No pain · Pensieri sfusi

Riparare i viventi.

Credo che questo titolo, sia potente.
Il romanzo è di Maylis De Kerangal e parla di un argomento delicato: i trapianti di organi.

Un rifiuto limpido era meglio di un consenso strappato nella confusione, ottenuto col forcipe, e rimpianto quindici giorni dopo da persone distrutte dal rimorso, che perdevano il sonno e sprofondavano nel dolore, bisogna pensare ai vivi dice spesso, masticando l’estremità di un fiammifero, bisogna pensare a quelli che restano […].
Seppellire i morti e riparare i viventi.

Non è facile parlare di cose simili. Ci penso spesso. E mi chiedo fino a che punto valga.
La parola “riparare” l’ho trovata anche nella biografia di Asperger, che tentava di riparare i bambini affetti da autismo ad alto funzionamento, salvandone, di fatto, moltissimi dalle camere a gas. Ma non fu un atto generoso, semmai scientifico. Un po’ come Mengele che salvava i gemelli.
Che Asperger fosse mosso da volontà umanitaria, è ancora argomento di discussione. Intanto, lui in qualche modo, viene salvato dalla montagna di merda che è caduta invece sugli altri nazisti dell’epoca.

Ma torniamo al riparare i viventi. Non al libro o al film. Ma al concetto.
Per questo, penso che il titolo, sia già da solo un micro racconto. In poche parole, c’è una storia. Tutto il non detto, che un concetto così, porta con sé.

Stanotte ho sognato. Un sogno erotico. Forse si è verificato perchè ieri ho ricevuto un SMS che diceva: “torniamo in giallo”. L’innesto è stato abbastanza facile. Così in mezz’ora di sonno, sono riuscita anche a sognare.
Tutto confuso, sconclusionato. Nel sogno però, ero quasi vigile. Tutta la settimana scorsa, sono stata abbastanza male a causa di un comportamento scellerato da parte mia: avevo problemi di collo e schiena, tanto da finire a iniezioni. Dopo una settimana, mi era quasi passato, ma sabato ho pensato bene, di sollevare da terra 20Kg di soli bicipiti. Ho sentito un desolante crock ed eccomi ancora bloccata.
Ieri stavo anche benino, ma appena uscita dal CAF, mi sono presa pioggia e grandine, che mi è piovuta sulla schiena. Ed eccomi ancora bloccata.
Perciò mentre sognavo, il dolore mi teneva a galla. Non era un abisso. Semplicemente galleggiavo.

Ho voglia davvero di un raduno. Di trovare persone che hanno con me in comune qualcosa: libri, BDSM, pittura, teatro, concerti… Insomma va bene anche una pizza. E non è questo blocco che mi disturba, è tutta la vita.
Io sono una vivente che merita di essere riparata? O meglio, a volte, scegliere semplicemente di rimanere incrinati e imperfetti?

Buon martedì.

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Scrittori… Vil razza dannata!

🙂 a furia di potercela fare, ce la faccio.

Se sono sopravvissuta a questa settimana, è un miracolo. Se sono sopravvissuta a questi anni, ha del soprannaturale.

Due ore ieri dalla Psic. (ma come diamine funziona che a tutti sedute da un’ora, e io prima di un’ora e mezza/due non me la cavo) a parlare di tutto: libro, disturbi alimentari, di ByPass, del lavoro.
“Non perdere di vista l’orizzonte. Si è solo leggermente spostato in là”.
Oh non parliamo di qualche metro, ma di Km. Perchè la terra è tonda, ma anche la vita non scherza.
Ieri mi si sono anche chiarite alcune cose che percepivo e non vedevo chiaramente.
Una su tutte è che a me, nella mia vita, manca il femminino. Sono circondata da tantissimi uomini, lavoro, famiglia, relazioni umane, ma pochissime donne e quasi sempre, con uno storico complesso tanto quanto il mio. Non ho più, da moltissimo tempo ormai, una persona amica con cui uscire e parlare di vestiti, o di cose al femminile.
Un po’ per COVID, ma soprattutto a causa del lavoro, che lentamente, come la gramigna si è insinuato e ha allargato delle crepe che ora sono irriparabili, non sanabili.

