Pensieri così, in generale.

In Luce Luciferi

Vedo un sacco di persone fare a gara di cattiveria.
Su FB compaiono status su quale segno sia il peggiore, addiritura Satana in persona.
Un continuo proliferare di Satanassi, Lucifero, Demoni di varia natura.
Mah. Mi chiedo se davvero sia così. Se questo ostinarsi a credersi, sentirsi, essere, entità malvagie non sia altro che un voler affermare la propria differenza.
A volte vorrei dire a questi personaggi: oh ma Lucifero (portatore di Luce) altro non era che un Angelo. Della stessa pasta di quegli Angeli che poi sono l’antitesi di voi stessi.
Penso che non ci sia niente di più crudele di un Dio Padre Onnipotente che chiede al proprio figlio di immolarsi o immolare il proprio affetto. Ma è un discorso troppo ampio per essere sviscerato qui. Perciò direi che se dovessi dare il premio “Villain” probabilmente lo vincerebbe qualcuno che sta in alto e non in basso.
D’altronde il pregevole monologo di John Milton/Al Pacino (no non l’autore del Paradiso Perduto), Diavolo eccellente ad un tratto dichiara divertito: “Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti.”

E’ cosa nota che invece io umanista non sono affatto.

PPP
Scrivevo oggi su FB: “Quando leggo i dossier sulla morte di PPP o sugli anni di piombo, penso alla frase “si stava meglio quando si stava peggio” e mai frase mi appare più cretina.”

A parte che Lucarelli quando scrive, ha quella capacità tutta sua, di dare ai pensieri una voce propria. Non i suoi pensieri, i tuoi.
Leggi, pensi, e lui poco dopo, dice ciò che hai pensato.
Tra l’altro è il mago del contesto.
Lui contestualizza tutto. Luoghi, fatti, pensieri, momenti. Leggendolo, non puoi fare a meno di pensare “Ah si mi ricordo!”.
Mentre racconta di un’Italia spazzata dai venti del  Male, il Male quello vero, quello della becera ignoranza, o di una guerra che non ha contorni definiti, quel Male che niente ha a che vedere con gironi infernali, Belzebù, e circoli satanici, io poco prima di adolescere, mi ritrovo speculare, in un continuum spazio tempo, nella mia cameretta a Carpenedo, mentre lui adolescente lo è già, legge un rotocalco a Faenza.
Eh si. Chi sa raccontare, o meglio, chi sa contestualizzare, ti ricorda esattamente dove eri e cosa stavi facendo quel giorno, quello in cui ammazzarono Pasolini. O Impastato. O Moro.  Ero piccola e ancora non adolescevo o lo facevo da troppo poco. Ma c’ero. E chiedevo “Che succede mamma?”
Gli anni di piombo li chiamavano. Ma erano davvero dominio di un male profondo, canceroso.
E allora leggi, leggi, torni ai giornali che Lucarelli ti ricorda che si chiamavano un tempo “rotocalchi”.
Io me la ricordo la parola rotocalco. La dicevano anche i giornalisti in tv.
Torni all’immagine di Pasolini morto. E nel dubbio, te la ricerchi in rete. Come ti ricerchi quelle di Moro, o di Impastato, e nel tempo anche quelle di Falcone e Borsellino.
Sono foto che fanno male. Le guardi e capisci che il più sadico non è l’ultimo degli umanisti. No no… è qualcosa di più umano e meno divino.
Chi sei tu? Satana? No no io sono un uomo. Capace di ammazzare perchè io non sono un umanista. Proprio per niente.

o-PPP-570

L’altro libro che gira in questi giorni è “Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez.
Mi è piaciuta la presentazione dell’autore che dice:

Filippo Martinez

è un tragediografo ossessionato dalla sintesi che opera in tutti i campi della comunicazione. Dal 20 luglio del 2001, giorno del suo 50° compleanno, ha proclamato la sua morte ‘indidascalica’ (da non confondere con la morte ‘didascalica’ che è quella che procura il lavoro alle agenzie di pompe funebri); da allora si considera postumo e ha rinunciato del tutto alle consuetudini che gli facevano perdere tempo. Oggi insegna Regalità Individuale presso l’Università di Aristan della quale è anche Rettore. Questa è la sua epigrafe: “Trasloco. Vado in quel che faccio e faccio quel che sogno. Sono altrove. Altrove è l’unico posto possibile”.

