Di citazione e altre cose…

Dice Quentin:

La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale. Non riguarda tizi che ne calano altri dall’alto di elicotteri su treni a tutta velocità o terroristi che fanno un dirottamento o roba simile. La violenza della vita reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e sua moglie stanno litigando e all’improvviso l’uomo si infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia. È proprio folle e fumettistico, ma comunque succede: ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza.

Tutto ciò ha un nome. Sociopatia.
Tutto ciò esiste, ed è nelle nostre vite.

Ieri in radio, il direttore di MilleniuM diceva che a Latina, i Sikh, una fiera casta religiosa indiana (forse uso termini errati), muore per overdose, perchè raccogliendo ortaggi per 14 ore al giorno, fanno turni massacranti, e hanno iniziato prima a far uso di anfetamine, poi di scarti del papavero per sopportare il dolore. Risultato: in breve si sono trovati drogati fino alle orecchie. E tutto ciò ovviamente nella “civile” Itaglia.
L’Itaglia degli Itagliani brava ggggente.
Ecco.Di questo paese, l’Itaglia appunto, non faccio parte. Perchè io non sono la ggggente.

Poi leggo di 38 indagati a Udine per la strage delle api. Altri Itagliani brava ggggente. Con la merda nel cervello, e il cuore tra le dita dei piedi.

E poi la UE che delibera che i randagi possono essere usati per esperimenti…
La UE non è l’Itaglia ma è piena di brava ggggente.

La sociopatia non è soltanto la follia che da straordinaria diventa ordinaria, non è il momento di pazzia dove uno imbraccia un fucile, non è il cecchino che si apposta e decide che le donne grasse e vecchie devono morire.
La sociopatia è anche tutto questo. E’ la mancanza di controllo.
E’ l’incapacità umana di guardare oltre la cortina della demenza. Un delirio senza limite, una corsa, folle corsa verso la distruzione dell’altro.

Su tutto, ci sono io che davvero sono arrivata ad un punto di non ritorno: c’è troppa gente sul pianeta terra. C’è troppa anidride carbonica emessa dalla bestia uomo. E sti cazzi. Mai una pandemia quando serve.
Mai un asteroide, una glaciazione, mai mai mai una gioia.

Ma tant’è che sul pianeta Terra ci devo stare, in compagnia di queste bestie.

Post Amore

I giorni passano e Lei non è a casa.
Mi sento strana. Come nei giorni post Lollo.
E’ una sensazione triste e mesta, ma anche dolce, a tratti straziante e malinconica.
Sollievo. Pesantezza. Poi ancora sollievo.

Ho pensato tante volte che mia mamma ha fatto bene ad andarsene da questo pianeta. Non ha visto l’euro. Non ha visto le torri gemelle, non ha visto i bimbi morti in Siria, non ha visto i barconi, i militari con le mitragliette, non ha  visto sua figlia ammalarsi, non ha visto la crisi, non ha visto il fallimento.
Si è risparmiata tanta merda, tanto sudiciume umano. E si lo so, lei per molte cose avrebbe pianto. Per i bimbi per esempio, o per i morti in mare.
Perchè mia mamma non era razzista. Mia mamma era compassionevole e intelligente.
Perchè tutto il cosmo si era dato appuntamento dentro quello sguardo grigio verde, e lei nella sua semplice saggezza sapeva tutto. Sapeva tutto tutto.

E’ presto per dirlo. Ma anche la Pigolz ha voluto andare. Forse per risparmiarsi anche lei la merda di questo pianeta. Non so. Non ho idea. Ma accarezzo la sensazione che sia così. Basta stare in un posto che non riconosco più come casa.

Come sto… Già. Sperimentando, ho capito come resettare il dolore dell’AR quel tanto che basta per avere una buona autonomia lavorativa. Che non significa bloccare la malattia, anzi, ma bensì tenere sotto controllo il dolore.
L’oppioide da solo non basta. Il cannabinoide idem. Per avere una buona copertura, anche se di qualche ora, devo unire i due principi attivi. Ero arrivata a sessanta gocce di FM2 e ancora la gittata era breve e il dolore ondivago, nei picchi davvero ingestibile.

Stessa cosa con il Palexia all’epoca. Senza contare la continua subdola richiesta di aumento del farmaco, che gestivo dormendo il più possibile.

