Verbosità

Scrivere mi ha messo addosso la pressione di dire…

Scusate per questi post singhiozzo.

 

Quanta confusione fa il panico?
Fa battere in modo strano il cuore, blocca lo stomaco, il cervello s’intasa di pensieri, si innesta la paura, la disfatta, il terrore.
E’ un sentimento tremendo. Forte. Credo sia più violento dell’odio, che già di suo, beh lo sappiamo.
A volte, come stasera, il panico mi mette tremore addosso. Un freddo convulso, che non smette e mi fa desiderare di correre, correre, sfiancarmi, perdere il fiato e le energie.
Mi fa voglia di urlare un vaffanculo al cosmo.
Eppure rimango inchiodata qui, cercando un pretesto per… Piangere? Ridere? Urlare?
Per generare panico, ci vuole qualcosa di davvero brutto. O grande. O intenso.
Perdere il lavoro a cinquant’anni cos’è? Davvero brutto? Davvero grande? O intenso?
E’ tutto questo.
Perdere i legami famigliari cos’è?
Questa solitudine cosmica, l’incapacità di trovare una ragione o il coraggio di urlare “vaffanculo”. Dirlo in faccia a chi se lo merita, dire che “no cazzo, non ci stò”.
Che la vita di merda se la facciano gli altri, che io non me lo merito.
Non me lo merito no.

Evoluzioni ed involuzioni

Accade che…

Sono tre giorni che tremo.
Conoscete l’adagio che dice “Fate attenzione a cosa volete, che potreste ottenerlo”?
Ecco…

Due settimane fa l’omuncolo se n’è andato. Risentito perchè rimosso da una chat lavoro. Perchè è stato scorretto.
Come da manuale, brò uno (che è anche cognato dell’omuncolo), ci ha detto che molla anche lui.
Partiti in quattro, rimasti in due. Impossibile farcela.
Persino il commercialista c’è rimasto di sale.

La cosa dolorosa è vedere brò2 (il più piccolo) starci così male che manifesta con lo stomaco.
Mio fratello piccolo è un guerriero. Sempre avanti, anche a costo di farsi male.
Vedere che questi quattro anni a sputare sangue, si schiantano su una sorta di indifferenza rabbiosa, lo sta ammazzando.
Mi fa male vedere mio fratello grande essere così passivo/aggressivo, sulla difensiva e nascondersi dietro a scuse piuttosto labili.
Mi irrita vedere che l’artefice del tutto, l’eminenza grigia è una persona piccola e miserabile. Che consiglia male e fa del male.

“Ma non provate nemmeno ad andare avanti?” Dice brò uno.
Sembra una frase da presa per il culo. Detta da lui. Detta così.

Ho pensato: e se chiamassi la piccola donna che governa? Ci litigherei, probabilmente accellererei il processo. Però vale come tentativo? Mi sa di no. Ma forse si. Ancora… non so. Non so mai niente io.

So solo che a cinquant’anni sono di nuovo per la strada.
Volevo finisse? Si.
Volevo finisse male? No.
Volevo che finisse la mia famiglia? No.

E’ l’ennesimo lutto. Perchè a partire da gennaio la mia famiglia smette di esistere. Per sempre? Per un po’? Non so.
Però il cuore esplode.
Si fa cordiandolo.

E a tutto questo la domanda: ce la farò?