Da giovedì, molte, moltissime riflessioni anche sulla scrittura. Il romanzo è quasi finito. E non mi capacito della cosa.
Ora, lavorare sull’editing è entusiasmante. Io non capisco quelli che al grido “bello così, non si tocca”, si sentono Hemingway. Un po’ fa ridere dai… Anche perchè davvero siamo una moltitudine. E dobbiamo sgomitare tra: attori, cantanti, calciatori, youtuber, scribacchini medio/bravi, scrittori medio bravi, scrittori molto bravi, vite che tutti ritengono romanzesche e che alla fine sono vite, interessanti anche, ma che perdono di vista alcuni sentimenti.
Una storia merita di venire raccontata? Si. Certo, tutte le storie sono importanti. Ma quale diventa libro e quale va bene per un blog, o per una narrazione orale?
Le storie che diventano libro, hanno un qualcosa di fondo, qualcosa che va oltre la realtà, insegnano forse, certamente lavorano dentro le persone, nel bene e nel male.
Un esempio: Denis ha una storia interessante, che forse merita di essere raccontata, mentre Diana è una donna che ha solo una vita complicata, che può interessare come no, ma che non fornisce spunti di riflessioni tali da pensare, wow si merita una bio.
Perchè “Stoner” è un gran libro? Perchè “Open” di Agassi è un gran libro? Perchè la vita di Casalino è una bio che credo interesserà una manciata di fedelissimi ma che onestamente, difficile diventi letteratura o anche più banalmente narrativa di svago? Perchè il libello della Ferragni è meno interessante della storia Eleanor Oliphant (che anche se non è il capolavoro assoluto, è certamente più letterario e avvolgente)?
In comune c’è che tutti questi hanno dei lettori: chi perchè ama leggere belle storie, chi perchè ha dei fan.
E per uno scrittore anche bravino, farsi strada, tra mostri sacri e starlette, mi spiegate dove diamine vuole andare?

Un giorno anche la mia Denis sarà come Stoner? O più probabilmente farà la fine di uno dei tanti libri alla Moccia o Volo? (Piuttosto lo brucio)
Insomma, tutta questa cazzo di fatica, che senso ha?
Perchè fin che si scrive per divertimento, il dopo lo si prende con un’alzata di spalle, ma quando ti si insinua dentro che hai qualcosa di bello tra le mani, quando te lo fanno credere tutti, inizi a sperare.
E la speranza, spesso, viene uccisa dalla realtà.
Se non sei Vasta o Trevisan, sei non sei Lagioia o Raimo, se di cognome non fai Postorino o Bajani, difficilmente chi prenderà tra le mani il tuo testo griderà “al capolavoro”.
Insomma…

Dum spiro, spero.

