Ragionandoci su…

Giusy Ferreri canta.
“Era una cassiera e guarda dove è arrivata”.
“Vero, il sogno che si avvera”

Penso. Potrebbe capitare anche a me. Un editore, un libro, un premio prestigioso.
Poi penso: non sono Giusy a me queste cose non capitano.
Anche perchè sono concatenazioni.
Per vincere un premio, bisogna avere un libro, e anche un editore, magari. Soprattutto devi aver scritto.
E io non scrivo.
L’ho detto in passato, e l’ho ridetto anche ieri sera. Dovevo chiudere il percoso Giudecca e poi smettere.
Ha vinto la vita, ha vinto il lavoro.
O lavoro, o scrivo.
Dato che non posso scegliere, per ovvie ed evidenti ragioni, lavoro.
Ascoltavo gli altri leggere i loro scritti. C’era passione, impegno, si sono applicati.
Io seduta da parte, con una stanchezza che mi portava via, pensavo: ma perchè ho accettato?
La verità è che sto soffrendo la stanchezza, lo stress, e questo gruppo è troppo difficile per me.
Tralasciando il problema “talento”, c’è ora la responsabilità di non rovinare con una bassa qualità, il loro lavoro.
Ma è un po’ come se per arredare casa, si spende per mobili di buona fattura e poi ci si accontenta di un tavolino in formica verde.
Ecco la formica verde sono io.
Ieri sera M. si è risentito, quando gli ho detto che non vedo l’ora di chiudere tutto e mettermi l’animo in pace. Lui vede in me talento e attestati di stima che io, nel primo caso non possiedo e nel secondo, beh… tutti questi attestati non li vedo affatto.
Forse, è il caso che lasci andare tutto e che riempia il mio poco tempo in cose meno mentali e più fisiche. Un corso di fitness, o uno di tango. O dormire. Lasciare che il mio corpo si spenga.
Non so…
Non so più cosa sono.

Attesa

Sto aspettando che il Palexia faccia il suo sporco lavoro. Me lo immagino come un’aquila che arriva nel nido e inizia a saziare i piccoli nocicettori. Questi, sazi e beati si assopiscono per un tempo utile a far in modo che io possa usare le mani o i piedi per muovermi e lavorare, per vestirmi o più banalmente soffiarmi il naso. 

Ecco. L’ho presa un’ora fa, e comincia ora a funzionare. In quanto al suo socio il Celebrex temo sia poco utile per la causa. 

So che qualche giorno fa dicevo il contrario. Ma sto osservando come funziona. Il Palexia devo prenderlo più tardi altrimenti a metà notte mi molla. Il celebrex l’ho preso alle 20,30 e a mezzanotte le mani erano un blocco dolorante. 

Ho un sonno assurdo. E provo un fastidio sordo. O meglio…  vorrei che gli altri (e per altri intendo famiglia e affetti) capissero quanto male ho addosso. Se dico “ho le mani che non so più come fare…” mi sento rispondere “eh ma io ho mal di schiena”.

Come te lo spiego io che tu tu riposi e ti passa, io invece me lo ciuccio 24/7 in forme più o meno dolorose? Eh? Come?

Passando a qualcosa di più interessante del mio stato di malattia che penso l’universo ne abbia i maroni pieni, ieri notte, ho iniziato a fare ricerche per il secondo capitolo del romanzo collettivo. Si perché il buon Roberto (Ferrucci n.d.r) ha pensato bene che uno era poco e me ne aveva commissionato un secondo. Comunque, facendo queste ricerche mi sono imbattuta nel giorno nel corteo funebre di Enrico Berlinguer. Io avevo circa 15 anni. Non mi interessavo di politica. In verità tento di rimanerne fuori anche ora, ma è una guerra persa. Però so chi era Berlinguer e cosa rappresentava. 

Capiamoci. Io non sono di sinistra. Perché mi vergogno di questa politica e dei “nostri” (purtroppo) rappresentanti. Ma all’epoca la politica era Politica. Era fatta davvero. Da uomini veri. E a prescindere dalla fede, anche la gente era diversa. Ho cercato l’ultimo comizio di Berlinguer su YouTube, era a Padova in Piazza delle Erbe, qualche giorno prima di morire. E ho capito. Ho guardato il video del corteo funebre. Ho riletto la pagina di Sentimenti sovversivi di Ferrucci che descrive il passaggio in Corso del Popolo a Mestre. I suoi ricordi svegliano i miei di un’adolescente acerba. Io in Corso del Popolo ci andavo a scuola. 