Potevo non comprarlo? Ma soprattutto potevo non sentirmi io stessa postuma?

I Cammellini della Memoria (Tratto da *Cammellini che entrano ed escono dalle orecchie” di Filippo Martinez)

Il console era ormai vecchio.

Quella notte, come ogni notte, stava facendo la doccia prima di andare a dormire. Mentre s’insaponava ricordava sua moglie Elisabetta: la rivedeva sorridente mentre lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; poi rivide suo figlio a cinque anni, una domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove; poi suo fratello Antonello, serio e immobile, in bianco e nero, proprio come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio.

Quest’ultimo pensiero fu interrotto da qualcosa che al console sembrò il grido di qualcuno che precipita. Un grido quasi impercettibile, leggero come un sussurro. Il suo sguardo scattò sfiorando la tenda a fiori della doccia e scivolò giù, sino ai piedi: notò il solito vecchio callo, poi seguì l’acqua mista a schiuma che scorreva verso il mulinello; fu lì, fu nel vortice di acqua e di schiuma, che gli parve di scorgere un cammellino piccolissimo che si dibatteva ancora per un attimo prima di sparire nel buco dello scarico. Il console si sciacquò bene, si asciugò, indossò il pigiama, le pantofole e filò verso il letto.

Non poteva essere stato che uno scherzo della stanchezza. Entrò nel letto che già pensava ad altro. Lesse quasi due pagine di un romanzo noioso e fu colto dal sonno senza avere il tempo di riporre il libro sul comodino, né di spegnere l’abat-jour.

Fece dei brutti sogni.

Verso la metà della notte ebbe un attimo di dormiveglia. Non apri gli occhi ma si accorse ugualmente di non aver spentola luce. Stavaconcentrandosi per trovare la forza di ordinare alla sua mano insonnolita di spegnere, quando, all’improvviso, si rese conto che intorno a lui c’era un’indefinibile animazione.

Lentamente, trattenendo il respiro, apri gli occhi; ma li richiuse quasi subito.

Con un movimento leggerissimo si morse a sangue l’interno della guancia: era sveglio.

Questa volta socchiuse impercettibilmente solo una palpebra: i cammellini continuavano ad andare e venire sulla coperta a quadri, sul lenzuolo, sul cuscino; continuavano a entrare e uscire dalle sue orecchie con disinvoltura. Anche se aveva le ciglia quasi chiuse riuscì lo stesso a notare che le bestiole, ogni volta, uscivano dalla sua testa con un pacchetto tra i denti.

Cercò di ripetersi che era stanco, ma ormai non poteva più crederci: i cammellini c’erano veramente. Ed erano una moltitudine. Stavano attraversando le sue orecchie e portavano chissà dove pacchetti rubati, chissà come, nella sua testa.

Dei predoncini sfacciati lo stavano depredando nel suo letto. Il console ebbe un moto d’ira ma riuscì a controllarsi. Un ronzio, come di mosca, lo informò che due di loro si erano fermati proprio all’ingresso di un orecchio e stavano conversando.

Concentrò l’attenzione sul ronzio… li capiva; distingueva perfettamente ogni parola: parlavano del cammellino Markoskintu precipitato nello scarico della doccia. Erano molto contrariati.

Il console cercava di respirare piano, mantenendo sempre lo stesso ritmo.

Un cammellino chiese all’altro cosa avesse nel suo pacchetto e questi gli rispose che aveva un bel ricordo; disse che stava portando via l’immagine di Filippo con le sue ultime scarpe nuove.

Il console ebbe un brivido, cercò nella memoria l’immagine di suo figlio Filippo con le sue ultime scarpe nuove e nonla trovò. Avevala sensazione che quell’immagine fosse stata sua per tanto tempo ma, per quanti sforzi facesse, non riusciva a trovarla.

– Adesso andiamo via – sussurrò un cammellino, e aggiunse: – tanto non c’è fretta; abbiamo ancora due anni sette mesi e quattro giorni. –

Si allontanarono: uno salì su per il cuscino insieme a molti altri, l’altro, invece, scese lungo un braccio immobile del console; quando fu sulla mano questa scattò come una trappola e lo imprigionò.

Ci fu un fuggi-fuggi generale.

I cammellini erano travolti dal panico: quelli che si trovavano nei paraggi delle orecchie vi si precipitarono dentro, sparendo nella testa; gli altri si dispersero velocissimi alla periferia del letto.

