. Soprattutto l’ultimo, quello che muove la mandibola facendola schioccare e che fa il verso che fanno anche i gatti quando vedono una preda.

Rimangono i sociopatici. Quelli si che mi fanno paura. Perchè sono tra di noi. E non ci sono film che tengano.
Hai presente quelli che un giorno si svegliano, e pensano che potrebbe essere divertente sparare chiodi sulle auto in corsa. O quelli che decidono a random, che quelle coi capelli neri rasati e il culo grosso, sono simpatiche come una carie e bisogna eliminarle dal mondo.
Insomma, quelli che “non pensavo, sembrava tanto una brava persona…”

Qualche esempio? Il mentecatto che ha ucciso Yara, o l’omicida della povera Sara, o l’autista che ha investito un anziano per non fare una constatazione amichevole. Il tipo che rapisce una bambina e le fa mettere al mondo un mare di figli in prigionia, ma anche Issei Sagawa, quella mamma che ha preso a scarpate la bimba piccina, e tutti quegli stronzi che ammazzano animali perchè sembra divertente.

Ecco, questi mi fanno paura. Perchè sono come noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai… se non per calcolo…

 

 

Ballo di San Vito

Son fatta così. Se non c’è musica, non riesco a scrivere.

E così do play.  Itunes, youtube, ippppone o forum musicale.

Ora c’è Vinicio.
Ecco qui:

Listening – Vinicio Capossela – Il Ballo di San Vito

Penso.

Ho la lacrima facile in questo periodo.

Mi basta niente. Una frase detta così, una foto, un video…

Sembra che quella parte di me, quella che ho sempre controllato con discreto successo, si sia stappata. E non ho più paura di mostrare le emozioni.

Ridere, piangere, essere felice o triste. Prima c’era solo quella insana malinconia tranquilla.

Un anno e mezzo. Un viaggio iniziato un anno e mezzo fa.

Iniziavo una storia d’amore e di passione. Ritornavo a scrivere tentando di non vomitare più parole, ma a meditarle.
In un anno e mezzo ho conosciuto molti mondi. Viaggi fatti in circoli letterari, davanti ad un buon vino o con angeli variopinti, davanti ad una birra che non potevo bere perchè gassata.

Ho fatto un sacco di cose. Tutte in un momento. Sembra davvero che l’Alieno che mi hanno installato nella pancia, mi abbia reso cosciente che c’è dell’altro. Ci sono vite parallele che non vanno dimenticate.

Ma più di tutto è la passione. Il fuoco che sento nel cuore.

Ma come si fa a spiegare? Come si può dire?

Da una parte c’è la paura. Quella che non ci/mi abbandona mai. La paura del futuro, dei soldi (pochi e a momenti) dell’azienda che potrebbe saltare da un momento all’altro. C’è il timore di non farcela. Il bisogno di un piano B. C’è la paura che ti insegnano gli altri. Perchè alla fine, anche se dici “me ne frego”, sai perfettamente che è con altri che devi vivere.

E in tutto questo pensi che facendo quello che fai, sei fottutamente figo. Macchè. Al massimo sei un sopravvissuto. Se tutto va bene. Perchè se tutto va male, beh, ti viene di sputarti in faccia controvento. Anche se non è sempre e solo colpa tua.

La crisi? Beh si. Certo. La malagestione? Anche. Ma un pò è anche colpa tua che assisti allo sfacelo senza fare niente.

Balasso, qualche sera fa a Mestre, ha detto una cosa che mi ha colpito molto. La gente che protesta, va in piazza, alza il pugno, urla. Insulta il politico di turno, firma petizioni, minaccia, grida. E poi va a casa, convinta di avere fatto la propria parte.

In realtà ha solo gridato contro un muro delle proteste. Lecite certo, ma inutili. Perchè se a quelle parole non seguono fatti… allora è solo uno sfogo verbale.

Un pò come lo sportivo da salotto che urla all’arbitro e incita il Balotelli di turno. Finisce la partita e si sente stanco, a volte felice (se la squadra ha vinto) e in qualche misura si sente partecipe dello sforzo degli 11 mutandati.

Mi sono sentita spesso anche io così. Spettatrice. In attesa di quelle grandi cose a cui ero destinata, ma che pensavo mi dovessero capitare. Non ho mai contemplato, nemmeno per un attimo, che ci dovesse essere anche un pò del mio lavoro.

Listening: Vinicio Capossela – Che Cosse’ l’amor

Dall’altra, l’antitesi della paura, ci sono le risorse. Quelle che poltriscono silenti sotto la coltre di pensieri nefasti.