Ho capito. Quanto si può capire della propria anima leggendo? Osservando? Ascoltando? Ditemi voi, quanto? È ovviamente una domanda oziosa la mia. Però voglio rispondere comunque. È un’epifania. Una luce che discioglie ogni traccia di buio. 

Mentre guardavo, leggevo e ascoltavo, ho capito qualcosa di me stessa che non riuscivo a definire. E ho capito gli altri. Questo non mi convertirà alla sinistra. Così come non mi renderà più facile digerire questo tempo. Però mi rende libera. E questo è importante. Libera di sperare che arrivi gente come lui. Che non sia davvero tutto finito in quel giugno di tanti anni fa. 

Dedicato a Hellah

Corso Atelier.
Una foto da raccontare. Duemilacinquecento battute. Stica.
Ecco il mio piccolo abortino… ops, raccontino.

Ciambelle.

“E’ ora!”

La mano di Elena gli si posa sulla spalla. Anticipa di qualche istante la sveglia che gli confermerà l’ora: una e venti di notte. Solo Dio sa quanto gli pesa andare a lavorare a quell’ora e lasciare il letto caldo.

Sente la cuccuma brontolare, mentre l’odore del caffè misto a orzo si spande per la casa. Sul tavolo, oltre alla tazza, ci sono i quattro biscotti che la dietologa gli ha concesso a colazione. Non di più. Quattro schifosi biscotti di segatura, mica le macine, che se le metti a inzuppare fanno quella pappetta che è persino confortevole. Il suo stomaco protesta, da quando è a dieta, si sente sempre sfinito.

Tutte le mattine lo stesso rituale: alzarsi, fare la pipì, lavarsi mani e viso, fare colazione, vestirsi, prendere lo zaino, raggiungere Piazzale Roma prima e Tronchetto poi.

La dietologa era stata categorica: camminare, fare moto, perdere peso! Proprio adesso che aveva comprato dal suo amico Tommaso il barchino per evitare di dover percorrere la strada a piedi. Arrivava stanco ancora prima di affrontare la notte impegnativa a scaricar casse di pesce, pesarle, spostarle sui carri o nei camion. Pesa le casse due a due, ciascuna di otto chili. Non sembra molto, ma questo passaggio moltiplicato per settanta volte, a furia di dai e dai, la schiena non ce la fa più. Quando era giovane, ne sollevava anche tre o quattro al colpo per metterle sulla bilancia, ma adesso due gli mettono il fiatone. Colpa anche di quei trenta chili presi da qualche tempo. Elena così gli aveva suggerito di comprare una bicicletta. Erano andati da Decatlon, quello di Marghera e aveva speso quasi seicento euro tra bici in carbonio e abbigliamento. La cosa che più gli da fastidio sono i calzoncini, quelli con cuscino in mezzo alle gambe. Sua moglie lo aveva preso in giro per ore, soprattutto perché per tutto il tempo si era lamentato del fatto che “Tutto nero tranne sto pannolone arancione!”

“Su che ora torni?” gli chiede ora Elena sbadigliando.

“Penso sulle otto. Finisco in mercato, faccio una corsa fino a San Giuliano con la bici e torno indietro. Tu dormi, ci vediamo dopo”.

“Piero, meglio che arrivi in Piazza Barche e torni per Viale San Marco, perché non mi pare che funzioni…”.

Elena sorride e ha già gli occhi mezzi socchiusi, appena toccherà letto, si addormenterà di sicuro.
Scende le scale con la bici in spalla. Si siede sugli scalini, aspetta. La luce della stanza da letto si spegne. Raggiunge il barchino turchese impantanato sulla secca annunciata da giorni. Da sotto un pezzo di plastica ondulato tira fuori le ciambelle della Lidl, quelle con la cioccolata. Ne mangia due, le altre le infila nello zaino e in cambio lascia cinque euro per Tommaso.

