Lights

Questo istante, ora…

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C’è una luce che schianta. Che spezza le gambe già di loro, non così salde.
Sento dei vuoti. Mi sento sola.
E credo che devo ringraziare Dio degli amici. Anzi no. Amici. Che Dio me li conservi a lungo.
Perchè io non sono alla loro altezza. Non sono come loro. Capace di essere e di dare così tanto.
La mia compagna di sofferenza è già andata a casa. Io sono ancora sotto sequestro cautelativo. Forse perchè nonostate tutto l’intervento è stato davvero importante? Boh lo sai tu?
Gli infermieri qui, sono davvero carini, pronti, solerti e lavorano davvero con cuore. Poi si certo, gente strana ce n’è. Anche qui.
Ogni volta mi porto a casa una storia. Qualche volta triste, tante volte di speranza. Altre, come oggi, una storia che è parte della Storia. Rimango allibita dalle donne. Da queste donne che ho il privilegio di conoscere.
Medito.

Queste le mie gambotte in terza:

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Sembra che un grosso camion mi sia venuto addosso. Hanno tolto in totale quasi 5 kg di pelle, ciccia, e di me.
A volte vedo che qualche infermiera in realtà non sa come approcciarsi a me, forse poco abituati a situazioni come la mia e più a seni da rifare, muscoli da girare, protesi da mettere. E’ normale.
Una come me, infondo qui, è una privilegiata, e non c’è giorno che non me lo ripeta ad alta voce.
Tra poco qui si cena. Non ricordo cosa ho ordinato. Ma non importa, tutto è abbastanza discutibile.
Mi perdo tra le righe di questo luogo, in questa luce megnifica, il silenzio della domenica che passa, qualcuno parla ma non importa di cosa.
Incontro gli infermieri che mi chiedono come sto. Ho appena parlato con casa. Ho anche pianto. Anzi, a dirla tutta, sto ancora un poco annodata nel cuore. Le ragioni sono tante. Ma che cambia dirle? Tanto sono persino stanca di ripetermele.
Solo che credetemi, l’amore a distanza, non è abbastanza. E ho fatto anche la rima.
In sottofondo Vinicio fa il suo… mi accompagna nel vomitare i pensieri.
Beh anche questa è fatta.
Ora stendo le gambe, poi vediamo. Magari torno. Magari no.
Non importa, ora è silenzio. Il bel silenzio.

Lei che mi manca…

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Notte 

Niente sonno. Tra un’ora dovrei essere al lavoro mentre tra circa cinque entro in ospedale e inizio a ballare. 

Vorrei dire tante cose. Essere sul mio letto con la piccina che mi fa le fusa, pensare a soluzioni per i problemi di lavoro.

Bogodan mi ha confermato che le calze resteranno… Mi è salito il magone. 

A quanto pare non si chiude un ciclo come speravo.

A domani… Ci vediamo di là… 

C’è il sole.

Sono a casa di Bogodan. Tra poco una doccia, mangio qualcosa e parto, vado a recuperarla al lavoro. Giro in Sarpi, poi ai Navigli.
Domattina presto sono in corsia. Tattoo, camicia da notte, e via… la prima della giornata.
Buongiorno Milano, buongiorno Professore. Buonanotte Diana, ci vediamo dall’altra parte.
Il NordEst da segnali. Mi hanno chiamata i miei fratelli, M., A., la Red… Parlo con loro per tenermi ancorata alle mie cose.
Ho timore. So che Bogodan ha pronte le armi di distruzione di massa per il post operatorio. So che dopo, sarà solo una lenta risalita dopo l’ennesima discesa. Eppure… come lo spiego?

L’anno scorso mi sono operata e avevo il cuore in frantumi per il fallimento aziendale, la ditta nuova, i soldi che mancavano… avevo zavorre pesanti tonnellate. E poi la lenta risalita, gli svenimenti, i sieromi. Il dolore che non mi dava tregua.
E questo maledetto senso di solitudine.
Quest’anno inizia con sabato una rissa col fornitore. Un fraintendimento che non mi ha permesso di chiudere occhio per tutta la giornata, portandomi nel fine settimana una stanchezza infinita.
I commoventi tentativi di farmi stare bene, di farmi fare il pieno di buone emozioni, sensazioni.

