Persone e persone…

Non è sempre così. Non ho sempre questa fortuna.
Con l’età, però, qualcosa ho imparato.
Parlo degli amici. Quelli che conosco da tanto tempo.
Con alcuni di loro, posso non avere niente in comune se non la stima, o la fiducia.
Posso non avere alcun punto di vista in comune, pensarla in modo diametrale, posso anche scontrarmici con una certa irruenza, arrivando rasente il vaffa. Però non decade mai la stima. Il loro valore. E spero che anche per loro sia così.
Condizionale d’obbligo. Anche se a dirla tutta, niente posso fare se non così non è, perciò bado solo al mio sentire. E se per queste persone io valgo meno perchè ho un’opinione differente, pazienza. Non voglio assencondare un pensiero che non è mio, solo per accondiscendenza. Preferisco scambiare opinioni, rifletterci, provare a compredere dei punti di vista differenti. E se non sono d’accordo, pazienza. Entrambe le opinioni sono valide perchè ragionate. Sentite. Questo non fa né di loro, né di me, una persona con una minusvalenza.
Per esempio GD. Io a volte non sono affatto daccordo con quel testone, però ho talmente tanta stima e affetto per lui, che non solo mi fermo a riflettere quando dice qualcosa, ma ci provo a mettere in discussione alcuni punti di vista. Poi accade che non mi convince. O, al contrario, riesce a portarmi dalla sua parte. Nel primo caso comunque, per me rimane una persona rara, anche se non la pensiamo uguale.

Ultimamente mi trovo dalla parte della barricata di una certa minoranza.
Mi sono confrontata nel tempo, con persone di vario tipo, ho messo spesso in discussione molti punti di vista. Non per ultimo, leggendo, fino a farmi sanguinare gli occhi, ho cercato di capire l’origine, per esempio, di alcuni malesseri umani che mi lasciano il sale in bocca.
Non parlo di un argomento nello specifico, ma di molti, disparati.
Dalla mia, ho una buona cosa: cerco sempre di capire i vari punti di vista. Ascolto, leggo… provo a compredere il perchè delle cose.
Un esempio? Provo una fortissima antipatia per l’etnia Rom. Proprio non mi piacciono. E in più occasioni mi è capitato di manifestare questa mia antipatia, finchè una persona non mi ha fatto riflettere su alcune cose. Continuo a provare antipatia per i Rom. Però, non è più disprezzo o fastidio, semplicemente non ci assomigliamo.
I. fa sempre un valido esempio: il coccodrillo ha diritto quanto me di esistere, ma non per questo vado a fargli due coccole. Semplicemente coesistiamo a distanza. Rispettando gli spazi. (Parole diverse, stesso significato).

Tornando a bomba, ultimamente, nella mia misantropia, purtroppo coltivata con passione, mi ritrovo a pensare a queste cose. Mi ritrovo ad apprezzare queste persone, capaci ancora di avere uno scambio di idee, mente elastica per mettersi in discussione quanto me, il coraggio e la passione di portare avanti dei sentimenti.

In sostanza, non lo dico tanto spesso ma, vi voglio bene, e mi mancate. (anche se per la seconda cosa, è colpa mia)

Il tempo passa

Il tempo passa e di scrivere nemmeno ci penso.
No blog, no racconto, no storie… niente.
Un silenzio infinito, lontano.
In questi giorni penso di aver dormito sei o sette ore in quattro giorni. Le ho provate tutte, stancandomi, con sonnifero (stranamente ha funzionato una volta sola), white noises, noia mortale davanti alla tv, alcool. Niente. Poi ovviamente la giornata passa con un senso di stanchezza mortale addosso. Al tutto aggiungici il ciclo e una botta di dolori che te la raccomando, saluti e baci.
Stamattina anche una strana sensazione. Uno dei miei, ha detto che prova nausea al pensiero del lavoro, Il termine esatto è stato “schifo”, a dirla tutta, non che io provi sentimenti migliori.
Perchè oltre al fatto che è faticoso, stancante, e che non si vede mai luce, se si lavora male tra di noi, la fatica raddoppia.
E qui dentro si riesce a dare il meglio di sé senza grande fatica. Il tutto ovviamente senza mai rissare.
Penso. Penso tanto. Forse è questo che non mi lascia pace sufficiente per dormire.
Una delle cose che so, è che se qui tutto crolla, è probabile che anche certi rapporti andranno ad essiccarsi. Non so, è questione di sentimento.
Io come detto più volte, ho smesso di combattere, non ne vale la pena. Mi aggrappo alle cose belle, anche se come credo sia normale, dopo un poco perdi anche quella poesia. Le cose andranno come devono andare, mio malgrado.