 

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Feuer frei!

Listening: Rammstein – Feuer frei!

Getadelt wird wer Schmerzen kennt                 Viene criticato chiunque conosce il dolore
vom Feuer das die Haut verbrennt                    del fuoco che brucia la pelle
Ich werf ein Licht                                                    getto una luce
in mein Gesicht                                                        sulla mia faccia
Ein heißer Schrei                                                     Un urlo caldo
Feuer frei!                                                                 Aprite il fuoco
Bäng bäng                                                                Bang Bang

Che giorni mi stanno scorrendo tra le dita?
Quante cose stanno accadendo a Diana e a DD. Ce ne sarebbe da raccontare.
Mi fa sorridere il fatto che ogni scrittore riceve proposte di scrivere biografie su persone che ritengono la propria vita interessante.
La mia lo è.
Ma non perchè io sia eccezionale. Solo perchè sono circondata da materiale e vissuto umano di grande valenza.
Ma tranquilli: niente autobiografia. La lascio ai posteri o a questo posto o a Fb.
Sempre che non lo chiudano come Splinder.

Sono quasi le 4 del mattino, la tosse non mi lascia tregua.
Tra tre ore dovrei andare alla USL per un prelievo e valutare le motivazioni dei malesseri.
Ossia ferro inesistente, B12 risibile, Vitamina D praticamente non pervenuta etc.
Anche se l’ho fatto 8 mesi fa, e da allora non è accaduto niente, nel dubbio: Epatite e HIV.
Provo un masochistico piacere rimanere nell’attesa delle analisi.
Sono un’ipocondriaca. Ormai ho raggiunto livelli inenarrabili.

Comunque vedremo. Avrei bisogno di qualche goccia di paracodina, ma se devo fare il fottuto prelievo… Ufff.

Ci sono cose che vorrei fermare qui.
Per esempio venerdì scorso alla Giudecca.
Sono arrivata con qualche minuto di ritardo, e con l’ansia che lo scritto non fosse all’altezza.
Io scrivo mezz’ora prima di consegnare. Faccio sempre così.
Ho tempo? Lo spendo. E poi all’ultimo, butto una sequenza di pensieri.
La correggo giusto nella sintassi e grammatica, poi mi masturbo l’anima con “mamminchia che merda ho scritto”.
Giudecca è sempre più mia. Andarci è terapeutico. E credo che difenderò quell’angolo di mondo con i denti.
Comunque secondo racconto da leggere.
La traccia era un incipit di altra storia.
Finita la lettura (si sente molto che sto frequentando il corso della Nardi in termini di dizione e lettura), silenzio.
Solo Carol, una signora inglese, life coach di professione, prende la parola e dice “bellissimo”.
Il commento di Roberto è stato “narrativamente bello, niente da segnalare” e poi “fallo leggere ai tuoi fratelli”.
Per la prima volta nessun commento.
Dopo al termine magari lo posto anche qui. Boh

Sabato sms in arrivo. Sad mi chiede se vado con loro a Brescia ad una festa.
Tradotto per i non udenti: sai quando parti, ma non quando torni.
Infatti ho sdraiato le mie ossa stanche sul letto alle 9 del mattino, cotta.
Non volevo andarci. Non mi sentivo in forma.
Poi però dopo un consulto, ho cambiato idea.
In quattro verso Brescia.
Mi è tornato in mente Stefano. Oggi avrebbe circa 27 anni.
Ho anche immaginato di incontrarlo alla festa. Come avrebbe reagito?
In fondo penso di saperlo. Gli ho fatto del male e me ne sono fatta a mia volta.
Come in tutte le storie che ho avuto di una certa rilevanza.
Ogni volta penso: no non mi innamoro. Poi… Eccallà.
Solo che con Stefano sarebbe finita male. Troppo giovane rispetto a me. O forse troppo coniglia io?
Facendo delle ricerche ho saputo che ha un’azienda in proprio. Sono felice per lui.