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Mente e imbuti

Quando stai tanto tempo sui tuoi scritti, la mente si ottunde. A un certo punto, come in un imbuto otturato da troppa materia, anche la testa va in una sorta di stallo dove la lucidità e la decisione diventano materia delicata.
Interessante è vedere come approcciano gli altri il tuo scritto, dove per “altri” si intende “addetti ai lavori”.
Ieri sera lezione con questa editor di Mondadori. Classe ridotta all’osso, siamo solo in sette e gruppetto interessante.
Dopo tanti scrittori, una editor è qualcosa di diverso, un approccio allo scrivere che ha altre caratteristiche, infatti il suo commento ai vari testi era diverso, differente.
Innanzitutto ne fa un’analisi testuale più centrata sulla tecnica e sulla profondità.
In fondo gli scrittori, sono dei lettori 2.0, e come tali, a volte, si fanno rubare dalla storia, scavalcando le lacune o gli errori. L’editor questo non lo fa. L’editor è programmato per vedere tutto in una forma quasi quadrimensionale: storia, archi narrativi, metaletture,fino alla sintassi e ai refusi.
Del mio testo, ha detto “si vede che è una storia antica, che arriva dal tempo, hai una scrittura matura, e conosci benissimo sia i tuoi personaggi che gli eventi. Li maneggi bene”.
Un po’ quello che mi ha detto Giorgia, una ragazza con cui ho fatto dei seminari tempo fa, e che di recente ha pubblicato un libro per ragazzi.
Dopo un paio di domande, la editor mi ha chiesto: “ma a te cosa manca? Mi sembri molto completa”.
Ho ancora delle cose da terminare. Poco in verità.
E anche se non lo dimostro, questa cosa mi ha generato un sottile panico.
Le domande che tutti si fanno, sono emerse prepotentemente: e adesso? E se non piace a nessuno? E se nessuno vorrà pubblicarlo? E se…
Quando stai per così tanti anni su un testo, ti ci leghi in modo viscerale. Sei consapevole che ti appartiene fino al momento in cui lo darai ad altri per essere letto, editato, pubblicato. Lo trattieni a te, sperando di migliorarlo al punto di farlo diventare bellissimo, fornirgli tutti gli strumenti per farlo diventare il migliore, consapevole che non puoi arrivare a tanto. Che hai il limite dell’amore e dell’odio.

Ieri, su un sito, ho letto di un tizio che ha terminato un romanzo di oltre cinquecentomila battute, e adesso voleva farci un editing e decidere se metterlo su Amazon o provare a mandarlo a qualche editore.
Io non ci riesco. Non riesco a pensare di lanciare nell’aere il mio lavoro. Voglio pensare che tutta questa fatica sia valsa la pena, che ci sia qualcosa oltre al self publishing. Non ho nulla contro questo modo di pubblicare, intendiamoci. Ma i miei ultimi tre anni richiedono qualcosa che spero di riuscire ancora a dare.

Poi mi rendo conto che sono sogni, e che ogni scrittore li ha: la carta stampata, vederselo pubblicare con una casa editrice seria, un editore che crede nel tuo progetto quanto te, etc… E torno sul pianeta terra, dove invece, dovrò sgomitare, ingoiare rospi, metabolizzare no.
Bah… ma chi me l’ha fatto fare?
E sono sempre in quel fottuto limbo del “non posso né scendere né salire, né scendere e né salire…”

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La pelle del latte

Quando ero bambinetta, mia madre mi imbrogliava.
Oh niente di grave, si tratta di imbrogli innocenti, che adesso mi fanno ridere, ma all’epoca ci credevo davvero.
Famiglia numerosa la mia, con solo il capo famiglia a portar la paga. Ogni giorno, seduti educati a tavola si mangiava quello che c’era in tavola. Fino al sabato. Il sabato, mio padre era in libera uscita, così mia mamma, che non aveva voglia di cucinare, e in qualche modo, in libera uscita pure lei, con un’aria misteriosa veniva da noi piccoli e ci diceva:- E se stasera facessimo una cosa strana?
Noi ovviamente rimanevamo catturati dalla proposta.
– Stasera… – riprendeva quasi in un sussurro segreto – invece che la carne mangiamo… –
pausa, momento suspance, – mangiamo pane e latte!
Noi tre, allocchi, quasi in coro urlavamo un Siiiii entusiasta.
– Ma non ditelo al papà… è un segreto.
Questa cosa si ripeteva quasi ogni sabato. Pane e latte, e la massima trasgressione era quando ci annunciava: e con il caffè!!!! Che poi di caffè non c’era nemmeno l’ombra dato che ci spacciava l’orzo solubile, perpetrando il doppio inganno.
A noi, che viaggiavamo tra i due e i sette anni, ci sembrava una cosa magnifica. Fuori dalle regole, una trasgressione appunto, che sapeva di ribellione al genitore che pretendeva la pasta al ragù e la bistecca. Vuoi mettere pane e latte? O addirittura pane e caffèlatte?Lei, faceva bollire il latte nel “tecin”. Ricordo la gara con mio fratello mezzano, per avere la pellicina del latte, oggetto di dispute anche sanguinose.
Poi, nel tempo, sono arrivate le speedy pizza fatte in tostapane, i toast, tutte cose che lei ci spacciava in gran segreto, come se fossero state chissà quale cosa.
Da una vita non bevo più latte. Ma credo sia da allora che ho maturato l’ossessione per la pelle. Quella del latte, liscia, setosa, e quella delle persone, a volte maltrattata come la mia, o piena di asperità, liscia come quella dei bimbi, trasparente o spessa.
La pelle è la prima cosa che guardo in un corpo nudo, lasciandomi attrarre da quelle imperfezioni che sanno di orzo nel latte caldo, spacciato per caffè.
Quando qualcuno indossa qualcosa di pelle, mi viene spontaneo toccare, anche se questo va in conflitto con il mio rispettare tutti gli animali tranne i bipedi della mia specie.