La combinazione giusta (per me) è Kolibrì + 25 gocceFM2.
Il Bedrocan non riesco più ad assumerlo, questa preparazione, proviene da una farmacia diversa e ha un sapore talmente schifoso che non riesco ad affrontarlo. Perciò aspetto per poi tenerlo al massimo per qualche necessità di rilassamento.

Per la pelle, ho una lichenificazione da autoimmunità. Sono a cortisone, poi crema alla capseicina, in sostanza divento una specie di spianata calabrese.

Per il resto non sono triste o di cattivo umore, sono solo solitaria. Ho bisogno di un silenzio attorno, fatto di cose che hanno un odore, un colore, una frequenza. E non sento alcun bisogno di persone. Ovvio che mio malgrado sono costretta, ma davvero… no grazie.

Ultimamente mi arrivano notizie di persone delle quali, meno so e meglio sto. Gente misera.

Non c’è cosa più triste di chi miserabile, si fa lupo con gli altri miserabili. Homo Homini Lupus.
Così come trovo triste chi si attribuisce meriti su tutto e tutti, poi si meraviglia del vuoto cosmico che genera.
Mah…

Ho anche una notizia bellissima. Ma non la posso dire. Però è una novità proprio bellissima. E io incrocio le dita. No non cambio lavoro o vita… si tratta di altro.

Prendi qualcosa Pedro?

Mi chiedo cosa spinga le persone, a dirti “prendi subito un altro micio” quando sanno che tu hai perso il tuo.
Micio, cane, furetto… C’è sempre qualcuno che ti dice “prendine subito un altro”.
Poi, ti rincarano la dose con “non per sostituire, ma per sentire meno dolore…”

Si tutto ok. Ma allora perchè quando muore il nonnino, o qualche genitore, nessuno dice: perchè non adotti un vecchietto o ti prendi in casa il vicino che è solo e ha tanto bisogno di affetto?
Non ditemi “non è la stessa cosa”… Non è così che funziona.
Se un micio rientrerà a casa mia, sarà perchè sono pronta. Non perchè voglio sentire meno dolore.

Pigolz

Scrivere mi ha sempre salvata.
Scrivere, mi ha aiutata a mitigare dolori potenti, che non credevo sarei mai riuscita a superare.
Questa volta non fa differenza.

Vi spiego perchè La Pigolz (Didi all’anagrafe) non è un gatto qualsiasi.
Io lo so che ogni proprietario di animale sente il proprio come speciale, e lo è. Ogni animale è speciale.
E la Pigolz è speciale perchè è il gatto che mi sono meritata. E’ stata un premio. Ed io di premi, nella vita, ne ho avuti ben pochi.
Sono stata fortunata. L’ho presa che pesava nemmeno un kg, bella da morirci, simpatica no, ma ci abbiamo lavorato, infatti non le piacevano gli umani (e a ragione) e con noi diciamo che forse, ai suoi occhi, eravamo il meno peggio che le potesse capitare.

Sapete, lei mi ha insegnato molte cose. Come tutti gli animali, nasce con un compito. Quello di educare qualche testa di cazzo umana, con le buone o con le cattive.
A me ha insegnato che non puoi ignorare le responsabilità per sempre. Prima o poi, devi crescere. Ma non tanto. Devi mantenere quel pizzico di infantile, che ti permette di correre dietro ad un filetto, o a cacciare le tortore dell’albero difronte.
Mi ha insegnato che i cinesi non sono tutti delle belle persone, e nemmeno i vicentini sono poi tutta sta simpatia, soprattutto se possiedono ricettari strani.
Mi ha insegnato a diffidare da chi non ama gli animali. Prima o poi rivelano una natura egoista.
Mi ha insegnato che anche quando scavi, perchè il fondo l’hai toccato da un bel po’, beh sai che c’è? Lei mi amava lo stesso, anche quando avrei voluto vaporizzarmi…
Mi ha insegnato a ridere, a non aver paura, a non magiare animali, mi ha insegnato che la coccole te le devi meritare, che una carezza non richiesta si paga.
Ma soprattutto mi ha insegnato l’appartenenza. Mi ha raccontato di mondi che vedeva solo lei.
Non mi ha mai giudicata. Semplicemente le stavo appena appena simpatica. Però, quando stavo male, si metteva il grembiulino da infermiera e curava le mie ferite… con quell’amore che possono avere solo le mamme. E forse si, per lei ero solo una bamboccia incapace.
Le ho dato una vita da Signora. Ed è poco per quanto ha dato lei a me.