Alla festa mi sono divertita. Non per la festa in se, ma per una conoscenza che mi ha ri_dato la voglia di “proprietà”.
Dopo Andrea non l’avevo più sperimentata questa voglia, questa necessità.
Un ragazzino gay, bellino e divertente, egocentrico, con due occhi profondi e intelligenti, mi ha sedotta.
Mi sono ritrovata sul divano del locale, abbracciata a lui e M.  perduta in chiacchiere sulla sincerità. Caso vuole che eravamo tre bilance. (30 settembre – 1 ottobre – 11 ottobre)
Dopo uno scambio di messaggi dove mi racconta che andrà a Roma per diventare modello e schiavo di un Rigger uomo arriviamo a questo…

DD: Ubi major… Io parto con troppi handicap (sono donna e più sadica che rigger) ma ti ringrazio perché mi hai fatto “desiderare” – perciò spero ti tratti bene – E quando vuoi io ci sono (Con tutti i limiti haimè)
LUI: fidati che alle botte in sè e al cazzo preferisco il rapporto, al massimo cercherei più di un rapporto ma tutti diversi tra loro e dando importanza ad ognuno – Ovvio che non te la leccherei, ma cane di una donna e cane di un uomo non fa differenza
DD: sei una piccola puttana ma coerente. Niente da dire…

Vedremo. Saperlo nel nostro giro mi farebbe stare bene.

In compenso questa serata/nottata Bresciana mi è costata una Pasqua in coma. A mezzogiorno a pranzo da parenti. Un dramma. Stomaco non ricettivo e una stanchezza da campionato mondiale.

La settimana che vado a vivere inizia tra poche ore. Prelievo, poi meccanico perchè l’auto ha un problemino.
Poi in ufficio, e pomeriggio al corso di Simonetta che mi sta davvero aprendo ad un mondo meraviglioso e complementare a ciò che voglio fare.
Mercoledì in capannone per il primi cambi di utenza.
Venerdì ho ancora Giudecca.
Ma è presto per scriverci su.

Ho anche un pò di pensieri misti sulle persone.
Ma di questi scriverò in altra sede e in altro momento.
Sono triste per alcuni accadimenti.
Addolorata e triste. E la malinconia non aiuta.
Sono le 5.00
Indecisa se andare a dormire o proseguire la lettura di Francesco Piccolo che mi sta facendo morire dalle risate.

9788806225421

Copio il racconto.

Incipit                           (Diana C.)

 Anche se è stato un sonno breve, come questo di mezz’ora, dopo bisogna ricominciare tutto da capo. Lavare i denti, pettinarsi, rifare il trucco. Nascondere per quanto possibile, le tracce di un fin troppo breve riposo. Più che sonno è stato come se si fosse spenta. Clic, ed è calato il buio. Diana è alla quarta notte insonne e si vede. Si muove lentamente avvicinandosi al lavandino per scrutare la propria immagine sullo specchio. Soffre di mal di schiena, le ci vuole qualche istante per ritrovare la posizione eretta. Il poco sonno le si ripercuote addosso, dandole un’aria sfinita. Il nuovo lavoro, la data del prossimo intervento chirurgico, il terrore per il vecchio lavoro che sta collassando su se stesso, sono ottime ragioni per non dormire. In particolare il nuovo lavoro che le cambierà totalmente la vita. Si alzerà nel cuore della notte, manipolerà materia che odia perché è vegana e i cadaveri, come li chiama lei, non le va proprio di toccarli. Andrà a dormire quando il resto del mondo sarà già alla seconda colazione e si alzerà per tornare a lavorare.
Medita su tutto questo mentre si lava i denti, mentre sciacqua il dentifricio sputando l’acqua verso lo scarico del lavabo. Cerca di scacciare il pensiero che la perseguita con una scrollata di spalle, senza muovere la testa per non sbavare la rima interna dell’occhio che sta tentando di sottolineare con una matita di colore scuro come la sua iride.
Finisce di vestirsi. Ha appuntamento con il notaio per firmare la costituzione della nuova attività e smettere così di essere una persona diurna. Andrà a unirsi al popolo di chi il sole lo vede solo la domenica. Da quando è consapevole di ciò, ha assunto uno stato d’animo malinconico. Ride, ma lo fa solo con la bocca, mostrando i denti quanto basta per sembrare divertita. Il suo sguardo si limita a un sorriso più contenuto, educato. Anche il corpo mostra lo stato d’animo, indossando colori scuri, rigorosi come in quel momento e nelle posizioni rigide della postura.
Fuori la primavera è esplosa, l’aria è più calda, ma lei tiene ancora una giacca pesante addosso. Sente freddo. Dipende dal poco sonno, mezz’ora in quattro giorni; o forse dipende dal fatto che vorrebbe girare i tacchi e andarsene nel suo posto dell’anima, sedersi su un gradino di quella terrazza che si affaccia sulla parte più aspra della laguna, sentire il sole sulla faccia e pensare che tutto stia andando bene, fottutamente bene.