L’altra ossessione sono le cicatrici, che a pensarci bene, sono sempre parte della pelle e che con l’abbronzatura appare un disegno dendritico, o un fiore di fulmine.

Piove. Un diluvio d’acqua che rinfresca l’aria, la pulisce.
Forse è questo. La malinconia intendo. O forse è la stanchezza di questi giorni, di queste settimane, che mi rendono verbosa.

Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

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Senza senso

A volte, come stanotte, si aprono dei file senza senso. O meglio, un senso ce l’avrebbero anche, solo che si aprono ad minchiam, e il sonno non arriva più.
Le ho provate tutte: stanchezza (avevo all’attivo tre ore scarse di sonno dal pomeriggio), un audio libro su Amon Goeth (il gerarca nazista che su Schindler’s list è interpretato da Ralph Fiennes e che nel film è la metà della metà pessimo rispetto a quanto non lo fosse nella realtà), leggere, giocare. Poi, vestirsi, uscire, girare per Mestre, pensare.
Questo lavoro mi sta dannando l’anima. Me la mette in un tritacarne e ne fa bocconi per gatti.
I debiti, gli assegni, la merce che manca, la mole di lavoro, la tensione… E poi queste mani che fanno un male vergognoso, l’artrite che mi fa sentire sempre più isolata e incompresa, rabbiosa, il non riuscire a comprendere i tempi. a leggere il futuro o quantomento a prevederne una parte…
E il cruccio di non riuscire a dedicarmi a niente, alle cose che vorrei, che amo, che desidero.
Non capire più chi ho vicino, maledicendomi di non aver visto prima dei tratti che sono meschini, deprecabili, fastidiosi… E io nel niente mi perdo.

Ecco due storie.
Una l’ha raccontata Dani Rovira.

In un paesino minuscolo, una mattina, tutti si svegliarono con dello zucchero sulle labbra.
Non se ne accorse quasi nessuno. Gli unici furono coloro che, sentirono il bisogno di baciare.

L’altra è un aneddoto:

𝗘𝗹𝗼𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗮𝘁𝘁𝗼

Rousseau: «Vi piacciono i gatti?».
Boswell: «No».
Rousseau: «Ne ero sicuro. È un segno del carattere. In questo avete l’istinto umano del dispotismo. Agli uomini non piacciono i gatti perché il gatto è libero e non si adatterà mai a essere schiavo. Non fa nulla su vostro ordine, come fanno altri animali».
Boswell: «Nemmeno una gallina, obbedisce agli ordini».
Rousseau: «Vi obbedirebbe, se sapeste farvi capire da essa. Un gatto vi capisce benissimo, ma non vi obbedisce.

[Jean Jacques Rousseau]

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Mal di testa & Co.

