19.00 e tutto va bene

Sono a casa da sola.
E’ una gran bella sensazione. Silenzio.
Tv spenta, solo il fruscio del condizionatore in modalità deumidificazione.
Siamo giovedì. E in quattro giorni lavorativi è successo il finimondo. Inizio lavoro 1.30 del mattino fine del lavoro pre 11.30.
All’interno del capannone ci sono circa 4 gradi in più rispetto l’esterno. Mi hanno punto degli insetti sulla mano (quella sana ovvio), più rissa col commercialista, casini vari, stanchezza. Ho dovuto tornare a patti con le calze, altrimenti le gambotte gonfie entrano negli stivali ma non escono più. Il paragrembo in gomma mi fa sudare come un atleta in maratona.
E su tutto, ho le scalmane. La menopausa si avvicina a grandi passi e io sono troppo stanca e lenta per sfuggirle.
Sta cosa della menopausa mi sta fottendo anche il peso.
Ma si può vivere così?

Questo silenzio autoindotto però mi ritorna in qualche modo sotto forma di benessere. Non dover necessariamente relazionarmi mi ha regalato del tempo. Tempo che uso leggendo, scrivendo, sognando.
Sogni che resteranno sogni eh… ma va bene. Non cambia. Tanto, da quello che ho capito, questa vita resterà “questa vita”.
E sono anche stanca di chi mi da consigli di vita sull’obbligo di cambiare, di preservarmi, di…
Ma che ne sanno? Come possono giudicare una cosa che non conoscono e che soprattutto non capiscono?
Bah…

Io però non smetto di stupirmi di chi con una delicatezza insospettabile, è sempre nel mio campo visivo.
Non si sposta mai. Magari con la pagina di un fumetto, magari con un bacio lasciato in qualche messaggeria. Magari solo con Love U. Senza pretesa alcuna.
Passano gli anni e le cose diventano quotidiane.

Il silenzio, ha fatto una cosa molto bella. Mi ha permesso di analizzare con calma e senza voci di fondo, certe assenze, certe “dipartite”, e mi ha aiutato a ricalibrare certe presenze e ad apprezzare chi sa stare vicino nel silenzio.
A volte basta stare seduti a guardare nella stessa direzione. Non serve niente altro.

Sono stanca. L’ho già detto?
Ci ho messo un mese a fare l’ultimo editing dei racconti sulla Giudecca. Un tempo assurdo. Solo perchè questo corpo non risponde come dovrebbe.
Comunque è fibro, artrosi, esiti da chirurgia, e lipedema.
Quarta diagnosi. No, dico… vuoi farti mancare questa?
Nel dubbio ho tolto tutto. Via tutto.
Zeolite. RIpuliamo tutto.
Prendo un OKI task solo quando ho male forte.
Basta. Basta Palexia, basta cannabis, basta celebrex, basta tachipirina, basta kolibrì. Basta.
Il mio corpo non ne può più.
Zeolite, collagene alimentare e vitamina D a dosi da cavallo.
Ferro e multivitaminico.
Da autunno vedremo. Intanto basta.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno di voi.
Non serve che dica chi vero?
Mi piacerebbe un sacco.

Magari scrivere con qualcuno di voi un racconto a staffetta. Magari eh…

Raccolte a punti.

Quante frasi, una persona, ascolta in una settimana?
Quante frasi sono pensate e quante dette ad minchiam?
Quante parole usate cum grano salis e quante senza un senso compiuto?

Queste sono della mia settimana attuale, e siamo solo giovedì.

I cimiteri sono pieni di gente guarita con la chemioterapia.

E’ una frase che mi ha colpito molto. Non per quello che dice, ma per la “composizione”, per il retropensiero che c’è. Non conosco statistiche in merito e dunque sospendo il giudizio. Ma mi sembra una frase forte, che vorrei usare per un racconto.

un medico che conosco mi ha detto che 14 vaccini, per l’organismo di un bambino piccolo equivalgono ad un bicchiere di acqua fresca

Sui vaccini, penso che nelle due fazioni (No e Pro) ci sia della demenza. Una demenza che non ha limite.
Questa frase è la portabandiera della demenza Pro.
Poi c’è anche la demenza No, intendiamoci.

loro (i migranti) di cosa si lamentano che guadagnano al giorno 35 euro (aaaaaaaaarggggghhhh) quando nel loro paese prendono la metà

I migranti NON guadagnano 35 euro al giorno. Se lo sento ancora mi esce l’orticaria. Però possiamo parlare dei braccianti che magari per 12 ore in nero portano a casa facciamo 36 euro all’ora? Vuoi non dargli 3 eurini all’ora? Bon. Però loro non tornano a casa nel loro paese, dove il costo della vita è di un decimo. Restano in Italia. Paesello che economicamente strangola chiunque. Nota: i miei dipendenti qui dentro, mi costano al giorno 140 euro per otto ore. Lorde certo. Ma contro le 36 in nero dei braccianti… e sosteniamo le stesse loro spese per mangiare e tutto il resto.

loro (sempre i migranti) scappano dalla desertificazione dell’Africa!