“Chi è?” chiede la voce di una donna al citofono.
“Sono Diana” risponde a bassa voce.
Il portone ronza e si apre. Lei sale le scale ignorando l’ascensore.
Nella spaziosa sala riunioni ci sono già tutti, notaio, consulente, fratelli, socio. Cinque sorrisi gentili, anche lei sorride. Mostrando un po’ i denti.

 (2741 – battute)

Festival & Me

Scrivo di getto. Qui dentro intendo.
Scrivo senza rileggermi se non dopo qualche giorno. Così mi accorgo tardi dei refusi.
Per il blog sui racconti la faccenda è diversa. Ci vuole cura nello scrivere.

Ieri me la sono presa comoda. Partita con largo anticipo, scesa alle Zitelle, sono andata a prendermi un caffè e un dolcetto. Seduta a guardare un panorama meraviglioso, nel silenzio del pomeriggio veneziano.
Il cielo era ancora indeciso. Nel dubbio nubi bianchissime che si stagliavano nell’azzurro limpido. Bello. Da togliere le parole.
La passeggiata fino al luogo del festival (CZ) è breve, ma si incontra di tutto.
Gatti pigri semiaddormentati, cani che scorazzano per la riva, gabbiani grandi come falchetti e qualche turista sconvolto per la dimensione dei “coccai”.

C’è traffico all’anfiteatro. La pioggia della notte prima ha allagato l’androne. Un disastro. L’organizzatrice, ha un’aria incazzosa. Salgo in biblioteca, conosco finalmente il celeberrimo Nicola. L’uomo ombra. Un ragazzo carino e davvero simpatico.
Poi arriva la truppa.
Prova microfono, luci, postazione.
Siamo i primi, poi intervallo danzereccio e poi dinuovo noi.
Sono al seconda e la quarta nell’ordine di lettura.
Leggo “L’Albero”.
Ogni tanto alzo gli occhi, la gente mi sorride catturata. Sta funzionando.
Non vedo Roberto. Mi diranno poi che durante il reading ha annuito compiaciuto.
Poi tocca alla “Scatola di Elvira”.
Finisco il racconto, alzo lo sguardo, la gente applaude, qualche signora sorride.
E’ andata molto bene.
Ascolto anche i miei compagni di avventura.
L’applauso sul palco, strette di mano.

Bello.
Poi vedo un paio di foto. Mi sento mortificata. Mi dispiace, ho fatto il meglio che potevo. Purtroppo non con buoni risultati.
Appena esprimo il mio sentire, mi becco un vaffanculo.
E non riesco a spiegare, così cambiamo discorso.

Rimane la sensazione. Anche stamattina.
E mi disarma provare dolore per una cosa che non è servita a niente.
Ma pazienza.
Bisogna nuovamente resettare il cervello. E soprattutto accettare le sconfitte.

Ma qui non voglio parlare di questo.
Di fatto è stato bello. Molto bello.

Ecco le versioni lette ieri dei due racconti.

L’Albero (Diana C.)