Svegliarsi, per modo di dire, col cervicale incazzato è sempre una delizia.
Fine settimana di tutto riposo, mi sono rifiutata di metter mano a qualsiasi cosa. Niente leggere (o quasi), niente scrivere, pascolare la mente su film.
In realtà qualcosa ho terminato: La luna e i falò di Pavese. Libro di rara poesia e delicatezza. Era davvero molto tempo che non mi catapultavo in una storia che usa parole “semplici”, fluide, riconoscibili. Quelle storie che fanno parte di un certo tipo di bagaglio comune.
Bello. Elegante.

Il 10 maggio sembra che dopo una gravidanza di oltre tre anni (più ragionevolmente 4 o 5) il famoso collettivo Mestre esca. Il 17 nelle migliori librerie locali.
Dovrei essere felice. Ma a dirla tutta: quel racconto ora, oggi, mi fa decisamente pena. Avrebbe bisogno di un altro po’ di lavoro. Sia sul testo che sull’editing. Pazienza, come dire, niente ci si può fare. Almeno, ora non più.

Il romanzo è quasi al termine, l’ho dato da leggere a lettori “estranei”, persone che hanno una formazione editoriale, allenate a vedere gli errori, le manchevolezze. Giovedì poi, un percorso di circa tre mesi con una Editor, e poi vedremo che sorte dare a questo figlio.
Mi sento insicura. Ma a quanto capisco, è normale. Da persona che ha bisogno di essere rassicurata, l’incertezza è tiranna. Poi c’è sta cosa del dopo. Ma a preoccuparsi si fa sempre tempo, anche se credo sia un pretesto per non mollare la presa. Finchè sono sul testo, non devo aspettarmi dei no, che so già che arriveranno. Non ho certo la pretesa di trovare tappeti rossi. Mi basterebbe anche uno blu. O verde. Insomma anche uno zerbino, ma proprio cemento nudo no, dai.

Intanto giro e rigiro. Osservando me stessa, gli altri, perdendomi in un mare che non conosco.

Ieri qualcuno ha rispolverato, come periodicamente accade, il Bacaro e le sue feste. La voglia di riaverla quella casina, è nella nostalgia di tutti. Magari non come prima (pressoché impossibile), ma uno spazio certamente più piccolo rispetto ai vari social che ormai, sono un’arena inaffrontabile.

Nei prossimi giorni, mi sono ripromessa di cimentarmi in un racconto. Una cosa breve. Giusto per ricordarmi come si fa. Dopo tanti mesi di “capitolite”, un racconto con un bell’incipit e un fenomenale excipit, è sempre un buon lavoro.
Intanto provo a documentarmi su come si fa a metter su un sito community e se ne vale la pena.

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Far ridere i polli…

“Scienza infusa”.
Queste parole sono state a suo tempo usate da un uomo nei confronti della propria figlia.
“Lei, è scienza infusa”.
All’epoca pensai che fossero parole offensive, e lo penso ancora oggi.
Lo definisco uomo e non padre per ovvie ragioni.

Certe critiche, se fossero rivolte a me, le accetterei solo in particolari condizioni.
Scherzando da parte di un’amica o amico, durante un litigio e dunque sparato in faccia, o un po’ alla Sheldon Cooper.
Fuori da questi contesti, da dietro le spalle, o come a ribadire una manchevolezza, quando il problema dell’uccello piccolo ce l’ha quest’uomo, (ma anche se fosse una donna neh…) beh allora no. Inaccettabile.

Ora che ho ribadito l’ovvio però, spiego perchè queste parole mi si sono ripresentate come l’aglio sulla bruschetta.
In questi giorni, continuo a ripensare al discorso Murgia, femminismo, o come suggerisce Endorsum (Musrodne) 3.500.000.000. Ma anche sulla questione LGBTQ o quella dell’emancipazione delle minoranze, o sui vaccini, sulla pandemia, su tutto… Ci sono persone, anche intellettualmente avanzate, che sono tuttologhe. Scienza infusa.
Pensavo a questo fatto che i social, la rete, i blog, hanno reso l’opinione delle persone, un’opinione autorevole.
Vero che tutti possiamo esprimere la nostra, dire quello che pensiamo. Ma è un dato di fatto che le opinioni sono valide quando basate sulle competenze.
Mi spiego meglio.

