Rat Attack

Ieri notte è capitata una cosa. Sono entrata in ufficio per posare borsa e giacca, al buio, tanto poi dovevo andare in spogliatoio.
Vedo, vicino a una sedia, un pezzo di cartoncino, mi chino per raccoglierlo e scopro che è la carta moschicida che usiamo per gli insetti striscianti. La sensazione immediata di schifo mi ha fatta correre in sala a lavarmi ripetutamente le mani, passandoci anche della varechina. Poi la rivelazione: un super topo è entrato certamente.
Infatti, accesa la luce, scopro che oltre ad aver fatto abbondante merenda a mie spese, si è anche scavato una via di fuga nei tubi del convettore, uscendo nello spogliatoio e in fine guadagnandosi la libertà.
Per quanto provi disgusto per i ratti e per alcuni insetti, mai vorrei far loro del male.
L’idea di avvelenarlo, con il lento sanguinamento degli organi interni, mi fa orrore.
Però lavoro in un’industria alimentare…

Ecco, vedo in tutto ciò, la sintesi della mia vita.
Demmerda.

Frammenti

Sto perdendo pezzi di me.
Sono mesi che questo accade, forse anni. All’inizio non ne avevo la giusta percezione, ma oggi, ora, ne sono certa.
Ho lasciato andare tanto, amicizie, passioni, ambizioni, e forse anche amori.
A mia discolpa posso solo portare le bordate che la vita fa, e la mia non è affatto gentile.
Ci avete mai fatto caso che vivendo la vita, non abbiamo mai la percezione della gravità delle offese che riceviamo? Notiamo le ingiustizie altrui, le sofferenze altrui, il dolore altrui, mentre accettiamo che la nostra vita sia così, con un vago sentore che possa esserci qualcosa di sbagliato, ma l’entità dei danni è quasi sempre aprossimativa e spannometrica.
L’analista dice che è normale. Se si indirizza la propria energia in una direzione alla volta, il resto della vita continua a scorrere nonostante la nostra assenza sul campo. Tutto muta, si evolve, solo perchè siamo noi a spostare il baricentro delle cose.
Alla fine dei giochi comunque, ho perso troppo, tantissimo.
Per risolvere il mio dilemma lavorativo, ho trascurato salute, vita, amore, amici, passioni… tutto. Per cosa poi? Per essere impantanata su dinamiche che non ho quasi mai la forza di risolvere.
Una cosa alla volta, un gradino alla volta, un giorno alla volta.
Eppure ho la sensazione che invece di alzarmi, sto sempre più affondando.

The sound of the dishwasher

Eccomi finalmente, con più tempo a disposizione, il silenzio, e una giornata insonne.
Ho pensato di far ricorso a un sonnifero che mi aveva prescritto il medico, ma poi ho desistito.
Ho un concerto per tamburi e fiati nella testa. Un casino assordante.
In sottofondo la lavastoviglie mi fa da controcanto al tichettio dei tasti, il traffico fuori è intenso, sono quasi le cinque e mezza.
Qualche giorno fa, una persona a cui tengo molto, mi ha mandato un sms.
Mi ha detto che ha una Signora da servire. Dice che gli ricorda Miri.
So perchè l’ha fatto. In qualche modo voleva recidere il cordone che ancora avevamo. E infondo penso si sia anche innamorato di lei.
La cosa mi ha immalinconito, perchè comunque è un altro pezzo di un “noi” che sto lasciando andare.
La Psic dice che devo usare le mie energie per un obbiettivo alla volta. E dato che ne sono scarsa, disperderla è solo un gran casino inutile.
Ha ragione, infatti focalizzandomi su un problema alla volta, qualche passo in avanti riesco anche a farlo, solo che…
Poi ne faccio mille indietro, perchè le altre cose mi soffocano.
E adesso, come detto sono in burnout.
La mia priorità ora è trovare una via d’uscita da questo lavoro.
La Psic, dice che è normale che io non riesca a scrivere, o a controllare gli attacchi di Binge. Normale, perchè sto rivoluzionando la mia vita, e dunque non riesco a tenere a freno mandibola e pensieri.
Affrontare i miei fratelli con coraggio mi è costato tantissimo in termini di emotività. E ancora non riesco a riprendermi.
Appure l’ho fatto. E ancora non mi capacito.
Seduta davanti al commercialista ho proprio detto che non ce la faccio più.
E loro pare l’abbiano capito. Per due giorni ho battuto la mia posizione. Non ce la faccio più, non ne posso più.
Solo che adesso l’emergenza acqua e tutto il resto, ha reso dinuovo questo posto una gabbia.