All’ultima riunione di condominio ho rischiato una querela.
Sono uscita dalla stanza sibilando “meritate di estinguervi, tutti”.
Lo so, non è gentile. Ma questa storia di abbattere gli alberi del giardino, ben diciassette su ventidue, mi ha fatto arrabbiare.
Mi rodeva in particolare per il platano che fa ombra al mio balcone.
Un albero importante, con una chioma scapigliata ed un’aria intelligente, che si percepisce soprattutto d’estate, quando tra le fronde piene, simili a capelli, si muovono tortore, passeri e una civetta.
Le ho provate tutte per salvarlo. Mi sono persino offerta di pagare per la sua manutenzione. Ma niente da fare: l’albero andava abbattuto, causa muschio antiestetico.
Da qui il funesto anatema lanciato su tutti i condomini e da allora, ogni giorno, ho atteso con apprensione l’arrivo dell’impresa.
Ogni mattina, aprendo la finestra, fissavo l’albero sperando che la X che segnalava il previsto abbattimento si fosse cancellata nottetempo.
Dieci giorni fa, come un avviso di garanzia, è comparso giardiniere, un omone dai capelli rossi e la faccia da boscaiolo, che mi ha sorriso, accennando un saluto.
“Cazzo ridi” ho pensato, mentre chiudevo la tapparella per non assistere alla mattanza.
Dopo una giornata con il rumore della motosega nelle orecchie, con il tramonto è arrivato il silenzio.
Il mattino dopo, come sempre ho aperto per arieggiare ed il mio albero era ancora li. Senza capelli verdi, senza rami.
Basita guardo in basso, ed il giardiniere è di nuovo all’opera. Ci impiego due minuti a fare le scale e ad intercettarlo. Chiedo lumi. Come mai l’albero è ancora al suo posto?
La montagna rossa mi sorride gentile e battendo la manona sul tronco, dice: “è un peccato, questo albero è sano e dritto, abbatterlo era un crimine, ho buttato giù il pino marittimo”.
Me ne sono tornata in casa, ed ho guardato la zazzera pelata del mio amico.
“Beh vecio, gnanca mal! Brutto e pelato. Ma vuoi mettere quanto stiamo freschi io e te quest’estate?”

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La scatola di Elvira (Diana C,)

Sulla mia scrivania, in cima ad una pila di fogli c’è una piccola scatola di metallo rettangolare. All’interno, l’oggetto che ha terrorizzato la mia infanzia. E’ la scatola delle siringhe in vetro di mia zia Elvira.
Qualche volta, sono stata tentata di comprarne una al mercatino dell’antiquariato, ma l’ipocondria mi ha sempre fatto desistere. Comprare una siringa che ha bucato fondo schiena sconosciuti? Mai! Così, qualche anno fa, ho chiesto a mia zia Elvira se poteva darmi la sua.
Per anni ho odiato quella scatola e con lei mia zia, in particolare quando doveva iniettarmi la penicillina e magari l’ago, già usato più volte aveva perso la punta.
Il rituale era sempre lo stesso. L’Elvira, una signora di un centinaio di chili, capelli cotonati ed il naso a patata di famiglia, arrivava a casa con la scusa di chiacchierare con mia mamma. Si sedeva in cucina, prendeva il caffè, accendeva la sigaretta e nel frattempo la scatola veniva messa sul fornello con all’interno della garza, acqua e alcool.
L’odore pungente di quest’ultimo, si spandeva per casa. In quell’istante, potevo sentire chiaramente il cuore che mi si crepava nel petto.
La condanna era stata emessa: morte per iniezione letale, ed alla sorte non ci si poteva sottrarre. Mia zia, rapida come una mangusta, allungava casualmente il braccio mentre passavo e in attimo mi ritrovavo stesa sulle sue ginocchia e bloccata da mia mamma. Non c’erano suppliche o minacce che tenessero. Due rapide passate col cotone imbevuto d’alcool ed il contenuto del piccolo cilindro graduato mi entrava sotto pelle.
Con cautela poi, venivo rilasciata, a strofinarmi la natica, risentita ed umiliata per il vile gesto.
E adesso eccola qui la scatola, non fa più così paura.

Giudecca

Me ne sono dovuta andare.

Non potevo rimanere. Anche se, lo ammetto, mi sarebbe piaciuto restare.

Seduta sul pontile, alle Zitelle, guardando un tramonto rosa, calmo, sulla città che rallentava a ritmo di passeggio.

Me ne sono dovuta andare.

Ho pensato che il sole è più bello se lo guardi mentre va a dormire sull’acqua. E la notte… è meno scura se si infrange sulle onde.