La desertificazione? WTF? Chi è il pusher?

I vaccini non fanno male, sono utili, e poi non facciamo l’errore dei romani e degli ateniesi che buttavano gli handicappati giù per la rupe. Perchè loro facevano così. Allora vacciniamoci tutti, così non si butta più nessuno

Ok… Vacciniamoci. Visto mai che un ateniese o un romano venga nottetempo a buttarti giù da una rupe.

Non esiste l’emergenza razzismo in Italia

No dai! Cosa mi dici dici mai?

questo governo ha cuore e le palle per mettersi a sistemare i problemi seri.

Cuore e palle. E l’intestino tenue?

– Fresca fresca detta ora: ora vogliono tassare i conticorrenti. Spero tanto in Salvini e Di Maio, hanno detto che vorrebbero più contante in circolazione.

Haemmm… La lotta all’evasione inizia davvero a farsi interessante neh!

Concludo con una cosa accaduta martedì notte:

Almeno una notte alla settimana, becco la pattuglia che mi ferma per controlli. Patente e libretto, a volte assicurazione. Tutto in ordine? Ok vada.
Stanotte però momento di delirio.
Rotonda grande. Esco dalla rampa e sto facendo la rotonda nella corsia interna. Dal distributore esce un tizio con una pila in mano e mi corre incontro. Realizzo con lentezza che ha la divisa. Mi fa segno di andare nel parcheggio e io eseguo, tagliando a metà la rotonda. (E lo stavo già mandando nuotare con le zucche) Di fatto il tizio mi punta la pila in faccia e mi chiede: “ha bevuto?”
È venerdì notte e ci sta che una tizia vestita da pezzente sembri appena uscita da una discoteca o da un rave.
– no, ho solo mal di testa e la pila non aiuta. Mi sono appena svegliata.
Gli consegno i documenti. Mi ripiazza la pila in faccia e io risocchiudo gli occhi.
Guarda me, guarda i documenti.
– attenda…
Va in auto e prende l’etilometro
– se non ha bevuto soffi qui senza posare le labbra.
– e se ho bevuto?
Faccia perplessa
– prego?
– se non ho bevuto devo soffiare ma se ho bevuto?
– ah… lo stesso… soffi…
– scusi ma non è la stessa cosa.
– vada vada… tutto a posto.

 

 

 

 

Colpiscimi

“Dimmi qualcosa che non so…”.
Ci pensa un po’. Guarda il grande tiglio fuori dalla finestra.
“Quello è un tiglio americano” dice quieto.
“Sai cosa intendo, dimmi qualcosa di te che non so”, incalzo.
“Mi piace il dolore forte, tanto forte”, distoglie lo sguardo dal tiglio e mi fissa con insolenza, “… vorrei che mi colpissi fino a farmi sanguinare”. Sorride e torna a guardare fuori dalla finestra.
Lo fa sempre. Mi sfida per vedere se sono coraggiosa. Una volta mi ha detto che con lui posso fare tutto, perchè conosce sé stesso e poi che essere un medico lo mette al sicuro. Al sicuro da cosa? Non l’ho mai chiesto e forse dovrei. Ma cazzo… E adesso? Facciamo le solite cose? Lui mi provoca e io lo massacro per vedere chi dei due si spinge più in là? Non è un gioco cretino? Giochiamo a fotti il cervello? La ragionevolezza mi dice di lasciar perdere, di non raccogliere sta stronzata, che è dominazione dal basso,  ma l’orgoglio, beh è altra faccenda, e lui sa dove si nasconde il mio, di cosa vado ben fiera. Ogni volta, da maestro, infila le dita nel taglio dei sentimenti, dell’orgoglio. Ah già “ne ha rovinati più lui del petrolio…“.

Si alza. Piega la testa. Lo fa perchè teme di colpire la lampada che sta sopra il divano, poi fa anche quella cosa, quella di contrarre i quadricipiti come fanno i calciatori prima di entrare in campo. E’ un suo tic, o semplicemente testa il suo corpo. Non so. Non mi interessa sapere perchè, ma mi piace che lo faccia. Mi ricorda un grosso felino che si prepara alla caccia contraendo i quarti posteriori. L’idea della forza la concentro li, sui suoi quadricipiti, sulle braccia nervose e sul collo che si piega mentre si alza.