“non ce la posso fare…”

Quante volte l’ho detto?

E invece vada come vada.  Io so che ce la posso fare!
Non ho paura di sporcarmi le mani.
Vorrà dire che mi inventerò qualcosa. Fosse solo la dispensatrice sana di adipe DOP.

Può sembrare che io stia ancora vivendo nello stato di grazia della sospensione. Ma non è così.
Lo so. Perchè ora, su quel fronte, ci sono sentimenti contrastanti. Tant’è che passata l’onda di volerlo gridare a tutti, ora sto richiudendo tutto in una scatola. Compreso il video che ancora non riesco a montare.

Ieri sera, sono stata a Villa Valier. Ho ascoltato la mia guru che parlava del suo libro, mi sono immersa in una Venezia ‘500 – ho camminato tenendo a braccetto Pietro Bembo, ho riso dei tentativi di Bernardo Tasso di dare alla luce oltre che il talentuoso figlio, anche dei sonetti.

Ho ammirato la casa di Monsignor Valier, i passaggi segreti nelle fondamenta, mi sono persa nel passato.

Ed ecco che la malinconia ha rifatto capolino.

Questa volta però, lo stupore è stato più forte, più intenso e l’ha spazzata via.
Andandomene ho promesso: il mio primo libro, lo presenterò qui.
E’ una minaccia. E spero che si avveri.
🙂

Listening: Paolo Conte – Blue Tangos

Stràsseossi, ferrovecìo

Il titolo si riferisce al robivecchi. Da noi, in Veneto (regione Sacra) si chiama così: Stràsseossi… (ferrovecìo era il completamento del nome e lo sentivi soprattutto dagli ambulanti).

Sono reduce da un fine settimana che solo Dio sa cosa è significato. Dio, Irene e Andrea.

Ma andiamo in rigoroso ordine sparso.

Primo Modulo: pensieri a cazzo. (Giusto perchè quando qualcosa ti colpisce è bene dirla)

Song: Black Celebration – Depeche Mode

Well.

Nell’ultimo mese, due persone hanno usato la metafora del tunnel.

“Se non esci dal tunnel arredalo” – “Se non vedi la fine del tunnel arredalo” – e simili.

Ora…

Lo so che è uso dirlo, lo so che non è colpa di nessuno, ma ammé mi (cacofonico?) viene da vomitare quando sento questa frase in tutte le sue declinazioni.

Questo perchè era il motto di Paola. Già, quella Paola di cui molti si sono dimenticati. Ma è logico. Non si ricorda chi non si conosce, o chi è stato talmente schiacciato dai giudizi da diventare una vittima anche della stampa.

La Paola a cui mi riferisco è quella di Roma. Quella morta in un magazzino, appesa con lo Shibari.
Proprio lei.

“Se non esci dal tunnel arredalo”

Esco a prendere una boccata d’aria.

Secondo Modulo: sabato – Mannaggia a mignottona chi me l’ha fatto fare.

Song: Welcome To My World – Depeche Mode

Mi alzo sabato mattina con l’ansia da partenza. Roma arrivo!

Ho i biglietti da mesi.

Una stanchezza residua mi  picchia come Trevisin sul campo da Rugby, fa caldo, ma non importa. Si va.

Inquietudine…

Io ho con Roma un rapporto orrendo. Quattro volte ci sono andata e quattro volte me ne sono andata pensando: mai più.

Non me ne vogliano i romani. Non è colpa loro. E’ ANCHE colpa loro. Ma più di Roma. Mi odia. Tenta ripetutamente di uccidermi. Le grandi città non mi spaventano. Parigi la giro come casa mia, Londra più o meno. Barcelona l’adoro.
Le città italiane purtroppo hanno un difetto che si trova solo in Italia. Sono popolate da italiani.
Ed alcuni italiani, vivaddio, sono una delle pestilenze dell’umanità. Lo dice sta fessa che è a sua volta italiana, veneziana (dunque una terrona del nord) e mortalmente razzista verso la stupidità umana.

Ma tornando a bomba… inquietudine. Roma mi aspetta. Me l’immaginavo come una grossa leonessa affamata. Il grande raccordo anulare come criniera e tanti tanti tanti romani. Troppi. Tutti insieme.Ma io forte della mia venezianità, vado e li distruggo tutti!
Sto cazzo!!!

Una caporetto.