Il panettiere del mio paese è un ottimo fornaio. Fa una focaccia che levati proprio.
Il panettiere è anche un avido lettore di letteratura.
Il panettiere ha un’opinione: può esprimersi sulla focaccia e anche sui libri che ha letto nei termini di gusto, comprensione, tecnica. Perchè uno è il suo lavoro, l’altra la sua passione.
Ma il panettiere che mi spiega come funziona un vaccino, o come installare generatore di particelle subatomiche, comprenderete anche voi, che questa opinione o comunque questa competenza, no… la prendo con le pinze.
Stessa cosa vale per qualsiasi argomento. Se la Cristoforetti, mi spiega come funziona un razzo, o ha la passione per i Biedermaier e mi spiega come creare un centrotavola, la trovo una fonte autorevole per le stesse ragioni del fornaio, ma se la Cristoforetti volesse spiegarmi come si installa la piastrella del capannone che si è crepata, magari… hummm.

Ci sono persone, come quella che ho incontrato domenica che ha un’opinione su tutto. Si pregia di fare chiarezza su vaccini, su pandemia, su politica, sul perchè Fedez è una brava persona, perchè Bill Gates è un grande filantropo, sul perchè il femminismo è obsoleto, etc.
Bene, Ecco che il termine “Scienza infusa” assume un significato reale.
E a me esce l’orticaria.

Ieri, sono andata da ritirare una ricetta per della tachipirna. Paradosso dei paradossi, è un tipo di ricetta che non può essere fornita elettronica, e a me serviva per l’artrite.
Dal medico scopro che l’ambulatorio ha delle liste aperte per il vaccino (AstraZeneca per gli amici Astroganga). La fetta di popolazione va dall’anno 39 al 51. Mio padre rientra ampiamente, così lo chiamo e chiedo: vuoi che ti segni per il vaccino? Sarebbe domattina alle 11.30.
Attimo di esitazione e poi mi dice “Va bene”.
Lo segno. Vado a casa, doccia e dormo.
Mi sveglio con un dubbio perforante. Nell’ambulatorio ci sono due medici con lo stesso cognome. Vuoi che ho sbagliato lista? Stanca com’ero ci sta pure.
Provo a chiamare e niente, così a velocità smodata che la Cristoforetti mi avrebbe fatto la òla, sono piombata in studio medico specificando il mio dubbio.
In effetti l’errore è stato fatto, ma danno minimo. Spostamento dell’appuntamento da un medico all’altro e dieci minuti di differenza.
Avviso mio padre, lui è tranquillo.
Un’ora dopo mi però, vedo una sua chiamata sul cellulare.
Mi dice che non farà il vaccino, perchè l’ha chiamato il medico dicendogli “Con i problemi che ha lei di artrite reumatoide e cardiologici io il vaccino Astroganga non glielo farei, aspetterei settimana ventura che arriva Pfitzer, nome da catcalling o un’altro (non so se ha detto Moderna o J&J). Però se lei lo vuole lo stesso, io glielo faccio, ma davvero io glielo sconsiglio caldamente”.
Mio padre si è affidato e preferisce aspettare.

Il Signor Scienza Infusa di cui sopra, ha passato intere giornate a dire che no, tranquilli, i vaccini sono innocui, che poche persone che ci restano secche valgono il gioco e bla bla…
Certo. Finché le persone sono gli altri.