La Pigolz è stata il mio primo gatto. E’ stata con me 13 anni e mezzo.
L’ho amata.
E adesso so che sta pensando “Finalmente me la sono levata dalle palle, questa umana piagnona e insicura”.

Buon riposo amore mio…

In Media Res

Ci avete mai fatto caso? Quando siete disperati, o tristi, stanchi,  ecco che accade la bellezza. Non una bellezza qualunque, quella che c’è ed è oggettiva, tipo una Venezia all’alba, o la luce che si schianta meravigliosa sull’acqua, no non questo genere. La bellezza che accade è struggente,  come i pensieri che affollano la testa.
Semplicemente ti accorgi che l’istante è perfetto. Magari la radio trasmette quel pezzaccio che ascoltavi anni fa e che ti ha per sempre legato ad un altro momento perfetto e stai guidando, mentre la luce ti ferisce gli occhi perchè è l’alba davvero, e che per davvero il sole si alza dall’acqua. Il termometro dell’auto segna 2 gradi, lampeggia sullo sfondo arancione, il riscaldamento fa il suo dovere, e potresti tirare lungo, non fermarti, andare. Sentire il suono  del telepass che segna l’abbandono e semplicemente scivolare via.
E’ la mia alba di stamattina. Il mio momento perfetto.
“Il mondo non è bello, ma la vita si, la vita è bella.” – Mi ha detto F.
No, la vita non è bella. La vita non è bella e non è brutta, è neutra. La vita è un contenitore dove tu ci metti cose, momenti, istantanee, ricordi. E quando apri, trovi bello, trovi brutto, trovi istanti come questo. A volte capita che devi scavare un po’ prima di trovare qualcosa che meriti, o  abbia un valore. Altre non serve faticare molto, ti basta affondare la mano e tiri fuori gioielli magnifici. Qualcosa che nemmeno ti ricordavi di aver nascosto li dentro.
Ammettiamolo, non c’è niente di meritocratico, niente che il cosmo ci debba come risarcimento, non c’è niente di punitivo o esaltante. Siamo noi che decidiamo quante cose mettere dentro questa scatola, e siamo noi a deciderne il valore globale. Se pensiamo che la vita non meriti di essere vissuta, forse dipende dal fatto che non abbiamo dato abbastanza valore a ciò che c’è dentro. Anche al dolore.
Se sono la donna che sono, è perchè ho vissuto tanto, tutto. Ho portato nel mio contenitore picchi alti di dolore, ma anche momenti, istantanee, e questo pezzaccio, che stamattina mi dice di tornare a casa. Di non andare via.

 

Cose che…

C’è qualcosa che sta accadendo.
Ed è qualcosa che mi strazia il cuore.
Questo cuore, già così pesante…
La Pigolz sta davvero molto male. Da qualche settimana mi ero accorta che qualcosa non andava. Davo la colpa ai denti e all’età, così mi prodigavo in pappette morbide, nonostante lei amasse le crocche secche.
Nemmeno le sue solite leccornie la convincevano. Così sabato mi sono decisa e l’ho portata nella clinica che ho fronte casa e che mi dicono che per quanto cara è anche la migliore.
Visita approfondita. Reni e un piccolo soffio al cuore. Molto disidratata. La mettono in infusione, me la ricoverano.
Per la prima volta in quasi 14 anni, passo la notte senza di lei che mi tormenta.
Per la prima volta, quello che era un lusso meraviglioso, mi veniva tolto. Le sue coccole.
Poi lunedì l’amaro calice: il cuore è inspessito, già con delle modifiche e un moderato versamento polmonare, i reni sono danneggiati. Le cure vanno a contrasto.
Fanno il prelievo per la tiroide, poi si vedrà. Ogni momento è buono perchè collassi l’equilibrio e lei vada via.
“Siate pronti” dice la dottoressa Lavinia.
No. Non sono pronta.
Martedì, stabile. Niente miglioramento, niente peggioramento. Però i suoi occhi sono belli. E’ aggressiva e combattiva. Mangiucchia.
Dice la dottoressa Gutierrez che ogni tanto la chiama, si fa fare due carezze, poi la manda a quel paese. E’ la Pigolz, mica una gatta qualunque.
Tra poco chiamo. Mi diranno come sta. Spero stabile, spero meglio, spero nella resilienza tipica felina.
Però, intanto ho il cuore in frantumi, non posso pensare a domani senza lei. Perchè lei rappresenta delle cose che è troppo dura da spiegare. Un piccolo contenitore peloso di mamma, Miri, storia, amore… Lei è il mio amore che non torna mai indietro senza colpire l’aria. E’ puro.
Intanto vivo ora per ora. La penso ora per ora. La ascolto.
Da lei ho imparato tanto. Soprattutto che se il mondo è una follia, io dormo e lascio che passi. I gatti fanno così: se tutto impazzisce, loro dormono. Tanto le cose passano comunque. La vita va avanti. Nonostante noi.
Però queso “ora per ora”, pesa una tonnellata.