Parto in perfetto orario e arrivo a Bologna. Devo caricare Andrea che guadagna in un solo colpo la modica cifra di un’ora di ritardo. Questo mi rende malmustosa.
Sosta autogrill dopo Firenze, poi avanti Savoia fino a Roma, con sosta gelatino per uccidere la calura.
Roma è li… meravigliosa. Sembra Tyson che mi fa segno di salire sul ring. Viè qquà – mi sussurra dal grande raccordo anulare…

Arriviamo a domicilio di Barbarina che ci offre una branda per la notte. Cara Barbarina, deliziosa come poche persone. Gentilissima.

Noto con piacere che nel bagno ha la vasca da bagno miiiiicroscopica di quelle con lo scalino. Un tuffo nel passato, nella casa di Carpenedo… mi sento quasi allegra. Ma non potevo immaginare che da li a qualche minuto, Massimo Decimo Meridio avrebbe scatenato l’inferno!

Partiamo alla volta dell’Olimpico. Ma Dio del ciel che fai fiorir le zucche!!! Non c’è parcheggio nemmeno a prostituire il culo.

Passo una buona mezz’ora a cercare un posto qualsiasi. Finisco per parcheggiare a circa tre km dallo stadio.
Ma non importa, siamo giovani e forti,  motivati e caparbi. Una corsa forsennata verso lo stadio, sono quasi le 21. Se iniziano a suonare prima del mio arrivo, giuro sul Tevere che prendo i Depeche Mode e me li inchiappetto a spiedino.

Arriviamo in corsa allo stadio, passiamo la porta per entrare e… porcadiquellaporca, siamo a curva sud. Ovviamente i mie biglietti dichiaravano “Curva nord. Altra Cavalcata delle Valchirie per raggiungere i posti assegnati.

Arriviamo sudati, stanchissimi, io ho un’incazzatura da record e il palcoscenico è a Monculo al mare. Ora… capisco palancari, ma come si fa?
Inizia il concerto. Il mio malmustoso ormai è da record mondiale. Ho talmente le palle girate che vorrei menare il Tyson di cui sopra.

Prima parte del concerto persa nei pensieri. Ma ci pensa Martin… Santo Martin pensaci tu!

Due pezzi da paura. Lui che è la spina dorsale dei Depeche. Lui che è l’anima mistica del gruppo.

Tutti amano i pezzi vecchi, ma io ho sfinito Delta Machine e mi innamoro…

Piano piano la rabbia se ne va. Fanculo Roma, i romani, il ritardo, il caldo, l’umido, le tribune che ondeggiano, fanculo il ritardo, fanculo i km, la stanchezza… Bisogna lasciar andare…
Martin pensaci tu…

E lui ci pensa. Ci pensa eccome.

Il concerto è meraviglioso, nonostante il fatto che li guardo sui maxi schermi, nonostante tutto.

Usciamo e ci aspetta un’altro giro della morte per Roma che ormai mi odia apertamente.

Mi fermo da un ambulante a prendere un the freddo. Ho sete e sono stanchissima.

Quattro euro. E sti cazzi no? Per un the di merda? Per altro, poi si lamentano che Venezia è cara. Ma porca di quella manza!

Troviamo una pizzeria aperta per caso. Poi scopriamo che la gestione nordafricana, vive ai ritmi delle Samoa. Aspettiamo oltre un’ora per ordinare una pizza. Senza contare che non hanno quasi più niente. Nemmeno il latte per un caffè macchiato.

Niente cacio e pepe, niente carciofi, niente pasta, niente fiori di zucca, niente supplì, niente latte, niente di niente…

Mangiamo la pizza che a dirla tutta è buona. Ma in tempo di carestia ti mangeresti anche una ciabatta.

Arriviamo all’auto, io non riesco a perdonare i quattro fottuti euro del the al baracchino. Stramaledettissimo!

Arriviamo a casa e superdoccione! Solo che lo scarico non funziona, cosi mi ritrovo nella vaschina dei puffi che tanto pensavo romantica, arrampicata sul gradino e sembravo Silvana Mangano in Riso Amaro con l’acqua alle caviglie.

Solo che con le coscie più grosse e meno vestita.

Cazzerola!

Finalmente i sonno dei giusti e sono le 3,20 del mattino.

Nel cuore di Roma… Sopra Casa Pound.

E poi dite che non mi odia??

Terzo modulo: domenica – L’Aquila Immota manet

Song: Amica Mia – Gianluca Grignani

Domenica si va a L’Aquila. A trovare Rosy.
Sono due anni che non la vedo.Vederla e non averla mai persa.

Mai.