Io non sono una no vax, non sono nemmeno una pro vax.
E non penso che i vaccini siano innocui: sono un atto medico. Sono un presidio medico. Sono una competenza medica.
Ecco perchè torniamo all’inizio della storia.
Perchè ci sono delle conditio sine qua non che vanno tenute sempre a mente:

  • Competenza
  • Spirito critico
  • umiltà
  • capacità individuale di elaborare informazioni e realtà.

Solo a queste condizioni, solo così, un’opinione è autorevole. Certo, a volte uno dei punti viene iper autovalutato, o qualche punto è manchevole. Ma come detto, sono condizioni non trattabili se mi vuoi come interlocutrice attenta. E come me, tutte quelle persone che danno valore alle parole e alle intenzioni.

Augh ho parlato.

E regà mica opinioni ad mentula canis eh!


La cattiva gente · Parole · Pensieri sfusi

No non puoi

Da qualche tempo, come mi giro e mi volto, trovo commenti o scritti che parlano della Murgia, dei suoi libri, dei suoi interventi.

Quasi tutti in modo negativo. Il femminismo, o più precisamente, il neo femminismo della scrittrice, a dirla tutta, sta sulle palle a molti.
Ci sono due tipi di detrattori: gli uomini e le donne.

Per quanto riguarda le donne, la cosa che trovo agghiacciante non è la critica alla Murgia, che come ogni altra persona può piacere o non piacere, ma quello che viene appaiato alla scrittrice, ossia la critica al femminismo.
Quando una donna sputa sul femminismo, mi viene l’orticaria. E non mi si venga a dire che il femminismo non serve più. Serve. Perchè se nel 2021 ancora ci sono disparità, significa che ancora siamo lontane dal poter smettere di parlarne.
E se queste “signore” possono parlare, dire la loro, aspirare a posti di responsabilità, portare i pantaloni, allattare in un luogo pubblico, avere un lavoro, divorziare etc, è perchè ci sono state e ci sono le femministe.
Poi, che questo signore non goda di buona salute e necessiti di rinnovamento, sono d’accordo. Ma piuttosto che niente femminismo, mi tengo la Murgia e il suo integralismo.

In quanto agli uomini: no.

Tu uomo non puoi spiegare a me il femminismo (successo domenica)
Tu uomo non puoi spiegarmi come dovrebbe essere il femminismo.
Tu uomo non puoi sputare sul femminismo.
Tu uomo non puoi capire perchè ci serve il femminismo.
Tu uomo non puoi dare della frustrata alla Murgia perchè femminista. Per altre ragioni, fa come credi, anche se ci penserei prima di sparare a mentula canis.

Tu uomo, puoi solo essere femminista. Esserne orgoglioso. Aiutarci a creare un femminismo evoluto, giusto, colto, intelligente.
E tu donna, devi essere inclusiva, con i gruppi LGBTQ, con le minoranze, perchè noi siamo in difficoltà e abbiamo bisogno di forza.