In due passi mi ha già raggiunto. Mani sui fianchi, schiena dritta, sulla faccia antipatica e bella, un ghigno di sfida.
“Allora? Cosa te ne fai delle cose che ti dico e che non sai?”,  chiede con una vocina petulante, “e allora? Hai paura di farmi male?”

Un respiro profondo, due respiri, tre… lascio che la rabbia salga verso l’alto, partendomi dai piedi, la sento nella fica, nella pancia, nei polmoni.
“No, non mi fai paura”. La mia voce non trema, però ha vinto lui. Ha nuovamente inserito il dito nel taglio.Allunga un braccio, accende lo stereo. Un suono disturbante, batteria, chitarra elettrica, voce dura, nuda.

 

I awake
From blood thick dreams
Washing blame
From my knees

 

Lo colpisco in faccia. Lui ride. E’ abituato ad altro, ai colpi di mani maschili quando tentano di rubargli la palla, alle spallate sotto canestro, uno schiaffo di donna lo fa ridere.
Si sfila la cintura dai passanti e me la consegna. Si avvicina con bocca al mio orecchio, parla a voce alta, superando quella di Skin, “adesso fammi vedere che puoi farlo, che puoi farmi sanguinare”, dice, “colpisci forte, colpisci qui…”. Si inginocchia  e abbassa gli occhi.
“Ti prego, amami…” dice.
Arrotolo la cintura sulla mano. Un gesto antico, che ho già visto troppe volte nelle mani di altre autorità.
La pelle colpisce la pelle. Un rumore secco. Ricorda i colpi del kyosaku. Lui si rilassa. Alza il viso, me lo offre, mi invita a colpire.
Alzo la mano. Esito. Mi piace quella faccia antipatica. Ma mi piace così tanto da segnarla?
A lone brother, a lone sister
A home cover, alone

Il suono del metallo che tocca il pavimento è liberatorio. Quando la biscia di cuoio tocca il pavimento lo fa lentamente, sinuosa. Poi quel “ting” del metallo contro le piastrelle. E’ il mea libera tutti.
L’anello impatta con la carne morbida del labbro. Le mucose ci mettono poco a sanguinare, a gonfiarsi. Impatta ancora. Ancora. Ancora. Stesso punto. Chirurgia di emergenza.
La bocca sanguina. Sorride. Ha gli occhi nei miei. I suoi occhi chiari sono profondi e sereni. Mi appoggia la fronte sulla pancia, mi annusa. Il vestito fiorisce di rosso.”Vieni, ti medico…” gli allungo la mano per farlo alzare.
“No sto bene qui” dice, con la faccia immersa nel mio ventre.
Gli carezzo i capelli rasati, accarezzo la cicatrice di una brutta vecchia storia.

“Lascia che mi riposi, sto bene qui, quando mi ami…”ripete. E poi canticchia piano.
Thinks it’s all gone
Famously
Broke the hard girl
Good to please

Consigli per gli acquisti…

La mia dotazione:

N° 1 Ipad prima generazione (che terrò per me in quanto modernariato)

N° 1 Ipad terza generazione

N° 1 Mac Book air 13″ che ha tra i 5 e i 6 anni.

Qualche giorno fa sono andata in un centro Apple per altre ragioni e ho scoperto che ritirano sia gli Ipad di terza generazione (la uno e la due sono spacciate), sia i pc datati (probabilmente per ricondizionarli), facendo un buon sconto sul nuovo (che avanza…).

Io sono innamorata folle del mio Mac però dopo aver visto il pro, che è anche più leggero del mio, pur avendo le stesse dimensioni (sembra più piccolo perchè non ha tutta la cornice), devo ammettere che un pensiero l’ho fatto.
Nello store Apple ho visto queste due cose:

a) Mac Book Pro

b) Ipad pro con tastiera e penna (che potrei usare con la qwerty no?)

Nel primo caso, stando al commesso, attrezzo buono per piccoli montaggi video e scrittura, nel secondo caso, attrezzo buono per scrittura e maneggevolezza.

Volevo fare una valutazione ma il cervello mi si incricca.
Dunque:

Amo il mio Air, però è già datato anche se tenuto in modo perfetto. C’è da dire che però il Pro è davvero performante.
Anche l’ipotesi Ipaddone con tastiera mi lusinga, però sono vecchia scuola. Il portatile (oh che poi, portatile una beataminchia) alla fine rimane ai domiciliari, ma va bene così.
Insomma… non so cosa fare.