Ma qui faccio parlare le foto. Perchè ci sarebbe tanto da dire, tanto…


E se potessi io
parlar con Dio
da buon amico
gli chiederei
un solo piccolo favore
una magia
farti capire
quanto ti son vicino amica mia

che anche se non
lo ammetteresti mai
ti ho vista piangere
perchè sei una donna forte si ma in fondo anche così
fragile, sei fragile
e come chi alla vita
in faccia non ci guarda mai
te ne vai con quel classico sorriso ingenuo
e come chi alla vita
ogni tanto glielo dice sai
non mi frega più di niente ormai

Dai lo sai anche tu
quante volte anch’io
ci son cascato
e ho fatto il matto
non sono sempre stato quello freddo e distaccato
anch’io ci soffro e credimi non l’ho dimenticato

ma adesso non parliam di me
quel che è importante
è che una donna come te
è bella anche così

fragile, sei fragile
e come chi alla vita
in faccia non ci guarda mai
te ne vai con quel classico sorriso ingenuo
e come chi alla vita
ogni tanto gleilo dice sai
non mi frega più di niente ormai

amica mia
amica mia

fragile, sei fragile
e come chi alla vita
in faccia non ci guarda mai
te ne vai col tuo classico sorriso ingenuo
e come con il vento
l’onda un pò si piega
in un mare di dolore
non si annega

Nota a margine… L’Aquila è sempre più il nulla. La desolazione.

Piove, ma è solo salute.

In sottofondo “La Wally” Atto 1 “Ebben! Ne andrò lontana” – la voce è quella di Renata Tebaldi.

La Tebaldi è come la Callas. Viene spontaneo genuflettersi.
Ma anche per la Freni.

Voci angeliche. Voci così belle che Dio stesso si commuove e le sue lacrime cadono sulla terra, a contrappunto di così tanta anima che corre nelle note.

Lo sfondo cambia. Diana Damrau ed il Flauto Magico.

La perfezione.

Mi commuovo.

Non c’entra molto, ma mi viene in mente Tom Hanks in Philadelphia – Lui ascoltava la Callas, ne “La mamma morta” dall’Andrea Chenier

La mamma morta m’hanno
alla porta della stanza mia
Moriva e mi salvava!
poi a notte alta
io con Bersi errava,
quando ad un tratto
un livido bagliore guizza
e rischiara innanzi a’ passi miei
la cupa via!
Guardo!
Bruciava il loco di mia culla!
Così fui sola!
E intorno il nulla!
Fame e miseria!
Il bisogno, il periglio!
Caddi malata,
e Bersi, buona e pura,
di sua bellezza ha fatto un mercato,
un contratto per me!
Porto sventura a chi bene mi vuole!
Fu in quel dolore
che a me venne l’amor!
Voce piena d’armonia e dice
Vivi ancora! Io son la vita!
Ne’ miei occhi è il tuo cielo!
Tu non sei sola!
Le lacrime tue io le raccolgo!
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!
Sorridi e spera! Io son l’amore!
Tutto intorno è sangue e fango?
Io son divino! Io son l’oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
scendo da l’empireo, fa della terra
un ciel! Ah!
Io son l’amore, io son l’amor, l’amor
E l’angelo si accosta, bacia,
e vi bacia la morte!
Corpo di moribonda è il corpo mio.
Prendilo dunque.
Io son già morta cosa!
Ieri sera cena con le socie. O meglio dire le “sociopatiche” :).

Chiacchiere e confronti. Costruire un’opera come quella che andrà in scena nel prossimo WE richiede un mare di lavoro. In parte già fatto. In parte ha da divenire.

Il lavoro di Giada è bellissimo. Sono rimasta basita. Ed invidiosa.

Anche Kaly ha avuto un moto sincero di invidia.

Di quella buona. Dettata dall’apprezzamento per un lavoro davvero maestoso.

Sono anche contenta che tutte e tre siamo d’accordo su come gestire il fine settimana. Ed abbiamo una linea comune.

Ora è a caduta libera. E le domande si affollano dietro il palato molle.

Staremo a vedere come andrà. Staremo a vedere cosa succederà.

Se sapranno meritarsi tutto questo.

Alla Giucas Casella, abbiamo fatto una previsione. E solo il we ci darà ragione o torto.

Io sto accumulando una dose di stress pazzesca. L’umore è comunque buono. E si va avanti. Nonostante quanto sta accadendo in azienda, nella mia vita, al mio corpo.

Ora provo a lavorare un pò.

Ma una cosa la scrivo giusto per…

Meno male che si possono nascondere gli aggiornamenti di FB di certe persone. Perchè mi evito un ingastrimento inutile verso certe meschinette povere di spirito.