Oggi sono in fase di attesa.
Mi spaventa non poco il buco. Anche se so che piano piano, se ne esce. Questi non sono interventi vitali, intendiamoci, ma sicuramente dolorosi, lunghi a guarire. E che si trascinano nel tempo.
Le possibilità sono due:

  • o l’intervento va davvero bene, ed è ben risolutivo e dunque se ne prevederanno di rifinitura.
  • l’ntervento non sarà completo e dunque le gambe andranno ancora rivedute e corrette.

Cosa cambia?
Cambia l’impatto.
Ho bisogno di sapere che c’è una cazzo di alba da qualche parte.

Arance amare…

Quanto è buona la marmellata di arance amare?
Credo batta persino quella di rosa canina, che di suo è eccellente.
Ora ne ho voglia. Arance amare su del pane nero tostato, croccante, magari pane di semi, come quello di Venezia o quelle rosette altoaltesine con sulla crosta i semi di papavero o di zucca.
Stamattina piove. E come al solito medito.
Tanto qui, sul lavoro, meditare è un’occupazione standard.
Il fornitore è diventato una zecca insistente.
I Brò rissano.
I soldi mancano.
Qui è un casino costante. L’ansia del non farcela, darsi la colpa e visto che ci siamo usiamo la Sister come terreno di scontro.
Fanculo a mammeta…

Il mio flirt notturno è decisamente innamorato. Non lo dice direttamente, ma lo fa capire.
E’ di una tenerezza disarmante. La cosa che mi colpisce è che la cosa che lo fa soffrire di più è il non potermi proteggere. E lo dice. Me lo dice proprio, senza porsi il problema del filtro, della manifestazione impropria dei sentimenti.
No. Non mi dice “sono innamorato di te”. Mi dice “Se tu fossi mia, ti chiuderei gli occhi perchè non dovresti guardare nessuno. Ma non pensare che è solo gelosia, è che io non voglio che vedi quanto brutto c’è qui.”

Tra sette giorni esatti a quest’ora, starò entrando in Ospedale, e avrò iniziato le procedure di decollo.
L’alba vista dalla tangenziale, poi il letto, la fascetta con il nome e la data di nascita. Tatuaggi delebili col pennarello, linee guida per il bisturi.
Mercoledì 17 agosto, inizia il quinto decollo, obbiettivo ginocchia.
Temo che mi faccia lo scherzetto delle braccia, ossia ri_tagli l’inguine.
Prego di no. Però conoscendo l’animale lo do quasi per certo.

Sono andata nel WE ad Aviano a trovare la mia amica.
Ha trovato un appartamentino delizioso, proprio davanti al CRO. Immerso nel verde e in un borghetto davvero meraviglioso.
Stare con lei, abbracciarla, guardarla in quello che stranamente sento essere il suo posto.
I. sta bene nel verde, nelle cose semplici. La città la devasta. Il verde la rigenera, la rende viva. Vitale.

Aviano è strana. E’ un melting pot di stranezze. Trovi i militari americani, ragazzoni in forma, ben piantati e qualche volta di bellezza sconcertante, qualche ragazza americana, bianca o di colore, pezzi di donnone che ti fanno persino sentire minuta, poichè non hai in dotazione un fondoschiena che richiede un cap tutto suo. E paradossalmente non appaiono grasse, da quanto sono sode.
Nella piazzetta dove c’era il mercato dell’antiquariato (per altro pregevole) si mescolavano furlani DOC, americani di ogni stazza, contadini, qualche ospite del CRO con tanto di bandana in testa… E io che ostento la pelata e non dovrei visto che è una scelta e non una forzatura chimica…
Di fatto una giornata rubata ai pensieri.
Vuoi che I. ha questa capacità di essere sempre leggera, nonostante i pensieri che ha, vuoi che riesce ad amare appunto il verde e a trarne benessere e a sua volta veicolarlo, di fatto sono state ore leggiadre.
E una postilla va fatta per S. the black woman.
E’ una di quelle persone che sanno esserci.
Mi spiego: tutti, anche il peggiore degli esseri umani, quando vede qualcuno in difficoltà, dice “se ti serve sai che ci sono” aggiungendo poi “anche se so che non ti serve niente”.
E’ creanza. Educazione. Voglia di buonismo.
Di fatto però sono le classiche frasi fatte, che ti vengono rifilate in velocità, visto mai che ti venisse l’idea di accettare.
S. no. Lei non ti rifila proprio niente. Lei  c’è. Decide in fretta, muove, smuove.
Sapere che è al fianco di I. mi fa stare bene.
Il sorriso che riesce a generare nella mia amica, il modo che ha di coinvolgerla, di “ampliarle” lo spazio mi consola.
Mi fa stare serena.