Il regalo

“Ti ho preparato un regalo…”.  Lo dice in tono casuale, come se mi stesse raccontando di quando ha fatto la spesa ed era indeciso se prendere fagiolini o cavolfiore. Odio quando fa così, sgancia bombe e non conclude mai le frasi.
“… Come sempre non mi darai soddisfazione e non farai domande immagino…”
Non alzo nemmeno lo sguardo dal libro, mi limito ad un finto sbadiglio, simile a quello dei gatti annoiati.
“Vabbè donna…vedrai stasera.”
Annuisco e volto pagina. Ovviamente non l’ho terminata, ma il gesto plateale, l’indifferenza, vuoi mettere? Ci sta tutto. Questo gioco del “vediamo chi cede per primo” è estenuante, ma le regole le ho stabilite io e lui ci va a nozze. E’ la sua ragione per restare.
“Prima o poi supplicherai”, mi ha detto una volta. L’ha detto ridendo. Io non ho riso, anzi l’ho presa sul personale e da quel giorno, è stata una guerra continua. Due rabbini che non mollano mai la presa. Non c’è argomento, discussione, situazione, che non generi un testa a testa dove è essenziale primeggiare.
So di averlo irritato. Quel donna buttato li, sa di incazzatura.
Aspetto che esca dalla stanza e ritorno alla pagina incompiuta. Intanto, in cucina, lo sento parlare da solo. Mi arriva un “ingrata”, un borbottio con voce in falsetto e uno “stronza” detto con voce sufficiente perché mi arrivi. Ho vinto. Ah cazzo si… come sa di buono la vittoria a volte.
Il libro è una gran bella storia. Ci sto dentro da qualche giorno, isolandomi da tutto. Sal è uno di quei personaggi che vorrei aver inventato io, ma niente, le buone idee vengono sempre ad altri.
Ho questa brutta abitudine, che se un libro mi piace tanto, corro come una pazza per tre quarti di libro, poi mi rendo conto che sto finendo e rallento, centellinando le ultime pagine come una drogata con l’ultima dose.
“Vado a fare una doccia” annuncio stralunata, ancora con la testa nelle grandi catene montuose dell’Ohio.
Esce dalla cucina, si toglie il grembiule, con davanti la foto di un gatto rosso che gioca con una foglia, e mi segue.
Apre l’acqua della doccia, controlla la temperatura. Si inginocchia, mi abbassa i pantaloni e con calma li sfila una gamba per volta. Si rialza, mi toglie la maglietta.
Aspetta che entri nel box e intanto mette un asciugamano a scaldare sul termosifone. Esce e torna i cucina.
Quando ho finito è nuovamente li, in attesa di strofinarmi con la spugna calda.
E’ pratico, usa modi gentili ma sicuri, bruschi, da padre che sta asciugando la figlia dopo un acquazzone.
Non parliamo, è un rituale che si fa in silenzio.
Di solito lo faccio io con lui, dopo che abbiamo giocato, dopo che l’ho fatto sanguinare. E’ il mio modo di espiare, di chiedere perdono per essere stata cattiva. E lui mi lascia fare, assecondandomi, talmente esausto che a volte non ha nemmeno la forza di insaponarsi.

Mi lascia terminare con calma, mentre va a finire di preparare la cena.
Quando ritorno in sala da pranzo è tutto pronto. Il tavolo apparecchiato per uno, vino in temperatura, il cibo nel piatto composto con cura. Non manca niente, ha scaldato persino il pane.
Mi scosta la sedia, aspetta che mi siedo, e si inginocchia vicino a me. Tiene le mani dietro la schiena, gli occhi leggermente abbassati.
“Manca la musica” dico.
“Ti ho preparato una sorpresa”. Ripete la frase, mostrandomi un CD. MI sembra che sorrida nella luce crepuscolare.
“Cos’è?” ora sono curiosa.
“Una play list per giocare, vuoi che la metto ora?”
Si volta e mi da la schiena mentre inserisce il CD.
Poche note, Jazz. Sorrido soddisfatta. Conosce i miei gusti.
Torna da me, si inginocchia e la musica si interrompe all’improvviso. Cambia il ritmo. La voce di Young Signorino balbetta dallo stereo.

Ride. Ha vinto.
Prendo il cane e lui si sta sganassando. Ora lo stronco. Giuro.

Riflessioni a specchio libero

Una persona (donna, lesbica, femminista) ha espresso un suo parere su Bertolucci, che mi ha fatto molto riflettere.
Riflessioni che poi mi hanno portato ad ampliare il mio pensiero un poco trasversalmente.