Che fareste al posto mio?

Non ditemi Winzoz! Non è in contemplazione.

Oblìo

Da qualche giorno gira la voce che Franco Battiato sia affetto da Alzheimer.
Ogni giorno cerco notizie di smentita che ancora, purtroppo, non arrivano.
“Un lento addio…”
Non ci voglio pensare. Non posso pensare che tutto quel sapere, quella mente, possa andare persa nella nebbia.
Poi però penso anche a Daniele Del Giudice, anche lui perso nella nebbia, fin troppo giovane per esserci cascato così, lasciandoci orfani.
L’Alzheimer è una malattia criminale. Lascia vagabondare gusci vuoti che prima comprendevano mondi così grandi da sembrare infiniti.
Mi si stringe il cuore. Ed è un dolore infinito.

Franco lo ritengo un padre, un amico, un punto fermo dove approdare quando tutto si muove. La sua musica più volte mi ha salvata dallo sprofondare. E pensavo che si, se si vuole, si può sopravvivere, esigere, vivere e in fine morire con la consapevolezza di essere un’anima ultraterrena.

Mi dispiace. E conto sempre nelle smentite. Su Del Giudice non sono mai arrivate, anzi, la conferma per quanto tardiva, mi ha messa davanti ad una inesorabile senzasione di grigio che mangia tutto, come in Fantàsia.
Dai Maestro… tieni duro.
Non lasciarmi orfana anche tu.

Ti racconto di lei…

Oggi compio 17 anni.
Sono esattamente 17 da quando te ne sei andata e con te, sono partita anche io. La vecchia me, è morta quel giorno.
E’ un sentimento strano sai mamma? Prima c’era qualcosa e dopo non c’è più. Hai voglia a ricercare le parole, che prima sgorgavano da sole e che poi ho dovuto ritrovare e coltivare con la fatica di un cesellatore di zolle.
Prima c’era il nostro mondo. In quel mondo c’erano i caffè che somigliavano a pause della vita. C’erano i tramezzini di Serena mangiati al sabato, c’era la coppa rica a caccia di tre ciliegie.
Prima c’era San Remo, Giochi senza Frontiere,  Sorrisi e Canzoni, Confidenze e Intimità. Prima c’erano gli Harmony scambiati come delle spacciatrici con la fornaia o la vicina.
C’erano le risate sul pianerottolo, noi da crescere, un fidanzato da portare in casa, col timore che non ti piacesse.
C’erano le tue battute, sempre divertenti. E la tua risata. Ah si… Come ridevi di me, di noi. Quanto ci prendevi in giro e quanti scherzetti…
Poi un giorno, sei andata. La porta si è chiusa e noi, quella notte, siamo un pochino morti con te. E rinati.
Oggi abbiamo 17 anni. Adolescenti, figli di un’assenza che non è mai stata un addio. E quante cose non hai visto accadere. L’euro per esempio. Una nipote, un matrimonio, una crisi, un cambiamento. Quante cose…
Sai Lollipop, 17 anni sono tanti, tantissimi. Ma per noi, che abbiamo avuto il privilegio di amarti, è un tempo lento, fatto di giorni contati a ritroso.
Oggi sono 17 anni vissuti nell’ordinario. Lo straordinario l’hai portato con te. Per sempre.

 

Chiedimi se sono felice…

Ogni tanto, me la faccio sta domanda.
Cerco di comprendere quale sentimento provo, come mi sento in questa vita.
E la risposta è: triste.
Non arrabbiata, depressa, o boh chissà che altro. Solo triste.
Scissa da tutto quanto.
C’è sta cosa della salute per esempio.
A tratti do la colpa agli interventi, a tratti alla sfiga, a tratti ad un’oscura patologia autoimmune. Senza mai riuscirea capire cosa mi sta accadendo.
In un divenire ondivago che si infrange su se stesso, infinito e ripetuto, mi ritrovo sempre sbattuta sulla battigia, in un moto perpetuo. Più mi ostino a puntare al largo, più l’acqua mi riporta indietro. Più mi costringo alla socialità, più la rifuggo, immobile, passando il (troppo) tempo su cloaca mundi.
Sono triste si…

Si avvicina il 31, data in cui mia mamma se n’è andata.
Mi manca la Pigolz e il suo modo di mandarmi a quel paese.
Mi manca il gioco.
Mi manca Miri.
Mi manca la mia vita…
Mi manco.

Tornerò?