Io supero qualsiasi cosa, il dolore, la paura, le grandi prove. Ma riesco a farlo solo se so che chi amo sta bene. Altrimenti tendo a lasciarmi andare alla deriva.
E domenica per me è stato un po’ una rassicurazione.
So che I. leggerà, e penso anche che a starà annuendo. Perchè sa cosa voglio dire. Sa quale pensiero inespresso o comunque veicolato malamente, voglio dire.

Ieri invece sono andata da mia mamma. Dovevo parlarle, farmi rassicurare. Ho posato le mani sulla sua foto.
Ho parlato un po’. Poi sono passata a salutare Dade.
Ho compilato la lista dei numeri da chiamare in caso di emergenza.
Mentre la compilavo, ammetto che ho pensato: ma a sta gente davvero gliene frega qualcosa?
Sto mettendo nomi perché sono logici o perchè davvero interessa loro venire avvisati se mi succede qualcosa?
Ho così bisogno che “interessi a qualcuno”… che qualcuno pensi a me mentre sarò dall’altra parte…
So che Bogodan e I. ci saranno.
Ma non ho la certezza che famiglia ci sarà.
Non ho alcuna certezza.

Sono due giorni che mi duole un pò la schiena e le mani.
Con il Kolibrì va davvero meglio.
E’ davvero un ottimo aiuto.

Piove l’ho già detto? E sono le 6.40 del mattino.
Tra poco, tra una settimana, a quest’ora, un’infermiera verrà a controllare che mi sia depilata a modino.

Voglio riuscire a pensare a me. E magari sorridere prima di decollare, perchè poi dopo, il risveglio sarà più dolce.
Ho voglia di sognare ma la chimica non lo permette…

Buongiorno Italia, la Diana non vede ora di andare a dormire…
Mi si chiudono gli occhi.

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E intanto il tempo scorre…

Sono ancora frastornata. Lo ammetto.
Nel senso: ero ben propositiva all’idea che fosse dell’altro e mi ero preparata a dosi di antifiammatori di qualsiasi genere e tipo.
Pensavo artrosi, pensavo un po’ di tutto, ma all’artrite reumatoide no.
E dal momento della diagnosi mi sono ritrovata dispersa.

C’è chi mi dice: vai di biologica che funziona! E chi invece si rifiuta e rilancia con immunodepressori e cortisone.
Chi parla di omeopatia, di metamedicina, di tachipirina… Di fatto, sono piuttosto bloccata.
Non ho la testa e la concentrazione sufficiente per capire. Tutto è assorbito dal 17. E di una cosa sono quasi certa: se posso, niente cortisone.
Non esiste. Se il Kolibrì per ora è sufficiente lo facciamo bastare fino a che non ho abbastanza informazioni per muovermi.
Ci ho messo troppo del mio per questo fottuto disturbo alimentare. Troppa sofferenza e dolore. Io non voglio un solo etto in più. E se etto deve essere, che sia di ottimo cioccolato o perchè ho deliziato il mio corpo, non certo per averlo ammazzato con un farmaco.

Penso…

Mi sento in colpa con Bogodan. Ogni anno le colonizzo casa, tempo, attenzioni.
Mi sento in colpa con I. perchè le avevo promesso di stare un po’ con lei.
Mi sento in colpa con M. perchè… boh perchè? Forse perchè un pochino vorrei picchiarlo a sangue.