No pain · Pensieri sfusi

Cose che non…

Ci sono cose che accadono, e che girano tra addetti ai lavori. Cose che chi sta fuori dalle bolle, non sa.
Per esempio, nessuno sa che in meno di tre mesi, le piovre sono aumentate all’ingrosso di circa due euro. Una cifra astronomica, se si considera che i bancali sono di circa 500/600 kg l’uno e ne vengono usati circa uno e mezzo alla settimana.
Questo aumento è generato da due fattori concatenati: le flotte non escono in mare, ossia, se prima uscivano ogni due/tre mesi, ora escono forse tre volte all’anno. Escono così poco perchè il mare è vuoto. Non c’è quasi più niente, e quello che c’è costa un piccolo rene. Quando un prodotto, supera all’ingrosso i dieci euro, significa che siamo nelle peste. Il mare permette molto, ma si sta esaurendo.
Anche i calamari e le seppie non se la passano bene.
Quello che è rimasto, è di qualità bassa o non di misura ragionevole (cuccioli).
Qualche tempo fa, vidi un documentario dove mostravano delle macellerie che erano diventate una specie di gioiellerie, con drappi di velluto e carne selezionata, bio etc… in mostra come un Cartier.
Da persona che non mangia carne, ho trovato la cosa corretta, per una serie di motivi etici, ma anche commerciali: se vuoi la qualità, se vuoi salute, se vuoi etc… la paghi. Perchè siamo al punto che un pollo che un pollo ruspante, vero, allevato a terra, deve essere differito da quello di batteria allevato in un mese, pompato a steroidi e programmato a morire e intossicare l’essere che se lo mangerà. Questo vale per tutto: mucche, pecore etc. (e appunto non rifilo il pippone sul mangiare esseri vivi)
Il pesce lascia meno margine. Ci sono certamente allevamenti di alcuni tipi di pesce, ma i cefalopodi non si seminano, non si allevano.
Mi fa sempre strano, vedere gente che entra nei negozi e valuta il prezzo. Frasi del tipo “mi piace il prosciutto, mi dia quello che costa meno”. Va bene, metti pure nel corpo l’immondizia, non c’è problema. Chi sono io, ex consumatrice di MacDonald per giudicare quello che mangiano altri. Ma… Già… Ma.

In nemmeno un mese in azienda abbiamo fulminato otto pedane di piovra, cinque di calamari (e queste sono pedane da quasi una tonnellata), dodici di seppie medie e cinque di seppie grosse. C’era Pasqua di mezzo. Certo. Ma solo noi, abbiamo consumato una marea di pesce e non siamo nemmeno una delle più grandi aziende del NE.
E qui ce ne sono a iosa. Soprattutto a Chioggia.
A pensarci, così tranquillamente, è agghiacciante.

Pensieri sfusi

Tornato il freddo

Stanotte 3°. Il che significa che all’alba è probabile che andremo a zero.
Paradossale che con il freddo io sto meglio.
Sebbene lo odio, dall’altra i dolori si placano e io ho dei momenti di tregua.

Sono molto malinconica in questo periodo. Nonostante abbia passato una Pasquetta davvero serena, con persone che mi piacciono, ridendo e facendo cose leggere, dentro di me, c’è sempre questa mestizia.

Ho scritto una mail ad una clinica per parlare del mio ByPass. Anche perchè dal giorno dell’intervento, non ho più controllato come sta andando.
I disturbi alimentari hanno avuto un momento di aggressione violenta, che ha corrisposto con le settimane tremende appena passate.
Questa, di settimana, è partita un po’ più umanamente, spero si mantenga così.

In questi giorni ho scambiato un paio di messaggi con una mia amica scrittrice. Una persona della quale mi fido moltissimo, cinica al punto giusto, lucida e capace di vedere cosa sto combinando.
Ha fatto un analisi del mio romanzo, molto bella, trovando immediatamente i punti critici.

Di solito le donne sono poco generose con le “colleghe”. E io sono una di quelle che ha sempre subito questo genere di estromissione. Non so perchè. Così come non mi spiego questo mio essere antipatica a pelle quasi a tutti.
Poi certo, la cosa cambia quando mi conoscono, ma all’inizio, mi vedono come veleno.

Sono in poche le persone che hanno immediata simpatia per me.

Simona mi ha madato una mail davvero deliziosa. Da lei mi sono sentita capita. Altro sentimento che mi è spesso precluso. Un po’ perchè ho un senso dell’umorismo che capiscono in pochi, un po’ perchè devo dare la sensazione di essere una che s’arrangia. Cosa per altro vera.

Un esempio è stato ieri. Mi arriva un messaggio da una ex corsista di Mestre. Mi chiede lumi su un editing. Ma non dice chi, cosa e quando. Per “scaramanzia” dice. In verità è: non condivido. Voglio solo che mi tranquillizzi.
Come se a me fregasse di chi la pubblicherà.
Sta gente non capisce che l’invidia non m’appartiene.
Ho molti difetti. Ma l’invidia proprio no.