In un attimo nella stanza tutto tornò apparentemente calmo.

– Cosa accadrà tra due anni sette mesi e quattro giorni?

La voce del console era secca, come di chi non ha più saliva. Il cammellino prigioniero fra le dita era confuso, ma seppe comportarsi in modo ineccepibile. Subito si scusò anche a nome di tutti i suoi colleghi per essersi lasciato sorprendere; poi disse che era davvero dispiaciuto, che incidenti come questo non erano capitati più di quattromila volte in tutta la storia dell’umanità, e avrebbe sicuramente continuato a tergiversare se il console, con decisione, non avesse ripetuto la domanda.

Il piccolo prigioniero, questa volta, fu preciso ed essenziale: – Fra due anni sette mesi e quattro giorni, esattamente alle ore ventuno e trentasei, tu morirai. –

Il console non batté ciglio, ma il cammellino dovette ritenere ugualmente di essere stato un po’ brutale. Quando, dopo una breve pausa, riprese a parlare, il suo atteggiamento era quasi affettuoso: – Io e i miei colleghi – disse – siamo i cammellini della memoria e portiamo via i ricordi a chi sta per morire. -Parlava con un lieve accento straniero – Purtroppo non sempre riusciamo a fare per tempo questa operazione di trasloco. Certe persone, a volte giovanissime, muoiono improvvisamente; per certe altre, anche se anziane, ci viene comunicata troppo tardi la data del decesso; alcuni addirittura si uccidono di loro iniziativa, e un suicida, come saprai, muore con tutti i suoi ricordi. Tu sei stato fortunato, per te siamo stati avvertiti in tempo: abbiamo iniziato il trasloco già da venti giorni, lentamente. Tra due anni sette mesi e quattro giorni, alle ventuno e trentasei precise tu morirai con pochi ricordi indispensabili e secondari. –

La voce del console questa volta era solo stanca: – Voglio morire adesso, portate via i ricordi e fatemi morire subito. – disse, e aggiunse – Per favore. –

Il cammellino ci pensò un po’ su poi decise che lo avrebbe accontentato. Era il meno che potesse fare: – Ma ti devo informare che l’infarto per il quale saresti dovuto morire fra due anni sette mesi e quattro giorni non può, per regolamento, essere anticipato. Dunque morirai di morte pura. Accadrà domani notte, in questo stesso letto. La morte ti ucciderà senza travestirsi da malattia, né da incidente, né da nient’altro. Non fornirà spiegazioni tecniche per alcuno: sarà morte, e basta. –

Il console abbassò il pugno sul cuscino e lo aprì: il cammellino si sgranchì bene le gambe e le gobbe, poi, trotterellando, rientrò nell’orecchio. Ma si trattenne poco. Un attimo dopo, infatti, stava già galoppando verso i margini della coperta e salutava col braccio.

Il console rivide il figlio con le sue ultime scarpe nuove, poi passò la notte a ricordare.

Il mattino seguente si alzò molto presto e, come sempre, scese a piedi le scale; aveva sempre evitato gli ascensori. Giunto sul marciapiede attese nell’aria fresca che passasse un camion interminabile; poi attraversòla strada. Sarebbestata una giornata speciale.

Quando salì sull’autobus numero dodici era già buio. Attese la sua fermata guardando fuori dal finestrino.

Giunto a casa si spogliò, si fece la doccia, si lavò i denti, indossò il pigiama e si mise a letto.

Inaspettatamente si addormentò quasi subito.

I cammellini non si fecero attendere: alcuni uscirono dalle sue orecchie, altri, moltissimi, arrivarono da chissà dove.

Si portarono viala moglie Elisabetta mentre, sorridente lo prendeva in giro appoggiata al frigorifero; suo fratello Antonello serio e immobile in bianco e nero come nella foto che portava sempre con sé nel portafoglio; suo figlio a cinque anni, quella domenica mattina, con le sue ultime scarpe nuove. Poi un altro ricordo, e un altro, e un altro ancora. In meno di un’ora si portarono via tutti i ricordi.

Un ultimo cammellino si portò via il ricordo dei cammellini.

Nella stanza, terminato quel brulicante viavai, tutto era tranquillo: si sentiva soltanto il respiro profondo del console.