Cazzo.

Ma che ne sai tu?

Rieccomi. Per quanto la mia voglia di scrivere sia alta, non riesco a fare nulla. Penso e ripenso a luoghi e moti, ma poi niente.
Sono in burnout e questo blocca tutto.
Capita mai che succede il finimondo e tu rimani immobile, guardi tutto a rallentatore, vivendo di sponda quelle emozioni, cercando di non farti colpire dalle schegge impazzite? A voi capita? O è solo mio umile privilegio?
Vabbé che dire? Sto inutilmente curando un’influenza strana che non accenna a passare, forse perchè la tosse è più nervosa che altro, il raffreddore vabbè  è stagionale, e il malessere diffuso è frutto dell’artrite che con questo scirocco si è acutizzata.
Andare dall’analista mi aiuta, ma poi, i giorni dopo, è un continuo peggiorare.
Mi rendo conto che per ogni passo fatto in avanti, sono almeno dieci quelli che faccio indietro.
Affrontare per esempio il commercialista, i miei fratelli, confrontarmi e dire che non ne posso più, dire che ho finito tutto, energie, salute, forza, e poi vedere che il fiume scorre sempre tranquillo, nonostante tutto.
Ritrovarmi nuovamente a quattro anni fa, perchè questo disastro che sta sommergendo Venezia, per effetto domino si spalma su tutto, attività commerciali incluse. E sulla disperazione dei miei amici, si somma la disperazione di non riuscire a pagare i conti. Niente. Non un centesimo. Oltre appunto a non un centesimo in busta paga. Ma, secondo il commercialista, stiamo facendo passettini in avanti. Mentre il fido se n’è andato a puttane, i fornitori battono cassa, i clienti non comprano, ed è tutto fermo, io che non mi muovo da casa perchè non voglio generare spese.
Credo mi stia anche sul culo la felicità altrui. Ma questa è la mia misantropia che emerge poderosa come l’erezione di John Holmes.
Insomma boh… Come si esce dal burnout ancora non lo so.
Pensavo che dopo tutto questo tempo, essere fuori dal tunnel, fosse il minimo. Invece niente. A onde alterne finisco come Venezia, sommersa da debiti, pensieri, salute, vuoto. E in più ci si mette la nostalgia.
Ma di questa ci farò un post più avanti.
Davvero, non so come uscirne.
Implodo e non so come fermare il meccanismo.

Realismo in fase d’opera…

La Desy, anziana canetta ospite in casa mia, orba, sorda e con un olfatto da primato mondiale di cercatrice di tartufi, mi gira in torno. Per una settimana rimane ospite a casa mia. Mio fratello è in licenza matrimoniale (nota: ha beccato pioggia alle Maldive – ci credo, viste le benedizioni che si è beccato sposandosi il 6 di luglio con un caldo fenomenale e in un parco perciò senza aria condizionata).
A Mestre piove, ho la stufa accesa, con il fuocherello che asciuga l’aria e le ossa, sono da sola a casa (ed è una bellissima sensazione), sms teneri sul cellulare.
Il cervello però non si da pace.
Frammenti della mattinata di domenica si sovrappongono alla dolce mestizia autunnale. Parole, frasi… il #mamminchia che mi contraddistingue si rende necessario.
Un esempio?
Uscita dal colloquio, i miei mentori ovviamente mi chiedono com’è andata.
Io racconto cosa è successo, sono sorridenti, io ringrazio Gianni per il sostegno, e lui serio serio mi dice: “Aspetta, tu non hai avuto mai voti più bassi del tre… eravamo in sei, con voti da uno a cinque. E nessuno ti ha messo voti inferiori a tre. A parte uno, a cui non piaceva il tuo progetto, ma gli atri hanno dato voti altissimi. Io ho messo 4.5 ma solo per non fare lo sborone, e vicino alla tua voce ho scritto: Diana scrive anche meglio di così.”
Tutto bello no? Bellissimo.
Poi però penso: ecco, ma se il mio meglio fosse questo? E se non mi uscisse un altro meglio? E se… Ma che cazzo! Cervello mio fermati.
Io lo so che chi scrive, ha i miei stessi dubbi. Ma davvero, mentre aspettavo il mio turno, mi sono accorta delle differenze tra me e gli altri.
C’erano molti ragazzi, con libri già finiti, o con un sacco di idee, estremamente motivati e aggressivi.
Poi c’eravamo noi, una manciata di vecchietti, con qualche riga e poche idee rigorosamente confuse.
Vabbè adesso basta parlare. Sono riuscita a procrastinare il procrastinabile: ho mangiato una mela, visto l’ultima puntata di Grace Anathomy, cambiato il telino alla canetta, risposto a mio fratello alle Maldive, acceso la stufa e scritto queste righe. Tutto per non dover affrontare Word e le sue insidie.