Uno scrittore di Mestre, che è avvocato, vorrebbe che scrivessi la prefazione del suo nuovo libro.
Mi chiedo cosa vedono gli altri che io non riesco più a vedere. Mi chiedo cosa posso fare perchè questa situazione di inedia cambi… non capisco se è per la stagione, per la stanchezza o per un sentimento di delusione che mi rende difficile connettermi con la vita.
Vedo anche che chi per scelta, vive di notte, arriva ad abituarcisi. Io non riesco. Ma non penso che il problema sia la notte di per sé, ma questo lavoro, che è alienante. Ripetitivo. E dove io non trovo mai completamento dei pensieri.
L’unica cosa che mi dispiace davvero, è la disconnessione con le persone. Ma davvero non ho più risorse. Non riesco nemmeno a programmare le prossime ore. Figuriamoci i giorni o addirittura le settimane.
Passo il tempo a cercare di tenere insieme i pezzi di me stessa. Mi ammalo, e faccio una fatica immensa a guarire.
Non so, non voglio fare come tanti che all’urlo di “se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!”… Il vorrei un’alba luminosa. Ma per adesso mi accontento di finire questa notte e andare a dormire.

 

The Program

E niente.
Il capitolo Marta 2015 è terminato (ho solo da fare una piccola integrazione di qualche riga).
Il capitolo Marta 1979 è in grezzo avanzato, manca solo di metterlo in ordine cronologico e capire se la parte inerente ad un viaggio studio a Londra è da tenere.
Dovrei aiutare un collega con il suo capitolo, ma ho davvero pochissimo tempo.
Per quanto riguarda Mestre… hummm… ho un sacco di storie in testa, ma nessuna è utile per il collettivo.
Scarseggia anche il tempo, c’è da fare un reading per il Festival delle Arti, e poi si parlerà di dare alle stampe i lavori.
Perciò i prossimi fine settimana, è obbligatorio lavorare.
Almeno se non dormo, occuperò il tempo così.

Il peso ormai è fuori controllo. Ho iniziato a fare camminata veloce, ma con queste caldane rischio un collasso.
E sono arrabbiata perchè sto buttando alle ortiche il lavoro fatto.

 

Ma tu ti ecciti? (Postato su Legami ieri)

“Ma tu ti ecciti con l’amore violento?”
Amore violento. Per quanto sia sbagliato definirlo così, mi piace il suono che ha.
Forse è l’ossimoro involontario nella frase, forse quell’termine: amore, così vicino al violento, da mescolarcisi e diventare qualcosa altro.
Mi eccito si. Ma non è quella cosa che intendi tu. Non sempre la fica si bagna. A volte è semplice desiderio, connessione, come quando sei innamorato e ti basta anche l’odore dell’altro per provare piacere. E non è sempre lineare. Mi capita che sto facendo altro e poi con la coda dell’occhio ti vedo occupare il mio spazio prossemico.
Ed è li che comincia l’amore violento, il non lugo dove io e te ci trasformiamo, lo spazio dove quello che desideri tu, lo desidero io e viceversa.
Per questo amo guardarti negli occhi mentre ti stupro la pelle.
Mille piccoli peni d’acciaio che entrano ed escono, in un ritmo scandito dal respiro.
Farà male? Si. Si che farà male, perchè voglio che faccia male. Lo pretendo.
Inspira, entra, esce, espira, entra, esce.
Un ago, due aghi, tre aghi.
Il primo te lo aspetti, il secondo lo assapori meglio, al terzo ti rilassi.
“E a te eccita l’amore violento?”
Quattro aghi, cinque aghi, sei aghi.
A volte mi sento una sartina alle prese con un abito di pelle.
Fa male? Non mi rispondere, lascia che guardi oltre le fessure dei tuoi occhi.
Te ne sei già andato? Mi lasci sola, guardiana mio malgrado del tuo sarcofago umano.
Ventuno aghi, ventidue aghi, ventitré.
Quando finiremo saranno quasi cento.
Quasi cento fiori di sangue. Una pioggia.
La saliva aumenta. Ecco si, adesso mi masturberei, mi infilerei le dita nella fica se potessi, ancora sporca di disinfettante e sangue, quel poco che esce mentre infilo l’ennesimo pene di acciaio sotto pelle.
Sei bello così, vestito di aghi, una tela ricolma di fiori rossi che aspettano di fiorire.