Dopo un po’, nell’orizzonte limitato della coperta a quadri, apparve un dromedarietto grigioperla.

In breve superò la coperta e si distese in un galoppo sfrenato sul bordo del lenzuolo, scalò il cuscino e scese sulla spalla del vecchio. Quando infine, districandosi tra le pieghe del pigiama, fu sul petto, si fermò, chinò il capo e morsicò in profondità, verso il cuore, coi suoi denti di ghiaccio.

A quel punto per il console fu solamente la fine di un sonno senza sogni.

cammellini

 

Powerful

Tra poco mi metto a spignattare.
Prima però, volevo scrivere una cosa qui.
Auguri? No… Non vi voglio così male.
Buon Natale, che già è passato?
O un baldanzoso Happy New Year?

Io credo che la cosa migliore da scrivere è: ma riposatevi un pò. Dormite. Fate sesso. E se avanza, limonate. Tanti limoni per tutti. Interi litri di limonate.

Tanto di Natali ce ne saranno altri.

lo-spirito-del-natale

 

Natale_bastardo

Hello Papagena!

Hai la pelle che vorrei.
La pelle che desidero, che voglio toccare. Sentirla sotto i polpastrelli, e sentire il contatto con le mani.
Hai la pelle che indosserei.
Un abito fatto di terminazioni nervose, tensioni e rilassamenti. Moti di piacere e dolcezza.
Hai la pelle che non ho.
Sono fatta di stracci io. Di tessuti che si sono esauriti, buoni solo per pulire una finestra.

Stanno succedendo le cose. Mio malgrado accadono.
Penso alle beffe che il Cosmo sta attuando nei miei confronti.
Le notti, fredde e lunghe come quella appena passata, mi vedono assorta.
Stanotte A. mi ha detto che è stanco, ha bisogno di andare via per un po’, fare ferie.
Io mi assento coi pensieri. Per non pensare alla corsia d’ospedale, allo studio del curatore, al mio corpo che sta combattendo l’ennesima guerra contro un piccolo mostro che si è insinuato.
Mi assento, viaggio oltre i confini limitanti di questo mondo reale, fatto di cose che non voglio.
Supero il freddo quotidiano. Supero la stanchezza. Supero la disperazione che non voglio mi assalga.
Allora penso ad Antonino, quando con un piccolo cambiamento di postura, smette di essere l’insegnante grandioso che è, per diventare Mr. Hyde.
Penso agli spazi di cui necessito. Spazi ampi, fatti di scrivanie, il mio amato laptop, storie da raccontare, che si assiepano dentro la testa ma che con l’alba svaniscono.
Penso ad un letto con le lenzuola bianche, la penombra, e la sua pelle, che tanto mi manca.
Fare l’amore. Di quello che quando hai finito, pensi che si, ora puoi anche morire felice.
Uscire con gli amici a cena senza dovermi sentire sfinita, senza dover guardare l’orologio. Senza dover dire: “no non posso, tra un’ora mi alzo”.
Gli spazi fatti di risate, di un cinema di notte, di una speranza, di un viaggio da fare. Un aereo da prendere.
Sono stanca di asceti del cibo e della vita. Stanca di aggressioni per situazioni che gli altri non vogliono. Sono stanca di sentirmi in colpa con chiunque. Stanca di essere invisibile.
I prossimi giorni, altra corsa in avanti.
Ieri sera, ho visto una puntata di In Treatment con Castellitto.
Ad un tratto questo dialogo:
“Sto cercando di andare avanti…”
“C’è della differenza tra andare avanti e correre avanti”
“…”
“Correre avanti spesso è anche fuggire”.

Entro lunedì devo sistemare un anno di contabilità. Presentare dei documenti importanti al curatore. Contattare l’avvocato per mio padre (sequestro della patente). Cercare tutti i documenti che sono stati imballati e stipati con altre decine di scatoloni in un garage. Fare il cambio di proprietà del furgone. E se mi avanza fare una lavorazione lunedì mattina per avere merce per Natale. Su tutto alle 10.00 di lunedì dovrei essere in assicurazione a farmi macinare i maroni su un TFR che non avrò, e poi finalmente a casa.
Arriverà ne frattempo Natale. Io come sempre arriverò triste ed esausta.