E si sta… come le foglie d’autunno.

E spero che quelle persone, affoghino nel loro piccolo miserabile ego.

*Un inchino.

🙂

Monster, Freaks and me…

In sottofondo “Smack my bitch up”.

Sapete qual’è la cosa più spaventosa del mondo? I sociopatici. Quei mostri nascosti sotto una coltre di normalità.

Quelli che ti guardano e pensano: “oggi tocca a te”.

Ah tra i miei preferiti ci sono appunto Mr. Dolarhyde, Mr. Lecter, Mr. Caligola.

Quelli reali, viventi e/o troppo recenti, l’uomo della strada, il vicino di casa… beh loro mi terrorizzano. Perchè non vedono persone ma obbiettivi. E questa cosa davvero m’inquieta.

Quanto sono rassicuranti i Freak? Loro li vedi, li riconosci… E sono consolatori. So che la gente, con la g minuscola (quelli che non chiamo nemmeno “persone”), li guardano e pensano “eh ma io sono meglio… Io sono migliore…”

I Freak sono appunto “amici” dell’ego miserabile.

–oOo–

Nel carrozzone numero 7  del “Circo delle Anime” dormiamo in sei.

Seduto per terra, su un materasso lercio e con catene ai piedi c’è John.
Lui è un uomo fantastico. Colto, intelligente, superiore. E di notte lo sento piangere. Quando il domatore di fiere lo chiama al centro della pista, usa termini entusiasti.
“Ladies and Gentleman ecco a voi John Merrick l’uomo elefante”…

La gente applaude. Si alza e grida. Il suono è assordante.

Ma io lo so John. Lo sento.
Sento il tuo dolore, le tue lacrime. Il tuo amor cortese. Lo so.
Nessuna rabbia nei tuoi occhi. Nulla. Solo la paura di un essere braccato. E vorrei solo dire la verità John. Io ti amo. Di quell’amore che unisce solo quelli come noi.
Mostri fuori. Ma capaci della più pura delle verità.

Nella cuccetta bassa, c’è Sarah. Lei è davvero strana. Bella. Si di una bellezza esotica.
Siede seria sul suo materasso casa, fumando un sigaro. Ha i fianchi larghi, la pelle nera. La chiamano “Venere Ottentotta”, ma le voci crudeli la guardano come una puttana.
Ha quel grosso culo, quella figa che la umilia, quella pelle. Nera. Lei parla poco, ha uno sguardo triste. Si preoccupa per John. Si vede…

Ma lei quando balla… Dovreste vederla.
La sua terra si manifesta, e lei diviene Regina.
Sarah, balla libera.
Ed io mi commuovo di lei.

In un angolo del carrozzone, si agita un piccolo ragazzo.
Si chiama Johnny. Lui è un piccolo mostro. Un pezzo di ricambio.
Nessuno ne conosce il cognome, solo quel nome Johnny.

11085_johnny _freak

Lui ha paura. Paura che lo trovino. Paura che se lo mangino pezzo a pezzo. L’hanno già fatto. E lui ha paura. Tanta.

Il carro si muove. Lento. Trascinato da grossi cavalli. Alla ricerca della piazza dove sostare. Dove esibire i mostri.

Anita si preoccupa del suo aspetto.
La vorrebbero vestire come una bambina. Ma ha trent’anni.
E’ bella a modo suo. Sembra una principessa.

Lei porta da bere e Tom. Il suo uomo.
O meglio non è che stanno insieme. Ma si da per scontato che tra la piccola gente ci si debba perforza amare.

Lui è già sposato. Una piccola donna. Ma la tengono altrove. Sembra un film già visto.
I mostri non devono amare. Non possono amare.

Il viaggio è scomodo, i cavalli sono vecchi e stanchi.
E stasera si va in scena.

Perciò tutto deve essere pronto.

Vi chiederete chi sono io…

Beh poco importa.

Vi lascio però con un’immagine.

E con le parole di una canzone che parla di me.

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno
giuro che lo farò
e oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò
Quando la donna cannone d’oro
e d’argento diventerà
senza passare per la stazione
l’ultimo treno prenderà.
In faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà
dalle porte della notte
il giorno si bloccherà
un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà
e dalla bocca del cannone una canzone suonerà.

–0Oo–

Tra mezz’ora il carrozzone si fermerà alla stazione.

Ci sono due posti liberi. Chi vuole salire? Chi vuole tornare a casa?

Avanti Siore e Siori! Forza e coraggio… La strada è lunga. Più gente entra, più mostri si vedono!

*dedicato