Ma tu ti ecciti? (Postato su Legami ieri)

“Ma tu ti ecciti con l’amore violento?”
Amore violento. Per quanto sia sbagliato definirlo così, mi piace il suono che ha.
Forse è l’ossimoro involontario nella frase, forse quell’termine: amore, così vicino al violento, da mescolarcisi e diventare qualcosa altro.
Mi eccito si. Ma non è quella cosa che intendi tu. Non sempre la fica si bagna. A volte è semplice desiderio, connessione, come quando sei innamorato e ti basta anche l’odore dell’altro per provare piacere. E non è sempre lineare. Mi capita che sto facendo altro e poi con la coda dell’occhio ti vedo occupare il mio spazio prossemico.
Ed è li che comincia l’amore violento, il non lugo dove io e te ci trasformiamo, lo spazio dove quello che desideri tu, lo desidero io e viceversa.
Per questo amo guardarti negli occhi mentre ti stupro la pelle.
Mille piccoli peni d’acciaio che entrano ed escono, in un ritmo scandito dal respiro.
Farà male? Si. Si che farà male, perchè voglio che faccia male. Lo pretendo.
Inspira, entra, esce, espira, entra, esce.
Un ago, due aghi, tre aghi.
Il primo te lo aspetti, il secondo lo assapori meglio, al terzo ti rilassi.
“E a te eccita l’amore violento?”
Quattro aghi, cinque aghi, sei aghi.
A volte mi sento una sartina alle prese con un abito di pelle.
Fa male? Non mi rispondere, lascia che guardi oltre le fessure dei tuoi occhi.
Te ne sei già andato? Mi lasci sola, guardiana mio malgrado del tuo sarcofago umano.
Ventuno aghi, ventidue aghi, ventitré.
Quando finiremo saranno quasi cento.
Quasi cento fiori di sangue. Una pioggia.
La saliva aumenta. Ecco si, adesso mi masturberei, mi infilerei le dita nella fica se potessi, ancora sporca di disinfettante e sangue, quel poco che esce mentre infilo l’ennesimo pene di acciaio sotto pelle.
Sei bello così, vestito di aghi, una tela ricolma di fiori rossi che aspettano di fiorire.

“Mi piace il tuo amore violento…”

Dimmelo dopo, quando i piccoli fiori si apriranno.

Corri a cercare riparo nel tempio dell’amore
Corri per un altro è lo stesso
Perché il vento soffierà il mio nome e farà crollare le tue mura

Storie fredde

Sto leggendo i racconti di un giovane Ian McEwan.
Primo amore, ultimi riti/Tra le lenzuona
Ed. Feltrinelli

Nella raccolta ci sono dei racconti, che sono davvero disturbanti, se non agghiaccianti.
In particolare “Farfalle”, che lo ammetto, mi sta perseguitando.
La scrittura di McEwan è nota per essere tagliente, essenziale, limpida e diretta, e nel leggere questa raccolta, di uno scrittore ancora giovane, privo di ogni filtro, mi rendo conto che le sue narrazioni mi ossessionano.
Ne ammiro la bravura, ne ammiro il coraggio, il modo, la scelta, ma più di tutto ammiro le storie. Talmente potenti da chiuderti lo stomaco.

Sono storie che poi mi porto dentro, che lavorano. Mi mettono una strana frenesia, una voglia di raccontare, scrivere, ma soprattutto di leggerne ancora e ancora. Fino a farmi sanguinare gli occhi.
Storie crudeli, che fanno male, ma che per paradosso, ti fanno sentire viva, e ti fanno percepire la potenza della parola e della letteratura.

Il w.e. appena passato non è stato tra i migliori. In tre giorni devo aver dormito si e no sei ore.
Mi sono scontrata con l’arroganza e il razzismo. E come per i racconti, la rabbia ha lavorato dentro di me, scavano canali di livore e rabbia.
Il risultato? Mal di testa continui, e appunto niente sonno.
Sono giunta alla conclusione che devo recidere i cordoni ombelicali che fino ad ora ho tenuto ben saldi solo io.
E’ una fatica che va fatta, prima che tutto diventi irreparabile, prima che io, soccomba per mano di sentimenti così pesanti…