Ma voi habitué della scrittura, come impaginate i vostri scritti? Come?

Ciao sono Diana e ho un deficit dell’attenzione, attacchi d’ansia, incapacità a focalizzare, inettitudine come stile di vita.
Ciao Diana!

Maestro e Padre… Manchi.

Adesso posso dirlo…

Nei giorni scorsi, mi è successo quella cosa con la banca, il lavoro, il commercialista, la solita barcata di problemi senza soluzione che mi affligge da tanto tempo, e che non mi permetteva di godermi un momento di gioia.
“Vai e divertiti…” Sono state le ultime parole della mia analista, mercoledì scorso, dopo che le ho raccontato cosa stava accadendo.
In sostanza, a metà mese ho spedito l’incipit di un possibile romanzo ad un festiva letterario che metteva a disposizione ai selezionati merivoli, un incontro con il direttore editoriale di alcune delle maggiori case editrici indipendenti italiane.
Dovevo scegliere tra sette case editrici e agenti letterari, con chi volevo interfacciarmi in caso di selezione.
Data l’affluenza, (trecento e tre manoscritti), e data l’entità della cosa, ho pensato che visto che non mi avrebbero certamente presa, tanto valeva puntare altissimo.
Era un po’ come il decidere di partecipare a una maratona senza essere allenati. Dovendo scegliere, ti fai quella di New York, perchè con l’occasione almeno ti vedi la città.
Ecco il mio spirito è stato questo. Ho puntato alla più grossa e famosa, perchè “tanto a me non mi prenderanno mai”, perciò se una valeva l’altra, tanto valeva appunto pensare in grande.
Nel bando, si diceva che i selezionatori, a loro discrezione, potevano anche suggerire un nominativo a più case editrici.
La settimana degli esiti, dicono che i manoscritti che puntavano a questa grossa casa editrice erano 50 e il direttore editoriale si era reso disponibile solo per 4 manoscritti.
All’inizio sono usciti i nominativi per le case minori. Niente.
Poi hanno iniziato i più grossetti, quelli con autori e titoli importanti. Niente.
Mancava solo l’Olimpo.
Il venerdì faccio refresh sulla pagina e niente… silenzio.
Mi vesto per andare a conoscere Paolo Zardi che veniva a presentare il suo libro a Mestre, quando per pura compulsione faccio ancora un refresh e il primo di quattro nomi era il mio.
Non solo avevo partecipato alla maratona di New York, ma mi ero anche posizionata tra i primi. Panico.
Avevo solo un merdoso incipit e qualche capitolo sfuso qui e lì senza un senso cronologico.
Panico al cubo ad ogni aggiornamento sulla modalità dell’incontro, fino alla dicitura: portate uno stampato del libro o del progetto.
E cosa porto io se non ho nemmeno un fazzoletto per piangere?
Do fondo a tutto quello che ho, scrivo come mai in vita mia impossessata dai demoni di Virgina Wolf, Sylvia Plath e Simone de Beauvoir in contemporanea.
Nel frattempo arriva domenica e con lei, arriva anche una super influenza, la banca mi dice merda, sono triste, malata e in ansia. Mi manca un sasso dal cavalcavia e ho fatto filotto.
Così parto pressoché all’alba, stanca, influenzata, con l’umore del Grinch la vigilia di Natale.
Strada facendo trovo ogni genere di clima, sole, nebbia, Silent Hill, ancora sole…
Finchè la voce dell’analista non fa breccia:  “vai i divertiti”.
Arrivo sul posto, breve brain storming sul comportamento da tenere, poi attesa.
Finalmente mi trovo davanti il Gran Lup Man. Tra l’altro è un super scrittore, un super giornalista.