L’altro giorno parlando con mio fratello gli dicevo “ci mancava anche questa, visto il periodo di merda…”
Risposta sua: “Ma le cose stanno andando bene…”

Punti di vista no? Per lui le cose vanno bene, perchè ha solo da preoccuparsi del lavoro e nemmeno di tutto.
Io ho quattro fronti da tenere a bada. E ancora non basta.
Non so, non mi capacito della sorte che fa accadere tutto insieme. Un ciclone di situazioni, negative ovviamente, tutte che ricadono una sull’altra come i Lemmings del giochino.
Uno dopo l’altro, in un moto perpetuo.

Albeggia. Sento i retro parcheggio del camion che è arrivato.
Odio questo rumore. Segnala che la notte è finita, e anche lo spazio, breve, che mi ricavo per questo luogo è terminato.
Adesso devo andare avanti: recuperare i documenti che sono dal MiniMé o nel magazzino, sistemare la contabilità dell’anno per il Curatore, poi alle 11 sentire l’avvocato, scansionare la carta del ricovero, scrivere una dichiarazione, preparare delle schede. Finalmente verso mezzogiorno andrò in ospedale per parlare con il primario e poi se tutto va bene, me ne vado a dormire.

Ci starebe bene una gran parolaccia. Ma ve la risparmio.
Magari sogno.
Di indossare la tua pelle. O solo scivolarti addosso.

 

 

 

Pensieri come onde…

Penso spesso a questo posto.
Sento una canzone, vedo un’immagine e penso a qui. “La posterò sul blog”, mi dico.
Poi però, non c’è tempo. Non c’è mai tempo.
Penso a chi leggo, anche se non commento. O a chi mi legge.
Chi periodicamente cerca informazioni e persone che boh per una ragione a me sconosciuta, si sono appassionate alle mie sfighe.
Ho appena finito di lavorare. O meglio: dovrei pulire. Ma di la sono in cinque e io ho un freddo che non ragiono.
Ogni mattina, spesso due volte in un’ora, sono costretta a mollare la postazione per andare a far consegna. Questo spezza il ritmo, così congelo e non riesco più ad accettare il freddo.
Anche stamattina. Consegna a Venezia. Adesso sono un blocco unico di ghiaccio.
Ma amen. Di meglio non so fare.

Ieri mi sarei sparata. Mi sto davvero chiedendo cosa, la mia famiglia ed io, abbiamo combinato di così grave da meritare questo… perchè non c’è mai un saldo pari?
In sostanza, da venerdì scorso, mio padre ha il catetere. Non fa pipì. Ci sta. Ricordo che mi dissero che la morfina non aiuta.  E già questo è sufficiente. Lui entra per una febbre reumatica ed è bloccato a causa di un blocco della vescica.
Ieri sera arrivo. Sono anche mediamente ottimista. Invece lo trovo sotto sacca di sangue.
Chiedo della novità.
Mi dice che dalle analisi è fortemente anemico, e che non si spiegano dove è finito (in dieci giorni) il sangue.
Così due sacche ieri e quattro oggi, con urgente gastro e colonscopia.
Mi chiedo solo: ma che diamine ha il cosmo contro di noi?

louco2-300x268

Dicembre eccolo qui.

E’ qualche giorno che non scrivo.
Mancanza cronica di tempo e una certa scompostezza di pensieri.
Sono successe tante cose. Così tante che verrebbe di vomitarle, così come sono, senza filtri. Senza trattenere nulla. Sarebbe un vero caos. Entropia.
Le cose accadono in contemporanea. Non si riesce a dare un ordine, renderle prioritarie o secondarie.
No non ci riesco.