Ditemelo!

Ditemi che anche per voi è così… una parola, vi basta una parola, per entrare involontariamente in una sequenza di pensieri/storie/parole che si inanellano una dopo l’altra senza apparente senso. O meglio un senso c’è ma è solo nella vostra fila interminabile di pensieri. Una colonna d’auto, carica di ogni genere di significato.
Ecco un esempio della mia notte.

Ieri, un trasportatore, doveva consegnare della merce. Non è la prima volta che questo specifico vettore,  non rispetta il range che gli abbiamo più volte fatto segnare in bolla: la ditta F&C riceve merce dalle ore 6 alle ore 9. Tolleranza di una mezz’ora in caso di urgenza, ma per noi il range è questo.
Se io chiedo al fornitore una consegna il martedì dalle 6 alle 9, mi aspetto che il fornitore indichi chiaramente che oltre a questo orario non sarà scaricato niente di niente e bisognerà concordare una seconda data.
Tutto ok se non fosse che noi abbiamo bisogno della merce, e dunque ci è capitato di scaricare anche al pomeriggio, o di tornare sul lavoro dopo aver armato l’antifurto, col risultato che le persone (nella fattispecie gli autisti) si organizzano il viaggio nei comodi loro. Perciò consegna stimata alle 2.00 a.m. di stamattina (anche se poco credibile)

Stanotte arrivo, sto per parcheggiare ma davanti al capannone c’è il bilico. Dentro so che l’autista sta dormendo il sonno dei giusti. Da questo istante sono partiti i pensieri circolari.
La stessa ditta di trasporti, ha una autista donna. Anche lei dorme spesso in camion. Penso che tutti gli autisti che conosco, come posano il camion, bevono. Chi birra, come quello di stanotte, chi vino bianco, come la D. che quando non deve guidare si spacca il fegato.
Anche io me lo spacco, ma a suon di caffè.
Mi chiedo se sono in grado anche io, di dormire dentro ad un camion, per quanto accogliente, ma senza bagno, o la possibilità di una doccia. Penso all’estate, al fatto che si suda. E come ti lavi quando non hai un bagno a disposizione?
Ah oggi tolgono l’acqua per quattro ore, spero di andare a casa prima così almeno la doccia…
Mi chiedo se davvero le parole della canzone di Paul Young Wherever I Lay My Hat (That’s My Home)” siano vere, o semplicemente si possa anche dire che ovunque sono in grado di dormire (e dunque abbandonare le difese) sia casa mia, o… no, ho un sonno troppo leggero perchè io riesca a dormire dentro ad un grosso scatolone che attacca e stacca il frigo, con il mondo fuori, si certo, ma separato da me solo da una portiera in lamiera.
E intanto una parte del mio cervello canticchia una vecchia canzone di Dalla.

E’ schizofrenia? O capita a tutti di infilarsi in tunnel di pensieri che non finiscono mai, anzi sfiniscono? E’ per caso frutto della notte di lavoro, dove le mani sono occupate, le orecchie anche (dal frastuono delle pompe), e non rimane come rifugio, qualche anfratto della mente?

Comunque Dalla ve lo beccate anche voi. Fosse solo per solidarietà (oltre che per il brano che adoro)…