Questa persona, inveiva contro Bertolucci definendolo uno stronzo, per il comportamento tenuto con la Schneider durante “Ultimo Tanto a Parigi”.
L’attrice infatti non era al corrente della scena e Bertolucci, d’accordo con Brando ha deciso di non informarla, per rendere realistica l’emozione (negativa) del momento.
Nel tempo, Brando si era scusato con Maria Schneider, mentre Bertolucci mai.

Nell’espressione del proprio parere, la mia amica, metteva sullo stesso piano Bertolucci, Picasso, Celine e Toulouse-Lautrec definendoli “stronzi”. Per motivi differenti, ovvio, Celine era fascista, Picasso era un figlio di puttana con le donne etc… Finendo per citare anche Kevin Spacey per le famose vicende.
Concludeva l’invettiva dicendo che li biasimava in quanto uomini “moderni” dunque informati, e che col passato, volendo anche leggere solo donne, non c’era di che stare allegri data la povertà di fiugure femminili che erano riuscite a perforare la cortina sessista della cultura mondiale.

Sono d’accordo. Le donne hanno iniziato tardi a combattere, e non sto qui a fare la storia del femminismo, le suffragette, fino ad arrivare alla pubblicità sulla disuguaglianza retributiva.
Però credo che spetti a noi, donne moderne, creare la nuova cultura femminile, letteratura, arte, fotografia, musica.
E molto è stato fatto in merito, anzi, moltissimo, anche se siamo ancora lontane dalla quantità, possiamo finalmente citare Bertolucci e la Wertmuller, Celine e Sylvia Plath, possiamo parlare di Tolouse Lautrec e di Marina Abramovich…
E fanculo il sessismo, il macismo, la violenza. Fanculo. Spetta a noi, prenderci lo spazio.
Sempre.

Interessante…

E’ successa una cosa.
Questo fine settimana, alcune mie amiche si sono ritrovate. Dovevo andarci anche io, ma oggi dovevo riprendere il lavoro di notte, e non sono per niente in forma. Mi fanno ancora malissimo le braccia, e le gambe… boh…
Ma non è di questo che voglio parlare. Mi sono accorta che il fatto di stare male, e dunque impedita nell’andare al raduno, l’ho vissuto con un certo sollievo.
Non un sollievo legato alle persone, anzi, ma al fatto di allontanarmi da casa, di stare lontana, di dover fare la strada, di non avere qualcuno vicino che potesse in qualche modo “tenermi al sicuro”, tranquillizzarmi.
Mi sono altresì resa conto che questa sensazione ce l’ho da tanto tempo, solo che non la focalizzavo, non l’avevo ancora realizzata.
Ci sono stati giorni che ho pensato: ora chiamo, vado, vedo… poi però pensavo che no, dai, sto a casa che è meglio… che è meglio? Meglio perchè? Per chi?
Mi sono accorta che davvero ho bisogno di alcune persone che hanno la capacità di farmi sentire che “va tutto bene”.
Un tempo quella persona ero io. Ero io che dicevo: “va tutto bene”.
Ora ho bisogno io. E non tutti hanno la capacità vera di farmi sentire che tutto andrà bene.
Anche se poi non è vero.
E’decisamente ora che veda la psicologa. Sembra che questa persona sia molto capace. Spero di trovare delle risposte dentro questo viaggio che mi accingo a fare.

Come si fa?

A vivere di blog?
Non capisco, c’è una tizia che guadagna 18 mila euro per testare dei prodotti di bellezza e parlarne nel suo blog.
Vabbè non parliamo di influencer che stare a postare un selfie ogni quarto d’ora su instagram non mi viene proprio.
Ma le blogger come diamine fanno?
Guardavo “riccanza”. Aspe… non che guardo “riccanza” sempre, mi è capitato di vederne un pezzo, e non ho bestemmiato perchè non mi piace, e perchè penso che sia da sfigati… ma una sequenza di parolacce ci stava bene.
C’erano questi bimbiminkia che… producevano lusso.  Spendevano e spandevano come non ci fosse un domani.
E io?
Allora mi chiedo: come si fa a rendere un blog remunerativo?
So come non si fa…
– no blog letterario
– no blog autobiografico
– no blog serio

E allora?