Ho amato la meno bella delle figlie della mia città. Ci ho fatto l’amore. Le ho baciato i piedi, odorosi del salso e di alghe. Le ho leccato i capezzoli scuri, che tiene nascosti perchè troppo grandi. Le ho accarezzato la fica, umida e generosa. Per poi leccarla, fino a sentirla godere nella mia bocca.

In lontananza miagolii di gatti, un pallone sul selciato. E noi due, nascoste nella notte, abbiamo fatto l’amore. Come solo le donne sanno fare.

Poi me ne sono andata. Le parole sono tornate a prendermi. E con loro ho camminato veloce, fino a Piazzale Roma. Lasciandola sola, ad aspettarmi. “Tornerò” le ho detto.
Mi chiedo se davvero tornerò da lei. Per dirle che è bella. Per raccontarle di quanto la desidero. Mi chiedo se mi aspetterà. Nascondendo a tutti i suoi capezzoli scuri come more.

Me ne sono dovuta andare.

Non volevo.
Ma non potevo rimanere ed amarla ancora.

 

 

 

 

E’ dinuovo estate e sono già passati tre mesi.

Mario ha detto sei/otto mesi e poi iniziamo a cambiare. Ancora. E ancora.

Cerco nelle vene della mia città un momento di conforto silenzioso.

Lei mi canta le ninne nanne di quando ero bambina.

Nana bobo’
tetine coco’
tuti i putei fa nana
e sta putea no.

Me ne sono dovuta andare.

Non volevo.

Castello Ululì… Libri Perelà

Ho parole che spingono per uscire.

Molte parole.

E come sempre finirò per dimenticare qualcosa. Molto più di qualcosa.

Ieri è finito l’Atelier. Mi è dispiaciuto tanto. Tantissimo.

Per il Circolo è stato differente. Rimangono gli strascichi del Cenacolo, e comunque rivedo alcuni del gruppo.

Per l’Atelier è un pò più complicato.

Sono grata a questo corso, per molte cose.

Ieri sera, mi sono immersa nella Venezia amata ed amabile.

Mi sono concessa di osservarla dal pontile delle Zitelle, con le luci rosa, l’acqua che muoveva il pontile… mi sono sentita fortunata. Per un attimo ho desiderato con tutto il cuore vivere li, vivere a Venezia.
Ho invidiato chi possiede un’altana, chi ogni giorno combatte col vapore per andare al lavoro, chi deve scontrarsi con i contrasti, spesso negativi della mia città.

Tante volte ho detto a Rosy che Mestre è una città vantaggiosa. Di Mestre non ci si innamora, non si vuole tornare a Mestre. Ma a Venezia… beh… a Venezia si. E’ talmente meravigliosa…

Mi mancheranno le corsiste, la Preside, la mia compagna di banco/viaggio, la fatica per arrivare con il tempo avverso.

E’ un incantesimo che la città mi ha fatto. Mi ha stregata. Dopo ben 43 anni.

 

Mercoledì ho ritirato i primi libri del premio Perelà. Due mallopponi e mezzo. Da recensire.

Mi osservano dal comodino, ansiosi di essere letti. Vedremo cosa succede. Questo fine settimana ho deciso di dedicarmi al primo. Con buona pace del mio cervello.
Nel frattempo sto sistemando un racconto da mandare come giurato, sto cercando di capire cosa fare nei prossimi giorni, e sto disperatamente cercando di abbassare la soglia di stress che mi ha travolto nelle ultime settimane.

Sono talmente stressata che tendo a mangiare la qualunque. Ogni cosa trovo sul mio percorso. Come una locusta affamata.

Sono sempre più rinchiusa qui dentro, nel blog, sempre meno altrove. Forse perchè ho bisogno di una tana, forse perchè mi duole il cuore per l’agonia di una casa che fu accogliente, forse perchè sono stanca di ipocrisie insulse.

Ho anche bisogno di ritrovare me stessa, di fermarmi un pò, di stare da sola.

E’ innegabile che mi ritrovo sempre in mezzo alla gente. Troppa, tanta gente. Tutta piena di esigenze, di richieste a volte mute, altre volte rumorose.

Ed ho bisogno di scrivere. Di confrontarmi con il mio sentire.

Ora cambio templates, qualcosa di aggressivo. Estivo.

Ad maiora.