“Mi piace il tuo amore violento…”

Dimmelo dopo, quando i piccoli fiori si apriranno.

Corri a cercare riparo nel tempio dell’amore
Corri per un altro è lo stesso
Perché il vento soffierà il mio nome e farà crollare le tue mura

Storie fredde

Sto leggendo i racconti di un giovane Ian McEwan.
Primo amore, ultimi riti/Tra le lenzuona
Ed. Feltrinelli

Nella raccolta ci sono dei racconti, che sono davvero disturbanti, se non agghiaccianti.
In particolare “Farfalle”, che lo ammetto, mi sta perseguitando.
La scrittura di McEwan è nota per essere tagliente, essenziale, limpida e diretta, e nel leggere questa raccolta, di uno scrittore ancora giovane, privo di ogni filtro, mi rendo conto che le sue narrazioni mi ossessionano.
Ne ammiro la bravura, ne ammiro il coraggio, il modo, la scelta, ma più di tutto ammiro le storie. Talmente potenti da chiuderti lo stomaco.

Sono storie che poi mi porto dentro, che lavorano. Mi mettono una strana frenesia, una voglia di raccontare, scrivere, ma soprattutto di leggerne ancora e ancora. Fino a farmi sanguinare gli occhi.
Storie crudeli, che fanno male, ma che per paradosso, ti fanno sentire viva, e ti fanno percepire la potenza della parola e della letteratura.

Il w.e. appena passato non è stato tra i migliori. In tre giorni devo aver dormito si e no sei ore.
Mi sono scontrata con l’arroganza e il razzismo. E come per i racconti, la rabbia ha lavorato dentro di me, scavano canali di livore e rabbia.
Il risultato? Mal di testa continui, e appunto niente sonno.
Sono giunta alla conclusione che devo recidere i cordoni ombelicali che fino ad ora ho tenuto ben saldi solo io.
E’ una fatica che va fatta, prima che tutto diventi irreparabile, prima che io, soccomba per mano di sentimenti così pesanti…

Grand Guignol

3 febbraio 1922

Sono le 23.00 e le campane hanno appena suonato il cambio dell’ora.
C’è fumo nel teatro, una nebbia fitta. L’aria satura di odori, cavallo, abiti bagnati, acqua di colonia pregiata mescolata a sapone e corpi lavati male.
Il locale non è enorme, si entra da una porta centrale, due scale a lato del grande bancone d’ingresso, alle pareti boiserie pretenziose in velluto grigio e legno,  qualche ritratto di artista, la luce è gialla, lugubre.
Salite le scale si accede alla balconata, e da lì alla platea scendendo una breve scalinata centrale che divide in due la stanza.  Ai lati del palcoscenico,  quattro palchetti nascosti da tende, al posto delle poltroncine vi sono dei divanetti  in velluto rosso.
In uno di questi, alla destra del palco, un uomo e una donna, attendono l’inizio della rappresentazione.
Ci vanno spesso al Gran Guignol, arrivano in carrozza, non depositano i mantelli al bancone, ma salgono direttamente, e solo in quel piccolo spazio di tre metri per due, si tolgono cappello e mantello.
Siedono composti sul divanetto, in ombra.
Una piccola orchestra di sei elementi, suona un motivetto allegro, una giga.
Sul palco compare un uomo. E’ truccato in modo grottesco, sembra una bambola, si rivolge al pubblico della platea, quello che ha pagato meno ed è anche il più rumoroso. Li invita al silenzio, si profonde in inchini allargando le braccia. Per ultimo si volta verso il palco. L’inchino si fa ossequio.
Inizia la rappresentazione.
Un uomo grosso, con dei folti baffi posticci, evidentemente il cattivo, brandisce un pugnale. La musica sottolinea il momento. Sul tappeto una bambina sanguina copiosamente. Dall’altro la coppia vede cose che dalla platea non si notano, per esempio che la bambina è una nana, che il sangue è troppo rosso per essere vero. C’è anche odore di zolfo. Esce dalle quinte, un grande telo che riporta il disegno di una stanza di manicomio.
La donne in sala emettono gridolini di spavento, qualcuno sobbalza quando le luci si spengono, e dal proscenio esce il Fauno.
In lontananza suona la mezzanotte. La gente esce commentando l’orrore, ridacchiando per superare la paura.
Loro, finiscono di bere lo Champagne, e quando il teatro rimane vuoto, ballano.