Grand Guignol

3 febbraio 1922

Sono le 23.00 e le campane hanno appena suonato il cambio dell’ora.
C’è fumo nel teatro, una nebbia fitta. L’aria satura di odori, cavallo, abiti bagnati, acqua di colonia pregiata mescolata a sapone e corpi lavati male.
Il locale non è enorme, si entra da una porta centrale, due scale a lato del grande bancone d’ingresso, alle pareti boiserie pretenziose in velluto grigio e legno,  qualche ritratto di artista, la luce è gialla, lugubre.
Salite le scale si accede alla balconata, e da lì alla platea scendendo una breve scalinata centrale che divide in due la stanza.  Ai lati del palcoscenico,  quattro palchetti nascosti da tende, al posto delle poltroncine vi sono dei divanetti  in velluto rosso.
In uno di questi, alla destra del palco, un uomo e una donna, attendono l’inizio della rappresentazione.
Ci vanno spesso al Gran Guignol, arrivano in carrozza, non depositano i mantelli al bancone, ma salgono direttamente, e solo in quel piccolo spazio di tre metri per due, si tolgono cappello e mantello.
Siedono composti sul divanetto, in ombra.
Una piccola orchestra di sei elementi, suona un motivetto allegro, una giga.
Sul palco compare un uomo. E’ truccato in modo grottesco, sembra una bambola, si rivolge al pubblico della platea, quello che ha pagato meno ed è anche il più rumoroso. Li invita al silenzio, si profonde in inchini allargando le braccia. Per ultimo si volta verso il palco. L’inchino si fa ossequio.
Inizia la rappresentazione.
Un uomo grosso, con dei folti baffi posticci, evidentemente il cattivo, brandisce un pugnale. La musica sottolinea il momento. Sul tappeto una bambina sanguina copiosamente. Dall’altro la coppia vede cose che dalla platea non si notano, per esempio che la bambina è una nana, che il sangue è troppo rosso per essere vero. C’è anche odore di zolfo. Esce dalle quinte, un grande telo che riporta il disegno di una stanza di manicomio.
La donne in sala emettono gridolini di spavento, qualcuno sobbalza quando le luci si spengono, e dal proscenio esce il Fauno.
In lontananza suona la mezzanotte. La gente esce commentando l’orrore, ridacchiando per superare la paura.
Loro, finiscono di bere lo Champagne, e quando il teatro rimane vuoto, ballano.

 

Come funziona?

Ci sono giorni in cui i pensieri sono talmente pesanti e mescolati che penso: devo scriverli per mettere ordine. Poi, manca però il tempo, e finisco per fare altro, e la testa continua a rimanere piena di pensieri, a volte corposi, altre semplici rimasugli incapaci di essere cancellati.
Altri in cui, hai tempo da vendere, ma non un solo pensiero lucido, interessante,
Mi è capitato di vedere il film su Janis Joplin, su Sky. Non serve dire molto sulla voce, nemmeno sul periodo storico. Sulla persona invece, c’è tutto un mondo. E sul suo addio alla vita, beh… anche qui, ce ne sarebbe di che dire.
Janis era come Marilyn, come Amy, una donna complessata, complicata, fragile e indifesa verso la vita.
La cosa che più mi ha colpito di lei, è questo bisogno di fare musica. Era una spinta che lei sentiva e alla quale non sapeva resistere. Dovrebbe essere così per la scrittura, e dovrebbe essere così anche per me.
Io invece, mi ritrovo a viverla come una zavorra che non voglio portare.

In questo istante ho appreso che il mio lavoro qui dentro, ha un valore differente. Loro (maschi) se sono in ferie e/o malattia, sono esonerati dalle responsabilità. Io dall’ospedale è diverso, devo comunque contribuire. Perchè se non li faccio io gli F24 o non chiamo questo o quel fornitore, loro non sanno farlo.
In sostanza è pausa per tutti ma non per me.
🙂 che bella cosa lavorare per il bene comune eh?

Cose banali

Un fine settimana a dormire.
Ho fatto un carico di sonno senza precedenti. Stanotte è andata meglio. Meno stanca.
Sabato c’era il Redentore a Venezia. Io preferito ignorare. Le ragioni sono sempre quelle. I fuochi… L’ultima cosa che mia mamma ha veduto. I fuochi segnano l’avvicinarsi del momento.
Ho preferito dormire.
Dormire.