Al dilà di questo, sono giorni strani, con conferme da molti fronti.
In primis affettivi e umani.
Poi c’è il fatto che tutto mi da fastidio.
Per esempio i talloni screpolati di una donna che si siede davanti a me in sala d’aspetto.
O la manovra antipatica del tizio che fa inversione a U senza considerare che sto arrivando per cecchinarlo.La donna che guida col cellulare.
Le sigarette gettate a terra.
I messaggi che non capisco.
Insomma mi da fastidio l’umanità, troppa per questo risicato spazio vitale.
Credo davvero che lavorare di notte generi misantropia, o meglio, la amplifichi, visto che nel mio caso specifico odio almeno l’98% della popolazione mondiale. E per certi ambienti, regioni, stati etc… posso toccare punte di 120%.
Sarà che di notte non c’è traffico, non devi necessariamente parlare con nessuno.
Di notte non cerchi parcheggio, non litighi, la musica è persino più bella.
O forse perchè le persone con cui entri in contatto, vivono con te dei transfert alla Taxi Driver.

Sono bellissimi i momenti rubati, il caffé delle 3 è più buono.
Anche le cicale, che quest’anno sono davvero rumorose, rendono la notte più piena.
Ieri non riuscivo a dormire, mancava un’ora alla sveglia. Era circa la mezzanotte e mezza, e in lontanza un bambino piangeva come se non ci fosse un domani. Nunzio, il signore del piano di sotto, stava guardando un film di Cow Boy, sicuramente vecchio quanto lui.
La Pigolz seduta sul davanzale a godersi l’aria notturna e a spiare i vicini, ha fatto un sospirone che mi è venuto da ridere… le manca davvero la parola a volte.
In anni umani, l’infermiera Pigolz avrebbe circa 65 anni.  E come mi fa ridere lei, nessuna mai.

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Non pensare all’elefante rosa…

“Non farai la fine della Marchesini… sta tranquilla”.

Io alla Marchesini nemmeno ci pensavo. Si, certo, sapevo che era morta per artrite reumatoide, ma non ci pensavo a lei, nemmeno davanti alla diagnosi.
Poi sta uscita di merda.
Per consolarmi ha anche aggiunto: “un tempo non c’erano tutti i farmaci e l’informazione attuale, perciò siamo a buon punto”.
Vero.

Però poi quel gran genio del fratello piccolo se ne esce: “Eh ma alla Marchesini mica mancavano gli euro per curarsi…”

Hoy… ma mi volete mollare?

Però dai, non pensare all’elefante rosa. Non ci pensare.
Non pensare alla Marchesini.
Ma vaffaunbagno te e la Marchesini, io nemmeno ci pensavo a lei. Pensavo a mio padre e alla sua vita grama.
Così grama da non potersi vestire, guidare, tagliare del cibo o tenere un cucchiaio.
Così grama da avere dolori che definisce “Un cane che lo rosicchia in continuazione”.No alla Marchesini non ci pensavo. E non ci penso. Mi basta questo direi.
E tremo.
Anche la voce di Bogodan, di solito propositiva, ieri era un po’ meno squillante.
“Era meglio una coxoartrosi”.
Già, ma perchè scegliere il poco quando si ha un bendiddio sul quale lanciarsi a piene manacce?

Vabbé. Basta malinconie, che devo pensare al 17.
Che poi anche li…
“Scrivo ai colleghi che dopo, causa stress fisico, i dolori si amplificheranno e gli dico cosa usare finché non approcceremo la cura definitiva.”

Ho detto basta. Pensiamo al da farsi.
Per esempio mi servono delle mutande.
Ho coprato la bellezza di 10 paia da Kiabi taglia xl (perchè comunque il mio bacino non è esattamente da modellina Kawai. Risultato? Sembrano dei perizoma di capacità limitata.
E c’era scritto “culotte”. Pensa te se erano perizomi veri…E ne possiedo ben 10. Eh? Che belle cose!

Perciò inizia la lista delle cose da prendere…

Mutande  (è un ordine)
Un paio (ennesimo) di pantofole.
Camicie da notte miste. (ad ogni intervento almeno una deve essere nuova)Bagnoschiuma.
Un fucile.
Pallottole.
Ammazzare l’elefante rosa.

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