“Vai e divertiti”, mi sono detta.
Lui ha fatto un cappello introduttivo che mi ha spiegato, valere per tutti, non nel mio  singolo caso.
Loro pubblicano solo 5 libri di narrativa italiana all’anno e tre sono già libri di scrittori che escono a cadenza. Restano due posti e per quanto loro si vedano proporre ottimi lavori, spesso sono costretti a dire di no.
“Però se è un no per noi, non significa che il lavoro è brutto, è solo che davvero non c’è spazio, perciò mandate anche altrove… certo che se riceverete trenta no, una domanda me la farei…” dice sorridendo.
Poi aggiunge “nel suo specifico, le dirò che se è arrivata qui, è perchè vale la pena leggerla, e se riceverà un no da noi, le dico subito che alcuni colleghi qui, la prenderebbero di sicuro, solo che non spetta a me dirle chi.”…
Poi sempre molto gentilmente mi chiede “Ora mi dica perchè dovrei pubblicare il suo libro”.
Mi ascolta con attenzione. Non spiccica una sola parola di consenso o dissenso. Impermeabile. Io parlo tranquilla. “Va e divertiti”.
Quando finisco mi chiede: “il libro è completo?”. Al mio diniego, mi chiede quante battute. Rispondo con un falsissimo “sessantamila…”.
Lui mi dice “è davvero pochissimo… ora lei lo termina, e me lo manda alla mia mail personale. Poi lo faccio leggere al direttore editoriale, ed entro un mese e mezzo le faccio sapere…”
Io chiedo “entro un mese e mezzo da quando avete il manoscritto intero?”
Lui annuisce e mi dice “ora non si faccia prendere dal panico. Può mandarmelo entro qualche mese, anche verso giugno, però capisce che non posso giudicare da poche righe… comunque mi sono segnato chi è lei…”.
Mi congeda con una calorosa stretta di mano ed esco che mi manca poco per morire.
Solo oggi sto realizzando che ho pochissimo tempo per scrivere qualcosa di bellissimo. E se anche sembra tanto, con la vita che faccio è come voler costruire un palazzo in una notte…

Lo posso fare certo… ma non posso garantire che stia in piedi.

Ondate

Stanotte dovevo stare a casa. Oggi ho il frigorista al lavoro e dunque qualcuno che possa stare diurno serviva. A gentile concessione, la cosa è spettata a me.
Ieri ho dormito un’ora e mezza. Tanto – ho pensato – riesco a dormire stanotte.
In preda a un’euforia scribacchina, ho prodotto, intanto che l’asciugatrice andava e cucinavo per la sera.
A mezzanotte iniziano… sto guardando la tv quando i primi attacchi di panico fanno capolino.
È dall’anno scorso a novembre che non li sentivo. Non così violenti almeno.
Il pensiero si focalizza e lo stomaco si contrae.
Decido di prendere un anti influenzale e dormire. Sono sfatta dalla stanchezza – penso.
Alle 3.00 guardo la sveglia. Mi alzo, vado al bagno. Ho dormito circa due ore e mezza. Torno sotto le coperte, guardo la rete, gioco un po’… penso. Ondate di panico. Non passano. Cambio posizione, provo a riaddormentarmi. Sono le 4.00 e mi appisolo. Mi sveglio con l’ansia. Guardo la sveglia sono le 5.00. Mi alzo, spedisco email, setto la pass di una delle mail che non ricordavo, mi vesto e mi sposto in ufficio.
Lavoro, penso… parlo con i fratelli. Sono le 9.40 e ancora la marea di paura non accenna a fermarsi.
Ho paura di non farcela.
Eppure bordate di merda ne ho prese in questi anni. Può essere che sono solo io meno resistente ai colpi? Dopo tanto tempo passato in difesa, forse il mio spirito non è in grado di assorbire altro? Ho abbassato troppo la guardia?
Ora sono stanchissima, priva di energie buone per fare la cosa che mi interessa di più. Tant’è che ho ricevuto una mail importante e ho solo due giorni utili per sistemare una gran mole di lavoro. Ma con la testa e lo stomaco da un’altra parte, come si fa a non farsi travolgere dall’onda di tristezza e paura?
Analizzo freddamente le cose come stanno.
Siamo stati corretti, mai sgarrato di un centesimo, mai saltata una rata, però non abbiamo profitti troppo promettenti e i rientri verso fornitori sono troppo lenti.
Risultato? Non siete “affidabili”.
Ma cosa deve fare uno per essere affidabile? Se non puoi alzare i profitti e non hai altri costi da tagliare cosa resta? Lavorare gratis anche no… Le bollette non le pago a colpi di merce surgelata. Allora cosa resta? Davvero… cosa posso fare?
Le risposte che sembrano ovvie si schiantano come sempre contro a caparbietà e alla rabbia altrui.
E io sono così stanca…