Avevo raccontato del ricovero dello Zar. Beh la cosa è diventata grottesca. La febbre reumatica si è rivelata un qualcosa di mai visto prima.
Mio padre ora è allettato, ha bisogno di essere imboccato, lavato, spostato. E ancora non si decidono per una badante, che ovviamente va pagata. E visto il momento… Perciò quest’uomo è in balia della MiniMé.
E’ strana la cosa. Lei potrebbe tranquillamente rimbalzarlo, sapendo che comunque ci sono io. Invece lei, dedita, ogni giorno va a pranzo e cena ad imboccarlo, accudirlo, lavarlo.
Ogni giorno.
Mio padre si è tutto deformato. Ogni volta che gli sale la febbre sembra che le sue ossa si modifichino. Appaiono bozzi, dapprima rossi infuocati, poi diventano viola, e alla fine rimangono nuove escrescenze.
Le sue mani non si muovono. Non riesce ad impugnare la forchetta o rispondere al telefono.
Certo ha le mani da granchio. Chiunque lo vede rimane impressionato. Io stessa.
Ovviamente il parentado se la prende con me, che sembra non voglia curarlo. Ma è in ospedale, e io ho raggio di azione limitato, visto che la mia giornata è spesa in cose che nemmeno mi rendo conto di fare. Ma di questo parlo dopo.
Sta di fatto che sono passata alle minacce con il medico che ha in cura lo Zar, per avere dopo 2 settimane, una visita con il reumatologo.
Ieri invece di andare a dormire, sono passata in ospedale e ho chiesto deliberatamente di portarlo via, a Padova. Il medico si è risentito, dicendo che hanno anche loro il reumatologo e che avrebbe richiesto una visita.
Ma cazzo porco, dopo 2 settimane e relative minacce ti decidi a farlo vedere da uno specialista?
Anche perchè lui è bombardato da antidolorifici, compresa la morfina, ma non bloccano la malattia, dato che serve cortisone. Ma se sti imbecilli invece di fare i piccoli chimici si rivolgessero ad un medico specifico, non è meglio?
A quanto pare no. A quanto pare, bisogna alzare sempre la voce.
Lui (lo Zar) da parte sua, finchè aveva male, subiva con una certa petulanza. Ieri dopo due settimane stava leggermente meglio (tanto da stare seduto per una decina di minuti) ma in compenso è aggressivo e fastidioso, tanto che ad un certo punto non reggevo e me ne sono dovuta andare per non andare in rissa.

Il 30 novembre è nata mia nipote. Oltre tre kg e mezzo di manzetta, anche se con cotanta zia… 🙂
Io, rimango dell’idea che gli umani non dovrebbero riprodursi. Ma sta pupattola mi fa simpatia. Soprattutto perchè è caparbia e ha dalla sua il potere (che hanno tutti i neonati) di portare un sorriso ebete sulla faccia delle persone.
Da lunedì faccio il tour ospedali. Prima mio padre, poi la cognata a Treviso.
Passo un sacco di tempo in auto, spostandomi tra Mes3 e 3viso. Avant’andré…
Passo da un uomo mangiato vivo dal male, allo sguardo da cerbiatto sotto anfetamina di mio fratello, che è ormai ridotto al lumicino, visto che viene comunque a lavorare, poi va a casa, dorme un paio d’ore e va in ospedale dall’erede.
In compenso non è mai passato da mio padre. Perchè i due… Niet. Non funzionano nello stesso spazio aereo.

E’ venuto il curatore fallimentare. Dopo settimane di slittamento. Ha già fatto parte dei danni previsti.
Settimana scorsa, non c’è stato giorno che non ho versato lacrime.
In particolare giovedì e venerdì.
Oggi, mentre scrivo, sento ancora sotto pelle, l’angoscia e il male della settimana scorsa. Praticamente ho avuto il curatore tre giorni consecutivi.
Mio fratello sembrava traslato, con il momento più pesante quando in diretta, mercoledì, gli ha preso l’auto.
E’ stato bruttissimo. Di una bruttura senza eguali.
Se alzo gli occhi dalla tastiera e guardo oltre la vetrata dell’ufficio, una montagna di macchinari troneggia.
Per poter avere le cose che ci servono abbiamo dovuto forfettariamente comprare tutto.
Questo ha comportato un aumento della spesa in modo esponenziale e su tutto, la banca non mi ha ancora erogato il prestito.
Così l’universo mi si è scatenato contro, e mi son beccata critiche e pignolerie, quasi dipendesse da me la cosa. Ma nessuno pensa che almeno io ci sto provando? Sto investendo in qualcosa che non voglio?

Un SMS dice “finalmente una cosa bella su tutta questa bruttura”.
Parla di mia nipote.Certo che è una cosa bella. E’ un bellissimo evento, ma…
Perchè io non riesco a gioire del tutto? Perchè sento che a me non cambia praticamente niente?
Il peso del momento: padre a letto, mancanza cronica di euro, curatore fallimentare, cinque strati di abiti per superare il freddo notturno, e su tutto, nuovamente l’ascesso e ben tre herpes sul labbro… beh non sento buono per niente.
Ma forse il ghiaccio non è solo fuori.