Se piove…

Tu lascia scendere.
Puntuale stamattina la donna è passata. Il carretto trascinato con la mano destra, foulard in testa. E’ musulmana, certo che deve esserlo, altrimenti non si spiega perchè con 40 gradi all’alba porti sempre quel fazzoletto in testa.
Il resto dei vestiti, prevede delle ciabatte sobrie, un paio di pantaloni marroni e una camicia a maniche lunghe. E’ troppo chiara per essere mediorientale, probabilmente è albanese, non saprei.
Di solito passa, butta un occhio distratto nella nostra direzione, sbirciando dentro al capannone.
Procede spedita, in mezzo alla strada, che tanto a quest’ora è deserta, anche se siamo in zona industriale.
Viaggia in direzione del ristorante cinese, poi svolta a sinistra, poi ancora a sinistra, passa davanti al nostro ingresso posteriore, quello che usiamo come scarico/carico. Anche qui, breve sbirciata dentro, poi prosegue spedita verso il cancello e gira a destra. Ogni mattina la stessa cosa. Oggi come ieri, come tutta la settimana, mese, anno.
Stamattina però piove. Verso le 4 ha grandinato. Ora il cielo è di un nero inquietudine, qualche gabbiano si è spinto verso di noi e adesso passeggia nel campo antistante il campo sportivo. Sono grandi come cani di mezza taglia, e piuttosto rumorosi, i gabbiani.
Finisco di lavare con la varecchina il tavolo in plexiglass, lavo il grembiule, poi le braccia fino a quasi le ascelle. Mi volto verso lo spogliatoio, guardo fuori, piove. Fa anche freddo, sicuramente da stanotte, la temperatura è scesa di molto. La donna passa, puntuale. Senza ombrello, trascinandosi dietro il carretto della spesa dove mette chissà quali tesori. Spese no, perchè alle 6.30 del mattino qui negli immediati dintorni, non c’è niente di aperto, nemmeno il bar dei ciclisti.
Guarda nella mia direzione, i nostri occhi si incontrano, come succede quasi ogni mattina.
Solo che stamattina piove. Piove, e lei, ha invertito il senso di marcia.
Le due cose sono collegate. Non so, me lo sento.
Lei stamattina si è svegliata, ha fatto le sue cose, ha preso il carretto e ha pensato: oggi lo faccio strano.
Marghera, venerdì mattina, ore 6.30 le abitudini si sono messe in disordine.
Ha iniziato a piovere. Proprio in questo istante.
E quando piove io sorrido.
Infatti la donna, mi guarda, e io istintivamente sorrido. Lei non ricambia. Già il cosmo è sconvolto dal giro rovesciato, mettiamoci anche l’estranea che sorride a cazzo, e la pioggia a luglio ed è fatta.
Poi, come le avrei spiegato che io sorridevo alla pioggia e non a lei?
Meglio così.

Ragionandoci su…

Giusy Ferreri canta.
“Era una cassiera e guarda dove è arrivata”.
“Vero, il sogno che si avvera”

Penso. Potrebbe capitare anche a me. Un editore, un libro, un premio prestigioso.
Poi penso: non sono Giusy a me queste cose non capitano.
Anche perchè sono concatenazioni.
Per vincere un premio, bisogna avere un libro, e anche un editore, magari. Soprattutto devi aver scritto.
E io non scrivo.
L’ho detto in passato, e l’ho ridetto anche ieri sera. Dovevo chiudere il percoso Giudecca e poi smettere.
Ha vinto la vita, ha vinto il lavoro.
O lavoro, o scrivo.
Dato che non posso scegliere, per ovvie ed evidenti ragioni, lavoro.
Ascoltavo gli altri leggere i loro scritti. C’era passione, impegno, si sono applicati.
Io seduta da parte, con una stanchezza che mi portava via, pensavo: ma perchè ho accettato?
La verità è che sto soffrendo la stanchezza, lo stress, e questo gruppo è troppo difficile per me.
Tralasciando il problema “talento”, c’è ora la responsabilità di non rovinare con una bassa qualità, il loro lavoro.
Ma è un po’ come se per arredare casa, si spende per mobili di buona fattura e poi ci si accontenta di un tavolino in formica verde.
Ecco la formica verde sono io.
Ieri sera M. si è risentito, quando gli ho detto che non vedo l’ora di chiudere tutto e mettermi l’animo in pace. Lui vede in me talento e attestati di stima che io, nel primo caso non possiedo e nel secondo, beh… tutti questi attestati non li vedo affatto.
Forse, è il caso che lasci andare tutto e che riempia il mio poco tempo in cose meno mentali e più fisiche. Un corso di fitness, o uno di tango. O dormire. Lasciare che il mio corpo si spenga.
Non so…
Non so più cosa sono.